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 2026  febbraio 04 Mercoledì calendario

Trump e Petro, è l’ora del disgelo: «Andremo d’accordo, niente missili»

Ad un mese esatto dall’attacco Usa in Venezuela, concluso con la cattura di Nicolás Maduro, e dopo settimane di reciproci insulti, il tycoon e l’ex guerrigliero si sono finalmente incontrati. E si sono piaciuti. Donald Trump ha ricevuto ieri alla Casa Bianca l’omologo colombiano, Gustavo Petro. Il primo guida il Paese dove si consuma più cocaina al mondo, il secondo quello che ne produce di più. L’incontro a porte chiuse è finito dopo oltre due ore, con ampi sorrisi e due dediche firmate da Trump e subito postate su X da Petro: «Gustavo. Un grande onore. Amo la Colombia» e «Sei un grande». Il colombiano, compiaciuto, ha commentato, in spagnolo: «Cosa voleva dirmi? Non capisco molto bene l’inglese».
Due leader agli antipodi, per ideologia e formazione politica, ma uniti dal carattere imprevedibile e da una retorica spesso senza freni che li ha spinti sull’orlo della crisi diplomatica. Fino all’anatema lanciato da Trump solo poche settimane fa: «La Colombia è guidata da un uomo malato che ama fare cocaina e venderla agli Stati Uniti. Non lo farà ancora per molto». Ieri, nel loro primo faccia a faccia, la musica è cambiata. Sul tavolo, la lotta al traffico di droga e al riciclaggio, il petrolio e l’energia pulita, ma anche la gestione del confine tra Colombia e Venezuela, il regno di guerriglia e narcos.
Petro si è presentato all’appuntamento con tre doni: cioccolato, caffè e l’estradizione del boss Andres Felipe Marin Silva, detto «Pipe Tulua». Oltre alla lista di quanto Bogotà ha fatto dal 2022 a oggi: 2.840.685 kg di cocaina sequestrati, 18.135 laboratori distrutti e, da ultimo, la ripresa delle fumigazioni aeree con glifosato, pratica abbandonata dal 2015 per i danni a salute e ambiente. Dopo il bilaterale, Trump ha detto nello Studio Ovale: «Non eravamo esattamente i migliori amici, ma siamo andati molto d’accordo. E stiamo lavorando su questo. Stiamo lavorando anche su altre questioni, comprese le sanzioni, penso sia una persona fantastica». Anche Petro s’è detto ottimista: «Mi piacciono i gringos franchi; siamo molto diversi, ma la franchezza viene prima di tutto... C’è un ponte comune tra America Latina e Stati Uniti: la Libertà, e se manteniamo quel ponte non ci saranno né bombe né missili». A maggio in Colombia si terranno le presidenziali. Petro non può ricandidarsi ma vuole uscire di scena a testa alta, evitando lo stigma di «persona indesiderata» negli Usa, dove a settembre gli è stato revocato il visto.
La nuova «pax americana» nel continente passa dal Venezuela, dove ieri si sono svolte varie manifestazioni per la libertà dei detenuti politici e dove sono ormai pubblici gli incontri fra la neo-presidente Delcy Rodríguez, ex vice di Maduro, e l’incaricata d’affari degli Stati Uniti, Laura Dogu, che ha ribadito di lavorare per la «transizione» economica e democratica. Anche la leader dell’opposizione María Corina Machado si è detta pronta a parlare con Rodríguez, pur ribadendo che a Caracas «governa ancora una mafia». Quella che il figlio di Maduro, in una lettera al padre in carcere, definisce «la tua squadra», che «costruisce il sogno di sovranità e dignità».
I riflettori si stanno però rapidamente spostando su Cuba, privata delle forniture petrolifere dal Venezuela, assediata da sanzioni e black out, ormai sul baratro di un collasso energetico. «È una nazione fallita», dice Trump. Dopo aver minacciato dazi contro i Paesi che inviano petrolio verso l’isola, il tycoon ha affermato che il Messico ha già smesso di farlo e ha ribadito l’avvio di negoziati ad alto livello con l’Avana. Il viceministro degli Esteri cubano nega, pur ammettendo colloqui informali «su migrazione e narcotraffico». Intanto, cresce la pressione per un’amnistia, sulla scia di Nicaragua e Venezuela. Una petizione con oltre 200 firme chiede la liberazione di «oltre mille persone incarcerate per motivi politici».