La Stampa, 4 febbraio 2026
Federico Zampaglione: "Alieno in questo mondo giudicante ho smesso di essere nemico di me stesso"
«Questo album è nato dovendo lottare contro qualcuno che non aveva la minima intenzione di farlo: me stesso». Federico Zampaglione non ci gira intorno. Dopo una carriera trentennale, aveva deciso di chiudere con gli album in studio. Concerti, qualche singolo, cinema. Basta. E invece il 6 febbraio esce Quando meno me lo aspetto, quattordicesimo capitolo dei Tiromancino e «lo dico davvero, un disco che non pensavo di fare». La storia è quella classica della vita che se ne frega dei tuoi piani. «Mi sono chiuso quasi per gioco in studio con Leo Pari e Simone Guzzino. Abbiamo lavorato senza fretta né pressioni. A un certo punto avevo canzoni a sufficienza per un album e mai titolo fu più appropriato». Undici brani che sono un caleidoscopio: blues, rock, country, elettronica, reggae, cantautorato Anni 70. «Ci ho messo dentro tutta la musica che amo».
Il primo singolo Gennaio 2016 ha conquistato radio e pubblico con la sua vena intima e cantautorale. Il 30 gennaio è uscito Sto da Dio con Franco 126, omaggio al blues e manifesto di libertà per una società ossessionata dall’apparire, «e si fa male costruendo star che si bruciano in un anno o poco più». Zampaglione si sente «alieno» rispetto a questo meccanismo e cerca scampo nell’arte. In Una Vita e Gli alieni siamo noi torna la collaborazione con il padre Domenico, «non riesco a farlo stare fermo, a 87 anni scrive tutti i giorni qualcosa per me». Al nuovo disco hanno partecipato anche Simona Molinari, Mario Donatone e Fabrizio Mandolini. Il tour parte il 10 aprile dall’Auditorium Parco della Musica di Roma per poi continuare nei teatri «i miei luoghi d’elezione dove la musica si sente bene e le parole che dici arrivano sino all’ultima fila».
Gennaio 2016 è più di un singolo, è una ferita aperta.
«Mi ero separato, mia madre è morta, avevo perso me stesso. Per anni la mia vita era stata perfetta, poi si è sfasciato tutto. Mi svegliavo la mattina e mi chiedevo che vita fosse. Prendevo farmaci per tenermi su perché ero triste, molto triste. Poi la musica e mia moglie mi hanno salvato».
Una rinascita pezzo dopo pezzo.
«La vita ci vuole testare e io il test l’ho fortunatamente passato a pieni voti».
Due anni fa, un altro passaggio al limite.
«Mi hanno ricoverato per un problema alla colecisti e l’intervento è andato storto. Ho rischiato complicazioni serie, sono stato sull’orlo della fine, ho seriamente pensato di morire».
È vero che quando è uscito dall’ospedale si è reso conto di essere un altro?
«Mi sono sentito fortunato perché ero vivo. Ho capito il sottile confine fra la vita e la morte. Lì è nata Il Cielo e da quella esperienza è emersa una nuova consapevolezza: ho scelto di vivere meglio. Ricerco la non progettualità, non pianifico, scorro».
Il filo conduttore dell’album?
«La libertà. Anche perché come ho detto il nemico numero di me stesso ero io. Avevo detto, non faccio più dischi ma non riuscivo a liberarmi da questa cosa. Dovevo fare film, live, qualche canzone ma con gli album mi ero detto: basta». Allo stesso tempo le canzoni sia accumulavano nel telefonino, i fogli in giro per casa, gli appunti con i post-it sul frigorifero.
Suo papà, Domenico, ha 87 anni e un’energia invidiabile
«È forse uno dei migliori scrittori di testi che ci sono. Per me è un esempio: passano gli anni ma il fuoco artistico non gli va mai via».
Simona Molinari?
«è una voce fuori dal coro, delicata ma intensa» e
Mario Donatone?
«Uno dei musicisti jazz blues più forti d’Italia con lui mi diverto a fare cose che non farei mai se non ci fosse. Abbiamo costruito e facciamo ogni Natale il Christmas Blues che ci porta sulla soglia del divertimento puro: adattare carole di Natale in versione blues è il mio guilty pleasure».
In copertina c’è il suo viso riflesso in un pezzo di specchio, come mai?
«Perché questo disco è un pezzo di me, non tutto».
E Sanremo? Lo guarderà?
«Per me è come se fosse per cinque sere capodanno. Nel negozio di cinesi sotto casa compro stelle filanti, petardi e fischietti, invito persone a casa e si fa casino».
E salire sul palco dell’Ariston?
«Quel luogo mi mette terrore. Ora, mai dire mai, ma magari in duetto con una donna sarei più tranquillo e senza ansie da prestazione che mi vengono solo lì…non mi chieda perché».