La Stampa, 3 febbraio 2026
Intervista a Chiara Muti
Nella sala prove sotterranea del Teatro Regio di Torino sembra un folletto dall’accento romagnolo Chiara Muti, classe 1973, nata a Firenze, cresciuta a Ravenna, una vita tra Parigi, i Pirenei e i palcoscenici del mondo. Regista in scena, quasi attrice, del prossimo Macbeth di Verdi con direttore d’orchestra il padre Riccardo Muti.
Come si è appassionata al teatro?
«Nel 1981 ebbi la possibilità di vedere le prove della regia di Strehler de Le nozze di Figaro di Mozart con l’orchestra della Scala diretta da mio padre. Fu un colpo di fulmine che mi portò dalla passione per la musica a quella per il teatro a tutto tondo, quindi a iscrivermi alla scuola del Piccolo».
Che ricordo ha di Strehler?
«Era un regista d’opera anche quando si occupava di prosa. Creava un viaggio sonoro dai tempi sempre rispettati, basta vedere il suo Goldoni. Un direttore d’orchestra mancato, non a caso un ex violinista».
Che persona era?
«Fantastica, anche se la sua asprezza non supererebbe il perbenismo attuale. Metteva le mani nella carne degli attori, ci recitava accanto per modellarci, si vestiva di nero come un’ombra che a un tratto ci entrava dentro. Lavorava sui personaggi, sui rapporti tra di loro, sugli sguardi e sui non detti. Del resto il lavoro del regista è tirar fuori ciò che si nasconde tra le righe, come il musicista cerca ciò che sta tra le note».
E Ronconi?
«Un altro grande regista dalle visioni incredibili, come nella Lodoiska, ma con un rapporto diverso con il testo. Il mio maestro è stato Strehler. Poi Valeria Moriconi, con la cui compagnia provai la vita teatrale: la più grande attrice italiana con Franca Nuti. Anche il belga Micha van Hoecke è stato un regista fondamentale del mio percorso».
Perché da attrice è diventata regista?
«Strehler faceva l’attore, Ronconi pure. Il percorso di un attore con una visione complessiva porta alla regia. Continuo a fare l’attrice per testi che scrivo, come L’enfant oublié».
E poi fa la regista di suo padre in qualche modo…
«Mi ha chiamato lui per la Sancta Susanna e non pensavo di essere pronta, ma lui aveva capito che il mio lavoro poteva sfociare nella regia d’opera».
Come si era posto con lei fino ad allora?
«Mi ha sempre lasciato libera. I miei fratelli hanno studiato Architettura e Legge. Mi ha fatto innamorare indirettamente del teatro. Dopo Sancta Susanna abbiamo lavorato a Così fan tutte, Don Giovanni e Manon Lescaut. Sono contentissima di tornare a farlo con Macbeth. Riprenderemo anche Don Giovanni in Giappone».
Un suo pregio che ha scoperto lavorandoci?
«È vero e umile. Può sembrare altezzoso, in realtà è solo esigente. Ancora oggi arriva preparatissimo. Se deve rifare Macbeth per l’ennesima volta lo ricomincia da zero approfondendo. Questo è il suo insegnamento».
C’è qualcosa di lui che la fa impazzire?
«No, è un oratore incredibile e un difensore della cultura italiana. Il suo amore per Verdi, Palestrina e il repertorio italiano ne ha fatto un simbolo contro il provincialismo».
Perché Macbeth ora?
«Con il sovrintendente Jouvin abbiamo pensato che si adattasse bene alla stagione del Regio. Shakespeare è sempre attuale, Verdi lo adorava: anche tradotto, attraverso i miti storici entra nel succo dell’umano. La modernità di Macbeth è il dramma dell’antitesi per cui ciò che sembra luce è ombra e viceversa, come sussurrano le streghe all’inizio. Viviamo una fase di capovolgimento dei valori e di caos dentro di noi. Macbeth si perde per presunzione e per onnipotenza».
