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 2026  febbraio 04 Mercoledì calendario

Il paradosso dell’Aquila, capitale della cultura incompiuta fra cantieri e polemiche

«Agrigento: il sindaco dona un tombino non asfaltato al sindaco dell’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026». La foto coi primi cittadini in giacca, cravatta e fascia tricolore è una fake di buontemponi, ma Pierluigi Biondi, che da otto anni guida la città abruzzese, non ha tanta voglia di riderne. Sa bene che dopo i rovesci d’immagine girgentini la destra non può permettersi altre polemiche. Gliel’ha raccomandato Giorgia Meloni, che in un’intervista a Luca Telese lui ha accostato ironico alla Madonna («Il mio futuro? Decideranno Nostro Signore e Nostra Signora») ma più ancora glielo impongono i cittadini. Che diciassette anni dopo il terremoto si chiedono se davvero non si potesse far di più. E fino a che punto i meriti (tanti: dalla Basilica di Collemaggio alla Chiesa di San Pietro) della ricostruzione finita e i ritardi (altrettanti) di quella incompiuta o mai avviata vadano attribuiti ai primi (sinistrorsi) o ai secondi (destrorsi) governi municipali. Con opposte letture, accuse, polemiche.
Certo, di tombini asfaltati per Mattarella qui non ce ne sono. Non solo perché il Presidente non ha potuto vedere il centro e ha inaugurato la capitale culturale alla Scuola della finanza di Coppito poiché il Teatro comunale dopo interminabili restauri non è ancora stato aperto (auguri) col dirottamento di attività teatrali e musicali al Ridotto. Ma anche perché il cuore della città è stato tutto pavimentato (sotto le bacchettate della Associazione Civico 99 per i costi e la scelta «non autoctona») con lastre di pietra d’Istria. Nulla rispetto alle polemiche roventi intorno alla smisurata pensilina di cemento e acciaio costruita per sostituire la precedente, molto meno impattante, e coprire l’accesso alle scale e all’ascensore che collegano Piazza del Duomo (ancora un cantiere: fine lavori nel 2028) al tunnel pedonale per il terminal-parcheggio Collemaggio.
«Diventerà una delle piazze più belle d’Italia», disse Biondi davanti alle ruspe. Gusti. «È come un viadotto autostradale», l’ha stroncato Italia nostra. «Orripilante» per Andrea Carandini. «Orribile» per Salvatore Settis. Il tutto tirato su prima (prima!) di riattivare l’ascensore per disabili e il tunnel con il tapis roulant, abbandonati da anni con una gara d’appalto nel ‘23 andata deserta. «Riaprirà nel 2025», promisero. Macché. All’ingresso, lato parking, c’è solo una scavatrice. Nel buio.
Né rasserena, per chi ama L’Aquila e fa il tifo per la sua rinascita, il cantiere del famoso ponte Belvedere. «Riaprirà a giorni», dichiarò a settembre 2009 Guido Bertolaso. È ancora lì. Dopo anni di tira e molla uno studio approfondito dell’Università, racconta l’ingegnere Dante Galeota, stabilì che il ponte «era sostanzialmente sano e non aveva avuto danni dal sisma. Solo un po’ di usura. Meno di due milioni di spesa ed era a posto. Lo dissi al sindaco vecchio e a quello nuovo. Ma volevano, dall’una e dall’altra parte, qualcosa di più “vistoso”. Un ponte strallato». Et voilà, nel 2020 la scelta di demolire. E il progetto d’un ponte «avveniristico» (sic) strallato. A ottobre ’23, la posa della prima pietra. Costo fissato: 4 milioni. Tempi dichiarati: «200 giorni di cantiere». Un anno. Ciao... E siamo già a sei milioni.
Tema: non era meglio, per la città ferita, aspettare di finire almeno il tunnel, il ponte, il teatro, il Duomo e altre cose prima di candidarsi a capitale della cultura? Pierluigi Biondi sorride: «La città è come una casa: se aspetti di andarci a vivere quando hai appeso l’ultima tendina non ci andrai mai». Quindi? «Questo è il bello: accettare la sfida. Come sprone a migliorare». Dice che no, non si è pentito affatto. Anche se, certo, non è facile. Tanto più che c’è tanto ancora da fare. E per certi versi rimpiange Silvio Berlusconi. Nonostante le case «vere, belle, eterne» si siano rivelate piene di magagne? «Mi disse: “Fai una bella montagna con le macerie, mettici su la terra e piantaci i fiori”. Risposi: “Preside’, non funziona esattamente così”. Sognava. Ma nessuno ha messo tanti soldi e tanto impegno come lui».
A proposito: quanti soldi? Per la sola ricostruzione dopo l’enorme sforzo per l’emergenza iniziale (quando furono tirate su migliaia di casette prefabbricate con «lo spumante in frigo e le lenzuola firmate» oggi degradate e a volte cannibalizzate) lo Stato ha messo almeno 10,4 miliardi del 2024, dice il Gran Sasso Science Institute. Più una parte dei 1.720 milioni di euro del fondo complementare Pnrr per le aree terremotate nell’Appennino centrale. Più altri finanziamenti di vario genere. Per un totale intorno ai 13 miliardi. Più o meno quanti per il terremoto in Friuli.Tanti? Pochi? Certo L’Aquila, coi suoi 72 mila abitanti per due terzi nel centro e gli altri sparsi in 52 frazioni, è stata la città (d’arte) più grande dopo Messina nel 1908 a venire devastata da un sisma. La ripartenza è stata dura. E ha cambiato il volto storico, urbanistico, umano ed economico del luogo. Dice Sviluppo territoriale e valorizzazione dei patrimoni locali dell’aquilano Giovanni Baiocchetti, docente allo Iulm, che su 22 mila lavoratori nel privato (7.500 sono dipendenti pubblici o parapubblici di cui 3.500 occupati nella scuola dall’asilo all’università) circa 7.000 vivono sull’edilizia. Molti. Tanto più rispetto al calo di abitanti: «A ricostruzione finita è presumibile ipotizzare che L’Aquila abbia una quantità di edifici nettamente superiore alle sue necessità». E dopo?
Ciò che è più amaro è che in diciassette anni non è stata riaperta, nella città capitale della cultura, manco una delle dieci scuole terremotate del 2009. Mai riaperto il liceo classico, mai lo scientifico, mai le medie, mai le elementari accanto a San Bernardino... Il sindaco rivendica: «Ho due bambini, so cosa vuol dire. Preferisco studino al sicuro in una scuola antisismica, anche se non in centro». Sarà... Ma non sono mancate le polemiche. Ad esempio sulla rinuncia agli isolatori antisismici (prima previsti, poi aboliti) di una materna a Pettino ma più ancora sulla «logica dell’espulsione» da parte del Comitato Scuole Sicure. Ostile in radice «all’idea che le scuole non debbano tornare nel centro storico. Una città senza scuole è una città svuotata di vita, relazioni e futuro».
Riuscirà la sfida L’Aquila 2026 ad accelerare i cantieri ancora aperti, a partire da quello per l’antica Torre Civica che ospita la mitica bolla del perdono di Celestino V ed è ancora a rischio, prigioniera delle impalcature? Se lo chiede anche la dirimpettaia più illustre in piazza, la statua di Sallustio. Imbracata da una selva di tubi Innocenti.