Robinson, 1 febbraio 2026
Intervista a Edmond Baudoin
Un ragazzino di 83 anni, Edmond Baudoin. Nonostante l’età, comunica un’energia irrefrenabile. Ha sempre tanto da dire e lo fa agitandosi con passione, muovendosi e ondeggiando, da eterno ribelle sessantottino. Si può dire che l’improvvisazione è alla base del suo lavoro sulla carta: non importa se il segno è sporco, se i tratti non sono realistici. Lui cerca il tratto che racconta, che entra nei sentimenti più profondi dei suoi personaggi, e lo fa con un metodo di lavoro unico al mondo. Infatti, dopo aver diviso la pagina in vignette, Baudoin inizia a disegnare su un altro foglio le vignette direttamente a china. Quando un disegno lo soddisfa pienamente (spesso è il primo), lo ritaglia e lo incolla sulla tavola. E così avviene per le altre vignette. Pulire il disegno, perfezionarlo, per lui vuol dire togliergli autenticità, verità. Ovviamente è un metodo che può cambiare sulla base delle intuizioni del momento come fa chi, appunto, improvvisa. Nei tanti suoi libri che Comicon edizioni sta pubblicando si ripercorre il passato e si cerca il futuro, si raccontano fatti veri o verosimili e avvenimenti fantastici. Ma in tutti si cerca una verità profonda. Come ne Il viaggio, uno dei suoi capolavori, in cui si racconta di un uomo che decide di interrompere la sua vita normale per intraprendere un percorso alla ricerca di sé stesso. E allora la sua testa la vediamo aperta, per assorbire il mondo e le sue emozioni. Come sempre, anche qui il tratto di Baudoin è alla ricerca dell’energia, della vita interiore dei personaggi (e anche del paesaggio intorno). Dal 1981 si contano un’ottantina di suoi libri a fumetti (anche su sceneggiature altrui, come quelli in collaborazione con Fred Vargas) e una ventina di illustrazioni.
«Nel 1982 ho pubblicato Scorre il tempo, considerato la prima autobiografia a fumetti. Ma ne ero totalmente inconsapevole».
Perché? Non leggeva fumetti da bambino?
«No, per niente. Non faceva parte della mia cultura: ero molto povero. Però disegnavo continuamente. Quando mi proposero di scrivere fumetti, ho subito pensato: chissà quanti libri autobiografici a fumetti sono già stati realizzati. Insomma, sono stato un rivoluzionario del tutto inconsapevole! (ride)».
Ho provato a descrivere il suo metodo di lavoro. È tutto giusto?
«Sì, ma aggiungerei questo: disegno stando in piedi. Così è come se danzassi mentre sono davanti al foglio, tenendo il tempo che sento dentro di me. Aggiungerei anche che lavoro molto velocemente. Concludo anche due, tre tavole al giorno. Però capita spesso che il giorno dopo riguardo quello che ho fatto e non sono contento. Diciamo che succede spesso. E allora correggo con il taglia e incolla».
Esegue un rito prima di iniziare a lavorare?
«Sì. Prima di prendere il caffè e di fare la doccia, danzo una mezz’oretta sulle note del jazz. Poi la giornata può finalmente iniziare, dolcemente».
Nei suoi libri le piace spesso raccontare ai lettori cosa l’ha spinto a realizzarli.
«Sì. Perché accadono cose strane. Per esempio di buttare giù una storia e poi, realizzandola, sentire che i personaggi vogliono che tu vada da un’altra parte. Ne diventano i padroni. Una sensazione bellissima».
L’esperienza di tanti anni di lavoro che cosa le ha insegnato?
«Sono del 1942: il tempo davanti a me si accorcia, ma ho l’immensa fortuna di poter ancora lavorare e di avere editori che mi vogliono pubblicare. Sento tutto questo come una grande responsabilità e quindi oggi mi preoccupo più degli altri che di me stesso. Viaggio ancora e vedo realtà, situazioni, umanità così diverse. È questo che ora mi interessa: cos’è il mondo oggi? Cosa sta diventando?».
Il presente le fa paura?
«Certamente, ho paura della guerra come delle notizie e delle immagini di distruzione che ci assalgono ogni giorno. E allora devo cercare di reagire a queste emozioni, trasformare la morte in rinascita. Spesso per farlo devo trovare la serenità dentro di me: la danza aiuta sempre, ma anche una bella camminata. Devo ricaricarmi. Perché sento la responsabilità di dover dare coraggio e voglia di vita ai miei lettori».
Sembrerebbe quasi che li voglia consolare.
«No, non quello. Però sono assolutamente d’accordo con quanto ha detto Dave McKean: l’autore di fumetti ha una grandissima responsabilità, ma le condivide con il lettore. Quando realizzo un fumetto, sono consapevole che chi lo legge è creatore insieme a me. Io gli offro dei suggerimenti, poi sta a lui, comprendere, completare la mia piccola opera. Non posso permettermi un lettore disperato o distratto».
Come definirebbe il suo stile?
«Cerco di esprimere la vita con i miei pennelli, con i colori. Il mio stile è il risultato delle difficoltà che supero nell’esprimere quello che ho in testa. Il lavoro è una continua ricerca dell’espressione giusta, del modo per creare un ponte tra quello che ho dentro e il risultato finale».
Come vive il mondo dei social?
«Internet per me non esiste. Non uso i social, mando ogni tanto dei messaggi. Tutto qui. No, proprio non esiste. Penso che il progresso che – come ci mostrava Chaplin in Tempi moderni – colpiva il nostro corpo, ora sta puntando alla nostra testa».
Lei si difende con il suo lavoro?
«Dovrei essere felice di quel che vedo sul foglio, e non lo sono spesso. Sa, io prima di diventare fumettista sono stato a lungo un contabile. E so cosa vuol dire stare attento ai numeri. Ora che sono un artista non voglio tornare ad avere i pensieri di un contabile».
Il presente come ha influito sul mondo intorno a lei?
«Come ho scritto in un mio libro, alcuni amici che mi incontrano non mi chiedono più: come stai? Oppure: sei felice? Mi chiedono assurdamente: quante copie vendi? Allora capisco che devo avere sbagliato qualcosa».