Robinson, 1 febbraio 2026
Intervista da Lidia Ravera
Lidia Ravera, quanto ha venduto “Porci con le ali”?
«Tre milioni di copie. Ma forse sono di più, considerate le edizioni pirata circolate dopo che il libro venne sequestrato dalla magistratura».
Sono passati cinquant’anni. Vende ancora?
«Pare di sì, lo leggono i figli dei figli».
Ricorda la prima edizione?
«L’editore Savelli la stampò in mille copie. Era piena estate. Non ci credeva manco lui. Poi una mattina d’agosto, io e Annalisa Usai, che aveva firmato la postfazione con Giame Pintor, eravamo in vacanza a Villasimius, arrivò lo zio di Annalisa sventolando il Corriere della Sera …».
Eravate sulla celebre terza pagina del “Corriere”.
«Con una recensione bellissima di Giuliano Zincone, si disse sicuro che sarebbe diventato un bestseller».
Scrisse: lo leggeranno almeno in centomila.
«È l’unico dei miei libri tradotto negli Stati Uniti, è stato in testa alle classifiche in Giappone, in Brasile…».
Quella recensione rappresentò una svolta?
«Sì, ma il mio nome non figurava in copertina: io e Marco Lombardo Radice, psichiatra dell’età evolutiva, ci eravamo firmati Rocco e Antonia. Infatti lo zio era orgoglioso della nipote, si complimentava con Annalisa».
Come nacque l’idea?
«Dopo un’inchiesta che facemmo come rivista Muzak nelle scuole romane: i ragazzi pensavano che l’omosessualità fosse una malattia, che l’onanismo portasse alla cecità e altre castronerie. Con Marco sentimmo la necessità di mettere insieme un pamphlet sul sesso, l’educazione affettiva di cui si parla oggi. Per non annoiare gli studenti gli proposi di scriverlo come un diario».
Perché proprio con lui?
«Marco non aveva mene letterarie, ma si stava specializzando sull’adolescenza. Ed era uno sgobbone quanto me. L’abbiamo scritto in tre settimane».
Come vi eravate conosciuti?
«Ero sbarcata a Roma da poco, convinta di fermarmi una settimana, dopo avere fatto dei casini a Milano. Mi aveva ospitata a casa sua, come capitava tra compagni di Lotta continua».
Che casini?
«Sentimentali, ma anche lavorativi. Lavoravo ad Abc, quando il settimanale era diretto da Claudio Sabelli Fioretti. Titolò “Polizia assassina” in copertina. Lo chiusero. E ci buttarono fuori».
Quanti anni aveva?
«Venticinque».
In che famiglia era cresciuta?
«Mio padre faceva l’ingegnere, mia madre la casalinga, malgré soi. Ma nella sua generazione non era previsto incarnare altri modelli, quindi era portata per la maternità quanto io per danzare sul filo. Vivevamo a Torino. Sono andata via di casa a 19 anni».
Con tre milioni di copie si diventa ricchi.
«Non io. Savelli, editore di ultrasinistra, non aveva il bollino di controllo della Siae o almeno così mi pare di ricordare. Difficile calcolare con esattezza quante copie si vendevano. Alla fine abbiamo concordato una cifra ridicola».
L’ha mai riletto?
«Adesso, prima di questa intervista. Trenta pagine. E ho pensato che adesso scrivo meglio, molto meglio. È pieno di sciatterie inconsapevoli».
Fu un libro scandalo. L’iniziazione al sesso di due studenti del liceo Mamiani, militanti nei movimenti extraparlamentari.
«Dopo qualche settimana la magistratura romana lo sequestrò. Si aprì un dibattito enorme. Nel frattempo Marco se n’era andato. In Libano? Con Medici senza frontiere? Non ricordo. La cosa certa è che mi sono ritrovata sola a gestire la violenza…».
Che violenza?
«Mi tiravano le monetine, i pomodori, le uova. Quelli dell’Autonomia mi sputavano addosso. Anche le reazioni dei miei compagnucci di Lotta continua furono pesanti».
Perché la contestavano?
«Avevamo registrato il declino della convinzione rivoluzionaria, intuito il disimpegno. Stavano per arrivare gli anni Ottanta e Rocco e Antonia lo colgono. Questo cambio d’epoca mi aveva fatto soffrire mentre lo scrivevo, e la sofferenza è sempre il miglior lubrificante per scrivere».
Che impressione le ha fatto rileggerlo ora?
«Le pagine che ho sentito più vere sono il litigio tra i due, quando lui vuole prenderla nel bagno da dietro e lei non vuole. Protesta, ma non è ancora pronta a lottare per la libertà sessuale».
Perché?
«Perché noi ragazzine cresciute nel ’68 e dintorni siamo state costrette a recitare una disponibilità sessuale che non era ancora della nostra età. Non era nei nostri desideri. Era una forma sottile di coercizione: “Le brave compagne fanno questo, e questo, e questo. Sono sempre disponibili”».
Il ’68 è stato maschilista?
«In maniera ributtante. Nessuno lo dice. Ma è così».
Perché fu necessaria una postfazione, successivamente eliminata?