Ricorda Trump?
«Macbeth sembra un leader contemporaneo, anche se ho voluto rimanere nel mondo dell’anno mille in Scozia come prescritto da Verdi. Di base è un uomo buono che si perde. Commette un omicidio per diventare re e si sente in colpa. L’attualità non è in un costume diverso, ma in questo succo. Nella scenografia vediamo tutto attraverso un occhio fisso che non riesce a dormire, siamo dentro al cervello in ebollizione di Macbeth».
La preoccupa quello che succede nel mondo?
«Certo, dagli Usa all’Iran, mi inquieta la perdita di valori e di punti di riferimento sostanziali e formali. La maschera che Macbeth cerca di tenere fino a quando diventa re è caduta. Viene meno l’idea di un mondo che progredisca e si torna alla barbarie».
Lady Macbeth, che lei ha interpretato in passato al fianco di Raoul Bova, che ruolo ha qui?
«Ero molto giovane. Lei è la degna sposa di Macbeth e lo spinge verso qualcosa che in fondo lui brama. In Shakespeare c’è una modernità del rapporto tra i due personaggi che Verdi coglie nell’Ottocento prima della psicoanalisi».
Qual è la sua attualità?
«Quella di due coniugi che si spalleggiano per raggiungere un obiettivo che non appartiene loro né per morale né per statura. Se Macbeth avesse avuto un’altra donna si sarebbe salvato. Lei è materia delle streghe, che sussurrano a lui che potrebbe diventare re, e lo spinge ad accelerare».
Oggi come trova i rapporti uomo-donna?
«Già nel testo di Shakespeare c’è l’antitesi per cui Lady Macbeth diventa la donna-uomo attiva e castratrice, che sovrasta e infantilizza il protagonista. È una coppia sterile di luce e generatrice di morte. La confusione inizia dalle streghe che non sono né donne né uomini, ma spiriti sfuggenti e inclassificabili, dunque disturbanti. Oggi ognuno dovrebbe cercare la pace senza pretendere nulla dagli altri. Quando non ci si accetta iniziano i problemi col prossimo».
Il teatro aiuta a trovare la pace?
«Fa riflettere. Ogni frase di Shakespeare può essere interpretata in modi diversi. Per questo è un classico che verrà sempre rifatto. Insegna ad ascoltare. I monologanti a teatro si perdono. Viviamo in un tempo in cui tutti parlano e nessuno ascolta. Il teatro invece è uno scambio di battute, come una partita di tennis».
Come vede la Francia e l’Italia?
«Sono due Paesi con problemi molto simili, anche nel mondo dello spettacolo. Per la Francia sono monarchica: vorrei ridarle il re, tanto hanno un presidente che fa il sovrano. Sull’Italia non mi esprimo. Di base sono liberale, il problema è che bisogna fare i conti con la violenza del mondo attuale. Non credo nella figura dell’intellettuale impegnato, ma in chi studia per trovare messaggi universali».
Cosa pensa del caso Venezi?
«Non parlo dei colleghi».
Che vita fa in Francia?
«Passo molto tempo in campagna ai piedi dei Pirenei. Mio marito pianista suona il piano nello studio, io leggo e ascolto opere in biblioteca e nostra figlia dal piano di sotto ci grida: “Devo fare i compiti”. Abbiamo dato anche dei nomi alle querce del bosco, la mia preferita si chiama Marie Antoinette. Mia figlia fa il liceo lì, studia, anche se ha spesso lo smartphone in mano. Un vero strumento demoniaco, non a caso usai tanti schermi nel mio Guillaume Tell alla Scala. La battaglia che tutti i genitori dovrebbero fare con i figli è meno smartphone e più libri».
Il suo testo di Shakespeare preferito?
«Misura per misura».
L’autore preferito?
«Mozart, sto preparando La clemenza di Tito e leggendo l’epistolario della sua famiglia. Il mio privilegio è essere pagata per interessarmi dei grandi della Storia».