La Stampa, 3 febbraio 2026
Intervista a Enzo Iacchetti
A 73 anni «fermarsi sarebbe un dispetto alla vita». E così, Enzo Iacchetti corre. Non fa vacanze («al massimo quattro giorni l’anno»), inanella spettacoli teatrali, dà alle stampe la sua autobiografia 25 minuti di felicità e con il sodale Ezio Greggio ha accettato la sfida di condurre ogni giovedì su Canale 5, eccezionalmente in prima serata, Striscia la notizia. Non si nega nulla, né vittorie né rischi, abbraccia tutto persino quel nuovo appellativo – nonno – che fino a poco tempo fa aveva tanto temuto. «A fine gennaio è nata la mia nipotina, Penelope. Quando l’ho presa tra le braccia ho pensato: cos’è sta roba?», racconta con divertito orgoglio, «ora dovrò abituarmi a sentirmi chiamare nonno: due “no” di fila con una n in mezzo rafforzativa. Ho detto tutto…».
Sente che la vita le sta sfuggendo dalle mani?
«A 30 anni ti senti invincibile, da anziano diventi più razionale. Tante volte mi viene malinconia ripensando a quel ragazzo di 16 anni, con la chitarra in mano, che sperava in un mondo libero, pieno di fiori, di amicizia e di amore. Un sogno che non si è realizzato. Sono arrivato a 73 anni e mi basta un tg per intristirmi e sprofondare nel pessimismo. Però tenendo in braccio Penelope e guardando all’entusiasmo di mio figlio, che crede ancora nella vita al punto di donarla a un’altra creatura, ritrovo la forza di combattere. Per loro, sì, posso ancora lottare».
Proprio lei che, per copione, le prende sempre?
«È il mio destino artistico – con Ezio sono io la vittima – e anche esistenziale. Sono un mezzano: il secondo di tre figli. Patire è il nostro destino».
Qual è stata la fatica maggiore?
«Il rapporto con papà. Io ero un hippie, un figlio dei fiori che non si drogava (mai fumato in vita mia) ma aveva i capelli lunghi, la barba e sempre una chitarra in mano. Amavo la musica e sognavo il mondo dello spettacolo. Lui non approvava: mi nascondeva addirittura i dischi e si rifiutava di mandarmi al conservatorio. Secondo lui dovevo lavorare in banca e mettere su famiglia. Per un po’ gli rispondevo, poi smisi del tutto di parlargli. Un giorno lui morì improvvisamente e i sensi di colpa mi travolsero. Non l’avevo nemmeno salutato».
Quando è riuscito a perdonarsi?
«Solo adesso, scrivendo il libro 25 minuti di felicità. Ho immaginato di dialogare con lui: “Vedi papà? Ce l’ho fatta senza prendere nessuna delle scorciatoie che tu immaginavi. Forse avevo un talento che non vedevi”. Il mio errore è stato non comprendere il suo mondo. Lui era un ciabattino, di strada, che si era innamorato di una figlia di pastori e doveva sfamare tre figli. Giustamente insisteva che noi lavorassimo per contribuire al sostentamento della famiglia».
Perché per lei era così importante suonare o recitare?
«Il palco è stato un incontro terapeutico. Ero un bambino che non parlava. Poi a nove anni ho messo un piede a teatro e qualcosa si è sciolto. L’applauso delle persone, i loro sguardi puntati su di me, i sorrisi… ho provato una tale gioia che mi sono detto: voglio fare questo. Non è stato facile: la gavetta è iniziata a 16 anni, ed è finita a 39 anni. Ma ne è valsa la pena. Ho ottenuto molto più di quello che potessi immaginare».
Da lì in poi è stato tutto in discesa?
