ilmessaggero.it, 3 febbraio 2026
Il Giappone scopre un tesoro sotto il mare
Il Giappone trova un tesoro in casa che gli servirà per fare un grande passo in avanti dal punto di vista economico. Alcuni ricercatori hanno estratto sedimenti ricchi di metalli critici (le cosiddette terre rare) a una profondità record di circa 5.600 metri, nelle acque intorno a Minami Torishima, piccola isola situata nel Pacifico, a sud-est del Paese.
Secondo i media locali, la missione, condotta dalla nave da ricerca Chikyu dell’Agenzia giapponese per la scienza marina, rappresenta il primo tentativo al mondo di campionamento a tali profondità entro la propria zona economica esclusiva.
L’operazione assume una notevole rilevanza geopolitica, visto che la Cina, che controlla il 92% della raffinazione globale di terre rare, ha recentemente posto un embargo all’esportazione di questi materiali verso Tokyo, in seguito alle dichiarazioni della premier Sanae Takaichi riguardo la salvaguardia di Taiwan.
Le riserve stimate attorno al piccolo atollo equivalgono a oltre 16 milioni di tonnellate, e includono buone quantità di disprosio, un elemento chimico utile nel settore militare e aerospaziale, che prende il suo nome dal greco dysprósitos, che per l’appunto significa “difficile da ottenere”; e di ittrio, fondamentale per la costruzione degli schermi di TV e smartphone e in alcuni componenti ottici avanzati.
«Un risultato significativo per la sicurezza economica e lo sviluppo marittimo», ha commentato il portavoce governativo Kei Sato. Ora, il Giappone prepara un test su scala maggiore previsto tra un anno esatto, con l’obiettivo di estrarre 350 tonnellate giornaliere di sedimenti. Successivamente, entro marzo 2028, il governo deciderà se avviare una produzione stabile.
Tuttavia, secondo gli analisti permangono alcuni logistico-economici: i costi di estrazione sono molto alti, e i tempi di trasporto da un’area così remota sono lunghi. Inoltre, gli ambientalisti avvertono sui rischi per gli ecosistemi marini, esortando l’Autorità internazionale a istituire una regolamentazione globale per gestire le attività estrattive, vista la volontà di molti Paesi a volersi staccare dai canali di approvvigionamento cinesi.