il Fatto Quotidiano, 3 febbraio 2026
I Giochi Olimpici a “costo zero”? Un conto fino a 7 miliardi
Il mito del genio italiano che arriva all’ultimo minuto, ma riesce sempre a organizzare grandi eventi come è accaduto con Expo 2015, trova una fragorosa e definitiva confutazione nelle Olimpiadi Milano Cortina 2026 che vanno a incominciare. Mentre i lavori all’Arena Santa Giulia saranno ultimati solo il 5 febbraio, a Cortina la neve maschera pietosamente il cantiere che circonda la pista da bob. Intanto la cabinovia di Socrepes è diventata un’incompiuta pesante, perché ha fatto litigare Simico, la società del ministero delle Infrastrutture, con la Fondazione presieduta da Giovanni Malagò, che per evitare il caos del traffico, quando a Cortina arriverà il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha chiesto di chiudere le scuole per tre giorni.
Per quanto problematiche, non si tratta che di spigolature all’interno di un quadro molto più ampio di un fallimento strutturale evidenziato dai troppi soldi spesi e dai tempi di esecuzione clamorosamente non rispettati. Per l’organizzazione delle Olimpiadi annunciate “a costo zero” se ne andranno 2 miliardi, mentre 4-5 miliardi saranno ingoiati da nuove infrastrutture, anche se nel dossier di candidatura non erano ritenute “necessarie”.
La dimostrazione del flop è contenuta nell’ultimo aggiornamento del piano delle opere infrastrutturali che Simico ha licenziato il 26 gennaio, confermando una verità desolante. Delle 98 opere previste dal Piano olimpico, soltanto 40 (pari al 40,8 per cento), saranno pronte per i Giochi, mentre 58 (59,2 per cento) arriveranno in ritardo o non sono state nemmeno progettate.
Il quadro di 4 opere su 10 pronte è ancora più allarmante se si considera la spesa di 3 miliardi 550 milioni di euro indicata, che è comunque inferiore rispetto all’esborso totale di soldi pubblici che si aggira sui cinque miliardi. Le 40 opere realizzate (quasi tutte relative agli impianti sportivi) valgono 783 milioni di euro, pari a un misero 22,08 per cento. Appena un quinto della spesa totale. È impressionante come le 58 incompiute abbiano un valore incredibile di 2 miliardi 766 milioni di euro, equivalenti al 77,92 per cento del totale. Se aggiungiamo un incremento di 165 milioni di spesa già previsto per le varianti di Cortina e di Longarone, in provincia di Belluno, la spesa complessiva raggiunge i 3 miliardi 715 milioni di euro, per quattro quinti fermi alle gare di appalto, ai progetti non completati o ai cantieri ancora aperti. In realtà lo scorso aprile il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, Matteo Salvini, ha indicato un valore del piano di 3,9 miliardi, a cui vanno aggiunti circa 500 milioni del piano Lombardia, e altri fiumi di denaro spesi da Alto Adige, Trentino e Veneto.
Il dossier di Simico contiene qualche bugia. Ad esempio che il parcheggio interrato del Mottolino a Livigno (36 milioni di euro e sospetti di infiltrazioni mafiose) sia ultimato, oppure che i lavori della cabinovia di Socrepes siano finiti alla data dell’1 febbraio 2026. Ci sono nuovi costi infilati nella contabilità, come la pista da bob di Cortina la cui spesa totale raggiunge a sorpresa i 133,6 milioni di euro (inizialmente erano 47 milioni), per un ritocco di due milioni e mezzo di euro nelle ultime settimane. Incredibilmente, 10 opere su 98 escono dai radar della programmazione, non risultando disponibile la data di avvio o conclusione dei lavori. Non si tratta di bruscolini, ma di strade ed edifici per 266 milioni di euro, con quattro opere per 147 milioni di euro la cui lavorazione viene rinviata sine die, nonostante le scadenze fossero previste nel 2027-2028. Anche per questo governo e parlamento hanno garantito a Simico una vita eterna, fino al dicembre 2033.
L’escalation dei costi è stata impressionante. Nel 2019 si ipotizzò di costruire solo due opere sportive nuove (il Villaggio Olimpico di Milano e l’Arena Santa Giulia), a carico di privati, salvo poi scoprire extracosti a carico della finanza pubblica per un centinaio di milioni. Tutte le altre erano esistenti o abbisognavano di modeste ristrutturazioni. Infatti, il piano di interventi pubblici sportivi fu quantificato in 204 milioni di euro, salvo poi crescere fino a 945 milioni. Quattro volte tanto. Qualche esempio? Per il biathlon ad Anterselva i 4,7 milioni di euro sono diventati 55 milioni, undici volte tanto. Lo stadio di Cortina è cresciuto da 7,6 a 20 milioni di euro. A Bormio si è passati da 7 a 78 milioni di euro. A Livigno nevicheranno 160 milioni di euro, a fronte dai 20,7 milioni preventivati. A Verona, per rendere accessibile l’Arena era indicato un milione di euro, spenderanno 20,6 milioni, ma l’anfiteatro sarà completamente a misura di atleti paralimpici solo quando le Olimpiadi saranno un ricordo.
L’apoteosi della spesa è stata raggiunta con l’assalto alla diligenza di amministratori locali, Regioni e province autonome. Il piano delle opere pubbliche da 3,9 milioni di euro, come ha ammesso candidamente il ministro Abodi, è stato dettato “dalla consuetudine del nostro Paese di pianificare le opere complementari solo perché c’è un grande evento sportivo”. Solo così si spiega l’esplosione di progetti faraonici, che poco hanno a vedere con le Olimpiadi. La variante di Vercurago (Lecco) costerà 310 milioni di euro e sarà pronta nel 2033. La variante di Cortina da 677 milioni di euro, in buona parte non finanziata, è annunciata per il 2032. La Variante di Trescore Entratico (Bergamo) da 271 milioni è prevista per il 2030. Della variante di Longarone da 481 milioni di euro è stata appena bandita la gara, quindi la conclusione entro il 2029 appare molto improbabile.
Alla luce di questi numeri, come dar torto alla allora sindaca Virginia Raggi che nel 2016 sulla base di uno studio dell’università di Oxford bloccò la candidatura di Roma 2024, considerandola un salasso economico? Oppure a Chiara Appendino che a Torino abbandonò il piano da 2,1 miliardi di euro (di cui 959 milioni per infrastrutture) quando spuntò la cordata di Lombardia, Veneto, Trento e Bolzano (le prime tre a trazione leghista)? I capisaldi della rigenerazione urbana e del contenimento dei costi le apparvero impossibili.
Attilio Fontana, Luca Zaia, Maurizio Fugatti e Arno Kompascher si fecero avanti. E vinsero i biglietti della grande riffa.