«No. La malinconia è la grande compagna di tutti gli attori comici. Il successo poi è una brutta bestia: può darti alla testa. Quando Striscia debuttò io e Greggio facevamo 12 milioni di spettatori, con punte di 16 milioni. La mia fortuna è stata arrivarci da grande, quasi 40enne, con le spalle abbastanza larghe per gestire la fama. Ma le difficoltà restano. Oggi quella più grande è rapportarsi con i bugiardi e con le persone che ti vogliono fare del male. È sufficiente non accettare di dare corda alla falsità per ricevere valangate di letame».
Si riferisce alla puntata di “È sempre Cartabianca” su Gaza?
«Sì. Sapevo di espormi obiettando alle falsità di Eyal Mizrahi ma non potevo fare a meno di difendere le migliaia di bambini uccisi a Gaza. Alla richiesta “definisca bambini” sono tornato il giovane testa calda degli anni 70, anche se chiaramente non lo avrei mai aspettato davvero sotto casa. Il giorno dopo mi ha spiazzato vedere la mia faccia sugli striscione dei cortei, così come apprendere che quest’anno la redazione di Striscia è stata sommersa da centinaia di messaggi di insulti (peraltro sgrammaticati) su di me. Evidentemente Striscia dà fastidio e, per liberarsene, qualcuno ha preso di mira il più debole. Online è addirittura nato il movimento “Iacchetti? No grazie”».
Si è parlato anche di una sua discesa in politica. Un’ipotesi plausibile?
«Non ci penso proprio: ho tournée fino al 2029. Inoltre la sinistra non si è mai fatta sentire: nessuno mi ha scritto un messaggio di solidarietà dopo la puntata a Cartabianca. È preoccupante perché se non siamo solidali lasceremo lo spazio solo ai dittatori».
Striscia ha esordito molto bene, per poi calare in ascolti. C’è da festeggiare o da lavorare?
«Il calo era da mettere in conto. Il pubblico deve abituarsi a questa nuova formula che unisce il varietà (la band, gli ospiti, ben sei veline) con i servizi molto duri. Stiamo sperimentando per ottenere la formula giusta e, come ha detto Ricci, prevediamo di trovarla per la quarta puntata. Sui social andiamo molto bene. Il fuorionda in cui scherzo con le sarte che hanno occhi solo per Gabriel Garko, ospite della seconda puntata, ha ottenuto oltre 7 milioni di visualizzazioni. Mentre l’esperimento sociale di Valerio Staffelli ha superato i 9 milioni».
Anziché a Raoul Bova o Fabrizio Corona, avete dato il tapiro a Fiorello e Checco Zalone. La ricerca spasmodica degli ascolti non vi avrà ammansiti?
«I tapiri li decide Staffelli, a seconda di dove riesce ad andare. Però, a occhio, direi che Antonio Ricci non ha mai guardato in faccia a nessuno e non credo sia cambiato adesso. Inoltre i nostri servizi sono molto scomodi, tanto che Luca Abete rischia spesso la vita».
In compenso tanti volti della tv vi hanno dato man forte: da Maria De Filippi ad Alex del Piero. Striscia è prima di tutto una grande famiglia?
«Lo è sempre stata e continuiamo a esserlo».
Su 38 edizioni, ne ha fatte 32 insieme a Greggio. È vero, come ha raccontato Ezio, che la prima volta che vi siete conosciuti lei si è inginocchiato e gli ha baciato le caviglie?
«Onestamente non me lo ricordo. Ero giovane e senza olfatto? Battuta a parte, sicuramente ero incredulo. Venivo dal Maurizio Costanzo Show: la mia comfort zone. Quando mi telefonarono per propormi un programma così diverso come Striscia la notizia avevo pensato di essere finito su Scherzi a parte. Durante l’incontro con Greggio ho passato tutto il tempo a cercare, con lo sguardo, le telecamere nascoste tra le piante».
Greggio è famoso per i suoi scherzi, anche pesanti. Non ha mai restituito la stessa moneta?
«Non ne sono capace. Appena vedo che la vittima di turno ci rimane male, gli dico subito che è uno scherzo. È più forte di me».