il Fatto Quotidiano, 4 febbraio 2026
Referendum: il governo nega il voto a 5 milioni di fuorisede
Diritto di voto negato a milioni di italiani per il referendum costituzionale sulla giustizia. Sono i cittadini fuori sede: studenti, lavoratori o malati costretti a curarsi fuori dalla propria città o regione. Potranno votare solo se possono permettersi di rientrare a casa. Sono ben 4 milioni e 900 mila, secondo dati del governo.
Oggi, ci sarà il sì scontato della maggioranza alla Camera al decreto legge Elezioni, senza se e senza ma. Ieri pomeriggio sono stati respinti tutti gli emendamenti delle opposizioni, compatte nel chiedere il voto per chi è impossibilitato a tornare nel Comune di residenza. Bocciato persino un emendamento di Avs che chiedeva almeno “agevolazioni” per il viaggio degli studenti fuori sede. Le opposizioni hanno parlato di “vulnus alla democrazia”, di un “passo indietro” del governo Meloni: gli studenti fuorisede hanno potuto votare alle elezioni europee del 2024; per i referendum su cittadinanza e lavoro del giugno scorso è stato consentito di votare a tutti i cittadini fuori sede. A marzo no. Per il professor Enrico Grosso, presidente del Comitato “Giusto dire NO”, dalla Camera è arrivato “uno schiaffo alla partecipazione e alla salute della nostra democrazia”.
Proprio ieri, in vista del voto, nonostante non si facessero illusioni, i Comitati del No avevano scritto una lettera a tutti i parlamentari per il voto ai fuorisede spiegando che era una richiesta che “non appartiene a uno schieramento, ma riguarda un principio che dovrebbe unire tutte le forze politiche: garantire che ogni cittadino possa esercitare effettivamente un diritto costituzionale essenziale”. La lettera è stata firmata da Grosso e Antonio Diella, presidenti di Giusto dire No, Giovanni Bachelet, presidente del Comitato società civile per il No, Franco Moretti, presidente avvocati per il No e dall’avvocato Carlo Guglielmi, portavoce dei 15 cittadini che hanno promosso la raccolta popolare di firme. “Il diritto di voto, si legge ancora, non può diventare un privilegio riservato a chi ha tempo e risorse economiche per spostarsi”.
Il governo, parola della sottosegretaria all’Interno, Wanda Ferro, FdI, adduce “problemi tecnici” in conseguenza alla “mancanza di tempo”. Una giustificazione risibile, per le opposizioni. Rachele Scarpa, del Pd, è secca: “Grazie alla destra che ha escluso un pezzo di Italia dalla democrazia: vergognatevi”. Per Alfonso Colucci, M5S “c’è da pensare che il governo Meloni abbia paura dei tanti giovani fuorisede che potrebbero esprimersi in massa contro la sua riforma dell’ingiustizia”. Rincara la dose quando Ferro “annacqua” il suo Odg, che impegnava il governo, fra l’altro, a una corretta informazione sulla riforma, e a non usare le “cariche istituzionali” per fare campagna: “Il re è nudo – ha detto – voi volete mettere il potere giudiziario sotto il potere esecutivo”.
Per Paolo Ciani, Pd, “il messaggio della maggioranza è chiaro: partecipa al voto solo chi può permetterselo” e invita i deputati del centrodestra che si sono detti favorevoli al voto fuori sede, a parole, “a cedere i posti da rappresentanti di lista a quei milioni di fuorisede che non potranno votare a causa loro”. Ma anche se tutti i partiti e non solo le opposizioni adottassero questa strategia, il voto sarebbe assicurato a non più di 120 mila persone: i seggi infatti sono circa 60 mila.
Al professor Grosso, raggiunto dal Fatto al telefono, facciamo notare che, secondo i sondaggi, tanti studenti fuorisede sarebbero in larga maggioranza per il No e, forse, questo dato ha pesato sulla scelta del governo: “Non voglio neppure pensare che il governo prenda o non prenda una decisione sulla base della convenienza di parte, ma ricordo che la Costituzione prevede che a ciascun cittadino sia garantito il diritto di voto”. Infine, facciamo notare che i Comitati per il Sì non hanno risposto al suo appello per firmare la lettera: “Questo l’ho notato anch’io e mi spiace perché la nostra richiesta è quella di garantire il voto. Che sia per il Sì o per il No”. In astratto, il decreto può essere modificato al Senato, ma non accadrà. Dunque, si voterà il 22 e 23 marzo solo nei comuni di residenza, a meno che si viva all’estero: in quel caso si può votare per corrispondenza.