la Repubblica, 4 febbraio 2026
Addio agli alberi fragili, meno pini e più gelsi: cambia il verde delle città
I viali di Torino senza più aceri, troppo alti e troppo instabili, meglio i peri. Genova senza palme vista mare, troppo cagionevoli e troppo pericolose: il futuro sono i gelsi. E poi Milano senza carpini, e Roma con altre varietà di pino, possibilmente più basse e dalle radici più salde di quello che non più tardi di domenica scorsa è collassato su sé stesso ai Fori Imperiali, ferendo tre persone. Il cambiamento climatico sta già mutando e muterà ulteriormente l’aspetto delle città italiane, ma per progettare quartieri più sostenibili e vivibili – mettono in guardia botanici e arboricoltori – ripiantumazioni, manutenzioni e piani del verde potenziati non basteranno. I modelli che funzionano sono ancora lontani, sono a Londra e a Parigi, e la ricetta degli esperti chiede due cose su tutte: programmi di ricerca e vivai comunali.
La consapevolezza sull’importanza del verde nei contesti urbani, va detto, negli ultimi anni ha preso campo quasi ovunque. «Gli alberi sono la strategia tecnologica più efficace che abbiamo per proteggere dal caldo le nostre città», è del resto la definizione-mantra del pianificatore Brian Stone jr, del Georgia Institute of Technology. «Dopo decenni passati a considerare il verde solo decorativo o compensativo, finalmente è chiaro in cosa risulti necessario: dall’abbattimento delle isole di calore alla tenuta contro le bombe d’acqua», conferma Emily Clancy, la vicesindaca di Bologna, 86mila alberi a registro in Comune, nel rivendicare la sfida coraggiosa di “Bologna verde”, il maxi intervento di riforestazione della città da 23 milioni di euro di qui al 2029. In tempi di temperature in aumento, però, serve andare «anche oltre».
«Il momento impone di ripensare la distribuzione di alberi e piante in città, sostituendo specie che già ora non sono più adatte al riscaldamento globale con altre capaci di adattarsi di più agli effetti dei cambi di clima», spiega Francesca Coppola, paesaggista, assessora a Genova. Al posto di carpini e querce, ad esempio, i nuovi standard suggeriscono la piantumazione di parrotia persiaca, una pianta di origini mediorentali ad alto tasso di resistenza alla siccità. Dimentichiamoci poi ciliegi, betulle e pioppi, meglio robinie, ippocastani, noccioli, al massimo le varietà meridionali di quercia del sud. «Un cambio necessario», che però si porta dietro «fattori ulteriori». Che hanno a che fare con le politiche del verde, e non solo.
In giro per l’Italia, in questi anni, il tema del resto è stato “politico” e insieme amministrativo. A Genova, dove l’anno scorso la caduta di una palma uccise una passante, e l’ultima è crollata su strada ieri mattina, per sostituire le palme simbolo del Porto Antico ormai malate il Comune si è (ri)messo al tavolo con lo studio di Renzo Piano: il nuovo regolamento del verde prevederà corridoi ecologici e zone a basso livello di manutenzione. A Roma, dove i crolli dei pini negli anni hanno portato incidenti, meme in serie e ore e ore di traffico, l’assessora Sabrina Alfonsi ha appena annunciato un piano per rimpiazzare almeno gli esemplari ultracentenari tra i 51mila della capitale. Ancora da capire, però, con quale varietà di una pianta «tanto iconica da essere insostituibile».
Nei processi di «migrazione assistita» allo studio degli addetti ai lavori, perché le sostituzioni del verde siano efficaci – conferma Coppola – servono insomma piani di ricerca, il tempo necessario per valutare le nuove specie, e che i siti di impianto siano «climaticamente consci», è la definizione dei tecnici. Piantare una specie più adatta al caldo insomma non basterà: «Occorre rivalutare lo spazio per l’albero all’interno delle città, pensare al suolo oltre alla pianta, e programmare in termini di filiera», si spiega dallo Studio Gatti, tra i più noti in Italia. Ad esempio, facendo sì che le amministrazioni «inizino a dotarsi di programmi per fornire i vivai delle piante più adatte al nuovo clima», dice Coppola, e pensare a spazi verdi tutti nuovi, con specie non autoctone e il progressivo stop ai filari mono pianta per «aree ad alto tasso di biodiversità». Né viali alberati né giardini monumentali, insomma: con il verde cambierà più di una cartolina d’Italia.