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 2026  febbraio 03 Martedì calendario

Roland Fischnaller: «A 45 anni inseguo il primo podio Poi mi ritiro nel mio maso sulle Alpi»

Surfare sul manto candido a bordo di una tavola allunga la vita e rende felici. Così a 45 anni e mezzo Roland Fischnaller è capace di vincere contro avversari che, quando lui ha cominciato con lo snowboard, non erano ancora nati.
Roland, qual è il segreto della sua longevità?
«Nessuno. Da giovane desideravo tre cose: una bella macchina, una bella moglie e i capelli lunghissimi. Sui primi due aspetti ci ho preso, sul terzo purtroppo no. Mi sono allenato duramente e ho avuto la fortuna di militare in una squadra competitiva».
Domenica a Livigno celebrerà la sua settima partecipazione ai Giochi d’inverno. Lo sa che nessuno in Italia è stato capace di tanto?
«Ormai la cosa è diventata di dominio pubblico pure sui Social, strumenti che maneggio poco. Mi fa piacere, ma ci rimango anche un po’ male».
Perché questo record la fa sentire vecchio?
«Macché, semplicemente perché per arrivare a sette gare olimpiche ho impiegato 24 anni, mentre uno del biathlon o del pattinaggio velocità in una sola edizione fa anche cinque o sei gare. Non è giusto che noi dello snowboard alpino abbiamo solo una carta da medaglia».
Non le pare che i colleghi delle specialità acrobatiche vi abbiano rubato la scena?
«Non ce l’ho con gli atleti, semmai sono contro le lobby americane che hanno spinto troppo su big air, slopestyle e halfpipe. Spero però che ai Giochi francesi ci possano essere anche lo slalom parallelo e la prova a squadre mista».
Però lei nel 2030 non gareggerà.
«Infatti, questa sarà la mia ultima stagione completa. Poi mi ritirerò nel mio maso ai 1700 metri della Val di Funes e lì con moglie e figli condurrò un agriturismo».
Nessuna possibilità di ripensamento?
«No, però siccome sono il campione del mondo in carica, mi piacerebbe regalarmi un’ultima uscita agonistica l’anno prossimo ai Mondiali di Montafon in Austria, dove potrò gareggiare senza rubare il pettorale ad alcun compagno».
Ha vinto tutto tranne la medaglia olimpica. Avverte la pressione dell’ultima missione?
«Vorrei godermi l’esperienza e divertirmi, ma non posso negare le ambizioni da podio, perché i risultati stagionali mi hanno galvanizzato, nonostante gli infortuni».
Quel che stupisce è che lei sia più performante oggi che dieci anni fa.
«L’anno scorso ho conquistato la medaglia d’oro al Mondiale a St. Moritz a 44 anni e mezzo, nella gara più bella della carriera. Quest’anno, nonostante il problema alla caviglia, ho vinto tre volte in Coppa. L’Olimpiade in casa è stata una molla importante, ci tenevo a esserci dopo che anche a Torino avevo vissuto l’emozione dei Giochi casalinghi».
In realtà lei aveva già timbrato il cartellino a Salt Lake City 2002.
«Fu un’emozione fortissima, ancora oggi conservo le immagini dell’ingresso nel villaggio».
Più forte ancora di Torino?
«L’esordio non si dimentica mai. Nel 2006 col senno di poi fummo troppo ospitali con gli altri, facendoli allenare sulla pista di gara, anche a nostro discapito».
E di Vancouver 2010 cosa ricorda?
«I Giochi condizionati dalla pioggia e il tracciato salatissimo».
Sochi 2014?
«Giochi dolorosi, perché mia moglie era incinta e perdemmo il bambino al quinto mese».
Pyeongchang 2018?
«I Giochi dell’amarezza, perché ho mancato il podio solo per via del percorso meno veloce».
Pechino 2022?
«Bruttissima. Eravamo marionette della macchina organizzativa, messa in piedi solo per salvare i soldi dei diritti tv. Senza spettatori non esistono i Giochi. Quel quarto posto mi ha dato però la forza per rimettersi in marcia verso Milano Cortina».
A Livigno per fare scopa, calando il settebello sul tappeto bianco.