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 2026  febbraio 04 Mercoledì calendario

Bologna, la candidata al bando dell’Università scrive in anticipo il nome del vincitore: «È lo stesso degli ultimi due anni e hanno aumentato il compenso, farli così a cosa serve?»

«Le scrivo in merito al bando in oggetto, a cui, come del resto lo scorso anno, ho partecipato. E, come lo scorso anno, probabilmente, lui risulterà il candidato vincente. Ora, non è mia intenzione contestare le indiscusse qualità della candidatura. Mi auguro di sbagliare la previsione».
Marta, il nome è di fantasia, ha 48 anni, è un’assegnista di ricerca in un importante ateneo italiano e ha anche un incarico in una facoltà dell’ateneo bolognese. 
Alla fine del 2025 decide di partecipare a un bando del dipartimento di Scienze giuridiche di Unibo per un incarico di supporto a «Ratio Juris: An International Journal of Jurisprudence and Philosophy of Law» una prestigiosa rivista accademica. 
L’incarico prevede la gestione degli articoli in arrivo e il loro smistamento ai vari docenti oltre alla partecipazione alla riunioni della rivista. Tra i compiti c’è il servizio di «english-copy-editing» degli articoli da pubblicare. Compenso 24mila euro lordi per un incarco di 12 mesi.
Marta aveva partecipato alla medesima gara anche nel 2024. Ha perso per due anni di fila, piazzandosi sempre al secondo posto. Quest’anno, però, poco prima della pubblicazione dell’esito decide di scrivere al direttore di Dipartimento, il professore Federico Casolari, anticipando il nome del probabile vincitore che è poi lo stesso che aveva vinto nel 2024. Uno stimato professionista che da anni ha rapporti di lavoro con Unibo e con la medesima rivista.
Nella lettera al direttore, la ricercatrice elenca una serie di punti che considera critici. «Io, come qualunque altro candidato, non dovrei essere minimamente in grado di prevedere l’esito di un bando».  
La ricercatrice non mette in discussione le qualità del favorito ma, semmai, l’utilità di un bando pubblico per un incarico che ha già di per sé un candidato ideale. «La mia esperienza non potrà mai competere con quella di chi, di fatto, svolge questo stesso lavoro da anni, sicuramente in modo eccellente – scrive la ricercatrice —. E allora, perché, semplicemente, non rinnovare il contratto alla persona indicata, anziché dispendere ore e risorse per emettere un bando, far lavorare una Commissione e aprire, di fatto inutilmente, il concorso anche ai terzi?».
In alcune università, per gli incarichi di collaborazione, scrive Marta, «sono previsti regolamenti che impediscono di candidarsi a chi abbia intrattenuto rapporti professionali con l’ente che bandisce il concorso negli “x” anni precedenti all’emanazione del bando». 
Per la candidata perdente sfavorita anche l’ateneo bolognese dovrebbe dotarsi di un regolamento di questo tipo. «È così difficile e coraggioso intraprendere una iniziativa del genere? In tal modo, vi sarebbe una reale competizione, una reale alternanza e una reale apertura al merito anche di chi, con valide competenze e altrettanto solidi curriculum, diversamente non vincerebbe – e in questo caso non vincerà – mai nulla!».
Il giorno dopo l’arrivo della lettera, l’esito della gara conferma la previsione e così la ricercatrice scrive anche al rettore, Giovanni Molari, per raccontare la vicenda degli ultimi due bandi. Nel primo, ricorda, «era prevista una selezione per titoli e colloquio, mentre quest’anno la selezione è stata solo per titoli». 
La cancellazione del colloquio, secondo la ricercatrice, sarebbe un modo per blindare ancora di più l’esito della gara. In più, aggiunge, quasi fuori tempo massimo è stato elevato l’importo dell’assegno.
Leggendo il decreto di approvazione, la candidata arrivata seconda scopre «non senza stupore che il compenso è lievitato sino a euro 32.000 euro e ciò è senz’altro possibile, purché, tuttavia, la modifica sostanziale del bando sia accompagnata quantomeno da una riapertura dei termini visto che una cifra più appetibile avrebbe potuto attirare una platea maggiore di candidati potenzialmente interessati e con altrettanto valide esperienze». 
La ricercatrice, a partire dall’aumento last-minute, chiede dunque al rettore di verificare le possibili incongruenze. Anche dal rettore però non arriva risposta. 
Casolari, dal canto suo, difende l’operato del Dipartimento. «Questa è la procedura più trasparente possibile, c’è una gara aperta e ogni volta la composizione dei candidati può essere diversa – dice Casolari —. Noi utilizziamo gli strumenti che abbiamo a disposizione, ci piacerebbe avere diverse unità in più ma quello lo decide l’Ateneo in base ai fabbisogni dei singoli dipartimenti». 
Insomma, aggiunge, gli incarichi annuali sono l’unico strumento a disposizione. Questo potrebbe, in teoria, produrre incarichi annuali a vita. Ma, conclude il professore, «le norme sono queste, abbiamo seguito come sempre le procedure. Si tratta del sistema migliore che consente al candidato migliore di prevalere».