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 2026  febbraio 04 Mercoledì calendario

Credit Suisse, riemergono quasi 900 conti legati al nazismo: riaperto il caso dei patrimoni nascosti

Per decenni si è voluto credere che il capitolo dei conti nazisti nelle banche svizzere fosse definitivamente chiuso. Ora, una nuova indagine lo riapre con numeri che cambiano la scala del problema: 890 rapporti bancari finora sconosciuti sono emersi presso Credit Suisse, oggi parte di Ubs.

A portarli alla luce, davanti al Senato degli Stati Uniti, è stato il repubblicano Chuck Grassley. Si tratta di conti legati all’apparato economico del Terzo Reich e a imprese che lavoravano per la macchina bellica nazista. Nessuna cifra è stata resa nota, ma una certezza torna a pesare: la resa dei conti degli anni Novanta potrebbe non essere stata completa. 
Il rapporto finale dell’indagine è atteso nei prossimi mesi, ma secondo quanto emerso in audizione, tra i titolari o i soggetti collegati a questi conti figurerebbero strutture centrali dello Stato nazista – come il Ministero degli Esteri del Reich – insieme all’apparato economico delle SS e ad aziende impegnate nella produzione di armamenti. Non si tratta dunque soltanto di singoli simpatizzanti o funzionari minori, ma di nodi finanziari che avrebbero accompagnato direttamente l’economia del regime. I documenti analizzati indicano che una parte di questi rapporti non era mai stata comunicata alle commissioni d’inchiesta degli anni Novanta, che portarono all’accordo miliardario con i sopravvissuti alla Shoah. 
Questa non è la prima crepa nel muro del silenzio. Le rivelazioni di questi ultimi giorni confermano quanto già emerso un anno fa, quando su Corriere avevamo raccontato come Credit Suisse fosse già finita sotto accusa, grazie a un’inchiesta del Wall Street Journal, per aver occultato informazioni cruciali sui propri legami con il nazismo. Allora, si parlava di archivi interni mai consegnati agli inquirenti, di una lista di clienti marchiata con il timbro inquietante «American blacklist» e persino di un conto riconducibile alla Waffen-SS. Al centro di quella ricostruzione c’era l’avvocato americano Neil Barofsky, incaricato di scandagliare migliaia di documenti rimasti fuori dalle verifiche ufficiali degli anni Novanta e, poi, rimosso dall’incarico proprio mentre l’indagine iniziava a spingersi più a fondo.
Oggi Barofsky è tornato al centro del dossier, questa volta su mandato di Ubs dopo la fusione d’emergenza che nel 2023 ha salvato Credit Suisse dal collasso. E i primi risultati sembrano confermare un sospetto che aleggiava da tempo: la rete dei rapporti bancari con l’apparato nazista sarebbe stata ben più estesa di quanto emerso nelle inchieste storiche.
Non si tratterebbe soltanto di conti «dormienti», ma di una struttura finanziaria che – negli anni della guerra e nel dopoguerra immediato – avrebbe accompagnato flussi di denaro sottratti a famiglie ebree e riorientati verso soggetti legati al regime. Nelle testimonianze rese al Senato è affiorato anche il tema delle cosiddette ratlines: i canali che avrebbero facilitato la fuga di ex gerarchi nazisti verso il Sud America, un intreccio di logistica, documenti e finanza che la storiografia conosce bene, ma che raramente aveva incrociato in modo così diretto i grandi istituti bancari.
Ubs ha parlato di «profondo rammarico» per quello che definisce un capitolo oscuro della storia bancaria svizzera e assicura piena collaborazione. Ma non sono mancate tensioni con i legislatori americani, che in audizione hanno lamentato ritardi e mancate consegne di documenti chiave. Segno che, a ottant’anni dalla fine della guerra, la partita tra verità storica e responsabilità istituzionale è tutt’altro che chiusa.
Il precedente pesa come un macigno. Nel 1998 – con la formalizzazione l’anno successivo – le principali banche svizzere accettarono di versare oltre un miliardo di dollari per chiudere le rivendicazioni legate ai conti dell’era nazista. Quell’accordo fu presentato come una resa dei conti definitiva. Ma ogni nuovo fascicolo che emerge oggi solleva una domanda scomoda: quanto era completo, allora, il perimetro della verità?
La Svizzera della guerra è sempre stata una terra di ambiguità: neutrale sul piano militare, ma profondamente intrecciata ai flussi economici dell’Europa in fiamme. Le inchieste degli ultimi decenni hanno provato a illuminarne le zone d’ombra. Questa nuova ondata di rivelazioni suggerisce però che non tutte le luci erano state accese.