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 2026  febbraio 04 Mercoledì calendario

Atomiche senza regole

Ottantacinque secondi alla mezzanotte. Martedì scorso il Bulletin of the Atomic Scientists ha di nuovo avanzato le lancette del suo metaforico Doomsday Clock, l’orologio dell’Apocalisse, che da decenni segnala la vicinanza a una catastrofe nucleare globale. Non è un’esagerazione. Domani scade infatti il New Start, il Trattato per la limitazione delle armi strategiche tra Stati Uniti e Russia, che dal 2010 fissa a 1550 il numero massimo di testate atomiche schierate da ognuna delle due superpotenze su sottomarini, missili intercontinentali basati a terra e bombardieri. Era l’ultimo simulacro di un’epoca al tramonto.
Per la prima volta dopo oltre mezzo secolo, il mondo non avrà più alcun meccanismo di freno e controllo sulla proliferazione degli arsenali nucleari. Cessa la grande illusione di un Pianeta senz’armi atomiche, iniziata nel 1967 con i colloqui Salt tra Mosca e Washington, proseguita con gli accordi Start I e II, e culminata nel New Start, firmato a Praga sedici anni fa da Barack Obama e Dmitrij Medvedev, allora presidente della Russia, su temporanea concessione putiniana. In mezzo, non meno importante, ci fu il Trattato Inf, sottoscritto nel 1987 a Washington da Ronald Reagan e Michail Gorbaciov, primo e unico nella Storia a eliminare fisicamente un’intera classe di ordigni atomici, quelli di raggio compreso tra 500 e 5000 chilometri, meglio conosciuti come euromissili.
La cosa più straordinaria di questi cinquantotto anni è stata l’idea condivisa che avere meno armi atomiche sulla Terra fosse una buona cosa. Superata la bulimia nucleare degli Anni Cinquanta e Sessanta e dopo aver più volte guardato in faccia l’abisso, rischiando la guerra totale come durante la crisi dei missili a Cuba nel 1962, le due maggiori potenze capirono che la dottrina Mad (Mutual Assured Destruction), la distruzione reciproca assicurata, funzionava ma comportava rischi enormi. La strada erano i negoziati, proseguiti anche dopo la fine della Guerra Fredda e la caduta dell’Unione Sovietica. I risultati sono stati innegabili: c’erano ancora oltre 70 mila testate nucleari nel 1986 negli arsenali mondiali, contro le 12500 di oggi.
Ora però, con la scadenza senza rinnovo del New Start, la minaccia nucleare è di ritorno, con gli interessi. È stata l’invasione russa dell’Ucraina a rimetterla al centro della politica mondiale. Sin dall’inizio, Vladimir Putin ha ammonito l’Occidente a stare alla larga, agitando lo spettro dell’arma assoluta. C’è stato un momento, nel 2022, in cui l’intelligence Usa ha fissato al 50% la possibilità che la Russia usasse armi nucleari tattiche sul campo.
Il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, che in campagna aveva annunciato di voler «denuclearizzare» o quanto meno ridurre le armi atomiche se anche Mosca era disposta a fare altrettanto, aveva fatto sperare in una ripresa del processo negoziale sul rinnovo del New Start, interrotto da Putin dopo l’inizio del conflitto. È andata diversamente. Trump ha ridotto al lumicino la squadra dei diplomatici del Dipartimento di Stato impegnati sul dossier nucleare, licenziandone gran parte. E mentre Putin celebrava con i suoi generali il successo dei test di nuove e micidiali «Wunderwaffe», per tutte il missile sottomarino Poseidon che esplode a poca distanza dalle coste provocando uno tsunami, il capo della Casa Bianca ha annunciato di aver deciso la ripresa dei test nucleari, ponendo così fine a una moratoria osservata dagli Usa per più di trent’anni.
Ma non ci sono solo Stati Uniti e Russia a mandare in aria l’equazione strategica. Sin dal 2020 la Cina ha più che raddoppiato il suo arsenale, dotandosi di 600 testate nucleari, destinate a diventare 1000 entro il 2035. Di più, un impetuoso processo di modernizzazione, e in alcuni casi di espansione degli ordigni atomici, è in corso negli altri sei Paesi che ufficialmente li posseggono: Regno Unito, Francia, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord.
Ci sono altri fattori a rendere questo build up infinitamente più pericoloso di quello della Guerra Fredda, quando il quasi monopolio atomico russo-americano viaggiava dentro procedure collaudate di comunicazione segreta anche nei momenti di maggior tensione. Il primo è la minaccia crescente di una proliferazione incontrollata. L’attacco di una potenza nucleare (la Russia) contro una non nucleare (l’Ucraina) e l’atteggiamento ambiguo e imprevedibile dell’Amministrazione Trump verso gli alleati, hanno infatti messo l’ipotesi di dotarsi di armi atomiche nell’agenda di molte nazioni: Arabia Saudita, Corea del Sud, Giappone, Polonia e perfino la Germania hanno iniziato quantomeno a discuterne. Quanto all’Iran, è da decenni che ci prova. Il secondo è l’avvento dell’Intelligenza artificiale, che renderà più facile per chi la ottiene – Stati o attori non statali – costruire armi di distruzione di massa. Mentre quelle esistenti sono più esposte al rischio di attacchi informatici.
La fine del New Start è il catalizzatore che deve allarmarci tutti, come perfino Mosca, per bocca del falco ed ex presidente Medvedev, mette in guardia. Putin aveva offerto di estenderlo per un altro anno, ma solo per la parte riguardante il tetto delle testate, senza quindi riprendere le verifiche intrusive, che sono la vera forza dell’accordo e ne garantiscono il rispetto. Trump ha ignorato la proposta, senza però rilanciare, perché sostiene che ogni nuova trattativa dovrebbe coinvolgere la Cina, che invece oppone un rifiuto categorico. «Se scade, scade, ne faremo uno migliore», ha detto il presidente americano al New York Times. Purtroppo, nel caso delle armi atomiche, la Storia ci insegna che il meglio è sempre nemico del bene.