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 2026  febbraio 04 Mercoledì calendario

Intervista a Glauco Marzari

Glauco Marzari ha compiuto 105 anni il 18 gennaio. Quel giorno, oltre a essere festeggiato dalla moglie e dai nipoti, ha ricevuto la visita del sindaco di Sanremo, Alessandro Mager, che gli ha portato in dono un libro e una pergamena. La premessa è anche la condizione di questa intervista, concessa nel salotto della sua casa rivierasca alla presenza dell’impareggiabile Gelsa, santa donna di 90 anni che lo ama (ricambiata) da più di cinquanta.
Signor Marzari, la trovo in grandissima forma. Ci dica subito cosa mangia.
«A colazione caffè e latte. A pranzo pastasciutta e proteine con verdure. A cena minestrina o minestrone e formaggio. Frutta e yogurt tutti i giorni».
Beve?
«Mai. Sono astemio».
Fuma?
«Ho smesso tre mesi fa, dopo una brutta broncopolmonite. Se il fumo uccide, con me non ha funzionato».
E ha mai fatto sport?
«Ho nuotato ogni giorno, d’inverno in piscina e d’estate al mare. Mio padre mi aveva messo in acqua, a Trieste, quando ancora gattonavo. Sono stato socio della Triestina Nuoto e anche campione provinciale di tuffi dalla piattaforma dei 10 metri: l’ultimo, l’ho fatto a 93 anni».
Da bambino con cosa giocava?
«Sono rimasto orfano di madre a 5 anni e mio padre mi ha consegnato a due sorelle zitelle che avevano altro a cui pensare».
Non lo vedeva, suo padre?
«Era stato capitano dell’esercito austroungarico. Da civile, era dirigente della Saima. Lo vedevo solo la domenica, perché dal lunedì al sabato stava a casa della sua nuova signora, una donna sposata: quando il marito rientrava, lui veniva da me e mi portava a vedere la Triestina, di cui non mi importava nulla».
Non mi ha detto con cosa giocava.
«Con il teatrino delle marionette, con il meccano. Quando era bello andavo in un giardino privato, prendevo i cerambici e li trasformavo in eroi, facendoli combattere nel laghetto sopra dei legnetti a mo’ di zattere».
Il primo volo in aereo?
«Negli anni 70, per raggiungere mio padre morente, da Genova a Trieste».
Ha avuto paura?
«Ho combattuto sul fronte greco-albanese, figuriamoci se l’aereo mi ha fatto paura».
Quando partì soldato?
«Nel 1940. Studiavo Chimica all’Università di Bologna e mi arrivò la cartolina rossa. Poiché parlavo italiano e tedesco e avevo la patente, mi mandarono a Torino alla scuola allievi ufficiali dell’Autocentro. Dopo 100 giorni mi spedirono a Durazzo».
Cosa ricorda?
«Al molo c’erano un capitano del corpo automobilistico e un capitano dei carabinieri. Mi dissero che da quel momento ero il comandante delle Autosezioni autonome 275 e 276. Avevo 24 autocarri Alfa Romeo 800, l’ultimo grido dell’esercito italiano».
Fino a quando è rimasto?
«Fino all’8 settembre ‘43».
L’Armistizio di Cassibile.
«Non volevo combattere per Tito e mi consegnai ai tedeschi come prigioniero di guerra. Mi seguirono in 30. Prima, però, diedi fuoco a tutti gli automezzi. Da Durazzo ci trasferirono in Bulgaria e lì ci stiparono su un carro bestiame fino a Vienna, in un grande campo di smistamento».
Lei dove fu mandato?
«In Germania, nel lager di Wietzendorf, dove conobbi Guareschi, che ancora non era famoso. Era più alto di me e con la faccia quadrata».
Cosa mangiavate?
«Un mestolo di tè di tiglio a colazione, una brodaglia fatta con i resti delle barbabietole già spremute a pranzo, e a cena una zolletta di margarina con 5 papirossi, le sigarette russe per metà di cartone».
Da prigioniero di guerra diventò Internato militare italiano.
«Fui il più fortunato: mi fecero lavorare in una fabbrica petrolchimica. Avevo una stanzetta con una brocca e un letto, lavoravo di notte. Quando arrivarono gli inglesi eravamo talmente pelle e ossa che ci fecero seguire una dieta per riabituarci a mangiare».
Come arrivò da Trieste a Sanremo?
«Un anno dopo essere tornato a casa mi sposai con Flavia, la mia prima moglie, morta per un melanoma. La città non era più Italia, ma Territorio Libero di Trieste sotto governo militare alleato. Conobbi Hausbrandt, socio di Illy, che mi insegnò tutto sulla torrefazione. Così feci un’offerta per rilevare una torrefazione a Sanremo: fornivamo anche il bar dell’Ariston».

Con noi c’è sua moglie Gelsa. Quando l’ha conosciuta?
«Nel 1970, in spiaggia. Lei e un’amica mi avevano scambiato per bagnino: ero smilzo, nero, con il cappello da marinaio. Mi chiesero quanto costava noleggiare il moscone. Risposi che potevo portarle gratis sul motoscafo».

Avete appena festeggiato le nozze d’oro. Coltivate ancora l’intimità talare?
«Quelli con Gelsa sono stati i 50 anni più belli della mia vita. L’attrazione sessuale è un’energia vitale che quando l’amore è vero non si spegne mai, ma si modifica. Non è solo amore fraterno, è qualcosa di unico. Il resto è privato».

L’innovazione che più l’ha sbalordita?
«Lo smartphone: utilissimo se si usa bene, ma disastroso per la socialità».
Una che le piace?
«Il computer. Lo ha Gelsa, è molto tecnologica. Bisogna dire la verità: lei è sì mia moglie, ma è anche la mia segretaria e la mia infermiera».
Ed è retribuita per tutti questi lavori?
«Certo. Con il mio amore».

Ricorda l’allunaggio?
«Ero in torrefazione. Ma mi colpì di più l’attentato alle Torri Gemelle».
Nel 1946 al referendum votò Monarchia o Repubblica?
«Il voto è segreto».
Sono passati 80 anni.
«Non glielo dico. Posso aggiungere solo che non mi è piaciuto il comportamento di Vittorio Emanuele III».
Il suo presidente della Repubblica preferito?
«Francesco Cossiga: non aveva paura di parlare da uomo civile invece che da politico, come tutti gli altri. Ora però mi chieda anche chi non mi è piaciuto».
Perbacco, chi è stato?
«Il partigiano...».
Cosa sono quelle medaglie incorniciate?
«Sono tutte della Massoneria. Ma ho anche due croci di guerra. Sono il massone più anziano della Liguria: ero il braccio destro del Gran Maestro generale Ennio Battelli, e poi di Armando Corona».
Come ha vissuto lo scandalo della P2?
«Una montatura della sinistra nei confronti di Forlani presidente del Consiglio».
La massoneria l’ha favorita nel lavoro?
«No».
Avete avuto figli?
«No. La guerra non ti fa venire voglia di metterli al mondo. E noi volevamo vivere felici, senza questa responsabilità».
Ha smesso di guidare?
«Sì, a 92 anni: mi sono accorto che la vista non era più perfetta. E poi avevo l’autista personale: mia moglie».
Ci pensa alla morte?
«La morte non esiste. La vita è eterna. Da un filo d’erba ne nasce un altro».