«Nessuno di noi aveva il coraggio di dire: questo è un romanzo. E allora viaggiava infagottato in queste parole di sinistra che avrebbero dovuto fargli perdonare tutte le altre. Mentre lo rileggevo l’altro giorno sorridevo di me stessa: come potevi pensare che quelle due paginette di politichese ti assolvessero dall’aver fatto pipì nel salotto buono della letteratura?».
Ha 25 anni ed è un caso letterario.
«Ma non ne ero gratificata. Non volevo avere successo nell’industria della cultura borghese».
E cosa voleva?
«Noi volevamo cambiare le cose. E pensare ossessivamente alla possibilità di cambiare lo stato di cose presente ti rende abbastanza insensibile al successo personale».
Non era lecita un po’ di vanità?
«Abbiamo rinunciato a eccellenti proposte, anche ben remunerate, per imporre Paolo Pietrangeli come regista del film, solo perché era quello che aveva scritto Contessa. Eravamo ossessionati dalla paura che ne facessero un film porno commerciale. E quindi ho accettato la proposta più misera che c’era sul mercato».
Anche il film venne sequestrato.
«Eh, sì. Altro scandalo».
Il successo si spiega con lo scandalo?
«No, no. Intanto c’è una rottura linguistica. Prenda quell’incipit filastrocca: “Cazzo. Cazzo cazzo cazzo figa fregna. Tutta puzzarella. Figa di puttanella”. È una dichiarazione di poetica. L’apertura di un gioco».
E poi?
«E poi c’era l’intuizione di qualcosa che stava per accadere, stava arrivando il riflusso, e lo raccontavano due giovanissimi».
Era anche la fine del tabù sul piacere femminile?
«Sì, distinguendo i due piaceri».
Ovvero?
«Antonia deve avere una narrazione, a Rocco basta un culetto».
Cioè?
«A lui basta la natica di una compagna di scuola intravista in un campeggio l’anno prima per farsi le seghe, lei deve avere una narrazione: pensare che cade da cavallo a Villa Borghese e muore. Ha bisogno di fantasie tolstoiane. Desidera il conte Vronskij».
Insomma a lei serve una storia?
«Deve fare di se stessa un personaggio, allora scatta l’onanismo: agli uomini bastano le immagini. Le donne hanno bisogno di raccontare. Perciò per le donne è più naturale scrivere romanzi».
Quelli che collaborarono al libro, Giame Pintor, Marco Lombardo Radice, Annalisa Usai sono morti giovani.
«Ormai resto soltanto io. Mi fa pensare ai dieci piccoli indiani. La nostra generazione non è stata certo ossessionata dalle diete, anzi è stata alquanto autodistruttiva».
Come guarda oggi ai suoi vent’anni?
«Come a un periodo molto movimentato rispetto alla morta gora che stiamo attraversando. Esisteva il dissenso, non si era paralizzati dal timore di offendere qualcuno. Sono stati anni di grandissime riforme».
C’era lo spazio per il cambiamento?
«Non so se sia la vecchiaia ma oggi ho la sensazione di non contare veramente niente. Facciamo le manifestazioni e non succede niente».
Negli anni Settanta era diverso?
«Avevamo la sensazione di incidere sulla realtà. Non eravamo mica una manica di pazzi».
La condizione della donna nel frattempo è migliorata?
«Ai nostri tempi c’era il femminismo della differenza, non ce ne fregava niente dell’eguaglianza. Noi non volevamo dei posti in più, uno strapuntino nelle stanze del potere. Volevamo due sguardi sul mondo, diversi ma di eguale valore».
Sì, ma oggi è meglio o peggio?
«Apparentemente siamo più libere, ci laureiamo più degli uomini, abbiamo una donna presidente del consiglio, ma nella realtà continuiamo a guadagnare di meno, essere prese meno sul serio, essere ammazzate quando vi vogliamo lasciare».
Cosa rivelano i femminicidi?
«Tu donna non sei altro che un oggetto di desiderio, sono io che decido se ti desidero ancora».
Quindi non c’è miglioramento, nel profondo?
«No, non c’è. Prenda il discorso sulla vecchiaia, a me caro. Susan Sontag nel 1972 scrisse un saggio, Invecchiare: due pesi e due misure, che parla delle due vecchiaie. Negli uomini l’età può apportare fascino, possono giocare altre carte, non soltanto il corpo, l’ironia, la cultura, il potere. Le donne no. Ci sono moltissime coppie composte da un uomo e da una donna più giovane e nessuno ci trova niente da ridire».
Una donna invece?
«Se una donna della mia età si mette con un quarantenne vien giù il teatro: l’ha pagato, l’ha ricattato. Oppure lui è frocio».
E lei, che vita sentimentale ha avuto?
«Ho conosciuto il mio attuale compagno, Mimmo Rafele, sceneggiatore, alla manifestazione in cui morì Giorgiana Masi».
Il 12 maggio 1977.
«Ci siamo sposati per gioco, negli Stati Uniti, poi lui ha fatto riconoscere il matrimonio, ma è una buffonata. Mi considero ancora signorina».
Insomma, super regolare.
«Il mio demone è stata la letteratura. Per il resto volevo un tetto, un pavimento, un uomo che si facesse carico di tutta la burocrazia dell’esistenza mentre io scrivevo romanzi».