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 2026  febbraio 01 Domenica calendario

Mangiare le mani di Buddha

Alcuni di questi cibi sono buonissimi, altri meno. Alcuni presto potrebbero scomparire, altri stanno per arrivare sulle nostre tavole (è il caso dei nidi gelatinosi di salangana, piccolo rondone thailandese, ricchi di proteine animali oltre che di calcio, potassio e magnesio). Alcuni di sicuro già li conoscete, anche se non li avete ancora assaggiati, altri li sentirete nominare qui per la prima volta e, in questo caso, ascoltare le storie che si celano dietro ogni boccone sarà ancora più affascinante. Perché questo non è un libro di cucina in senso stretto, ma un compendio di tutto ciò che di curioso, strano, meraviglioso ha a che fare con le “cibarie”. Seguiteci allora in questo viaggio intorno al mondo attraverso quaranta cibi raccontati e “rielaborati” da Luigi Ferrando, architetto torinese «raccoglitore di memorabilia», come si definisce lui, «collezionista di cose inutili, curioso matricolato, lettore di elenchi e cuoco all’occorrenza». Che grazie anche alla fantasia onirica dell’amico illustratore Gabriele Pino è riuscito a «cucinarci qualche piccolo assaggio». Vediamone nel dettaglio qualcuno. 
Il crostaceo caro a Stalin 
Può raggiungere venti chili di peso e la carne delle sue dieci chele intinta nel burro fuso, in Russia, è considerata più prelibata dell’aragosta. Il granchio reale, originario della Kamčatka, fu introdotto alla fine degli anni Cinquanta nel mare di Barents e nel mar Bianco per sostenere le povere economie siberiane stremate dalla carestia. E fu soprannominato “granchio di Stalin” in sua memoria. 
Da Colombo a Andy Warhol 
Si dice che già Colombo – dopo averlo assaggiato per la prima volta nel 1493 sull’isola di Guadalupa, durante il suo secondo viaggio nelle Americhe – ne decantasse le meraviglie. Sembrava davvero il frutto perfetto: per dolcezza e acidità ben combinate, succosità e carnosità protette da una scorza «da dinosauro». I nativi lo chiamavano «nana», che vuol dire frutto eccellente, e quando giunse in Europa il suo nome divenne «pigna dei re». Tra tutti furono però i britannici ad avere per l’ananas una vera infatuazione, che si tramutò in fenomeno di moda e costume, dando la forma alle teiere Wedgwood, alle cupole dei palazzi, ai batacchi delle porte, alla carta da parati e ai copricapi delle signore alle corse di Ascot. Strumento di ostentazione e simbolo di potere, i frutti non venivano mangiati ma esposti e spesso affittati e traslocati di banchetto in banchetto (non tutti all’inizio se lo potevano permettere), fino a quando Andy Warhol non lo consacra come uno dei simboli della cultura di massa. 
Oltre il Muro 
Appena uscito dalla stazione di Berlino il turista straniero si riconosce subito. E non perché, imbacuccato e con la cartina della città distesa davanti a sé, sia alla ricerca della Porta di Brandeburgo o del Reichstag. Né è interessato al Pergamon, o a i resti del Muro. È altro quello che cerca. Perché il rituale dell’arrivo in questa città – ci suggerisce con ironia l’autore – deve essere suggellato da un panino con il currywürst, mangiato in piedi all’angolo della strada, accompagnato dalle patate fritte e da una Berliner weisse gelata. Solo allora il turista potrà dirsi arrivato, e con la pancia piena si dedicherà ai monumenti. Perché il currywürst è una autentica «bandierina segnaposto», una specie di feticcio: la sua valenza gastronomica non è rilevante, quello che conta è l’esperienza. 
Il gusto di essere scozzesi E a proposito di bandiere… 
L’haggis è qualcosa di più di uno stomaco di pecora ripieno delle sue frattaglie, i polmoni, il cuore, il fegato. A renderne il “carattere” più difficile concorrono la cipolla tritata, il grasso di rognone, la farina di avena e le spezie, la cui miscela varia di ricetta in ricetta. Viene cotto nel brodo per tre ore e servito bollente. Ma ciò che lo rende unico è l’essere una vera e propria bandiera della Scozia, un orgoglio nazionale, cibo identitario come pochi altri. Si consuma durante le feste, accompagnato da rape e patate schiacciate. Ma soprattutto deve essere tagliato con la spada e mangiato indossando un kilt! 
Guai a farne un sol boccone 
Dalla Scozia al Giappone: fantastica per l’ironia la descrizione del mochi, tradizionale dolcetto della cucina nipponica che «se fosse una persona, sarebbe un paffuto ometto tutto infarinato». Malleabile, così piccolo da stare in un taschino ma sostanzioso e soprattutto pieno di sorprese. Superato lo spesso abito bianco, scoprirete un cuore sgargiante, viola come il mirtillo o verde come il tè. Lo troverete cedevole ma non sperate di essere più furbi di lui e farne un sol boccone. Prendetevi il tempo: altrimenti resterà sullo stomaco e un groppo in gola vi toglierà il respiro! 
Le lacrime di Makeda 
Destinazione Etiopia. Leggenda vuole che Makeda – la regina di Saba che fece visita a Salomone e da cui ebbe il figlio Menelik, primo imperatore etiope – disperata per la siccità che aveva colpito il suo popolo pianse una moltitudine di lacrime che si trasformarono nei semi del tef, così piccoli che ne servono cento per fare un chicco di grano. Resistente alla siccità, rustico e dai mille usi, è l’ingrediente principale dell’injera, morbido pane fermentato che funge anche da piatto e posata, alla base della cucina etiope. 
Quant’è strano il cedro indiano 
La stranezza accende da sempre curiosità e interesse. E indubbiamente questo cedro indiano (si chiama proprio “mani di Buddha") è strano, con la sua forma che può ricordare una mano giunta, un polpo o il cappello di un giullare. Non ha polpa ed è figlio di una mutazione: la buccia bitorzoluta se viene candita diventa un prezioso dolce per accompagnare il tè. Ma è soprattutto simbolica la sua funzione primaria: rappresentare l’incarnazione del Buddha in preghiera, divenendo dono e auspicio per l’anno nuovo. Alzi la mano chi non ne ha bisogno.