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 2026  febbraio 03 Martedì calendario

Gennaro Nunziante, regista di Buen camino: “Io e Zalone non abbiamo mai litigato. Ora un nuovo film”

Gennaro Nunziante, 62 anni, è il regista che ha affiancato Luca Medici nella costruzione della maschera cinematografica di Checco Zalone. Riluttante per carattere alla celebrazione, sceglie di raccontare – nel corso di un pomeriggio romano, in un albergo del quartiere Prati – cosa c’è dietro un fenomeno lungo sedici anni e un film, Buen camino, che entra nella storia del cinema per incasso più alto, 75 milioni, e spettatori: i dati di oggi dovrebbero certificare 9 milioni e mezzo e il sorpasso di Quo vado?.
Cosa può fare la differenza, ancora?
«La differenza la fanno gli spettatori. Gli incassi rendono tutto più freddo e materiale, ciò che conta è il rapporto che il pubblico ha avuto con il film, che ha svelato un lato inedito di Luca ed è stato apprezzato. Una maschera non deve sovrintendere alla propria sacralità, ma prestarsi ad attraversare la vita e un sociale che invitano a prendersi cura di ciò che accade intorno. E poi la storia di un padre con una figlia, un legame forte con il reale, il tema della ricchezza che ormai si è sostituita alla divinità».
Eppure è cresciuto in una famiglia che non aveva soldi, suo padre ferroviere è stato disoccupato. Questa marea di soldi, che in parte le sarà arrivata…
«Ero felice. A casa mia si rideva, si scherzava. Ricordo un periodo in cui ero così contento che papà stava sempre con noi e mia sorella mi disse “deficiente, non hai capito che papà è disoccupato?”. Mia madre invece diceva: è meglio fare invidia che pietà. I soldi non hanno determinato il mio percorso di vita, ho un totale distacco dal possesso delle cose, mi ingombrano l’esistenza. I soldi però rappresentano anche il rispetto per il tuo lavoro quindi vanno oltre il bene materiale, sono segno di riconoscenza. Economicamente va tutto bene, ci mancherebbe. Ma non è quello il campo: non è il cambio economico. Quanto al successo, ti toglie cose invece che aggiungerle, ma ti permette di gestire bene il tuo tempo, cosa non da poco».
Quando lei e Medici avete ricominciato a parlare di un film insieme?
«Ci siamo ritrovati nell’estate del 2025. Abitiamo uno accanto all’altro. Tengo a precisare che non abbiamo mai litigato, mai, nella vita. Abbiamo vissuto ogni film in grande libertà, dandoci una specie di nuovo appuntamento, senza vincoli. Quando ci siamo ritrovati è stato naturale parlare e raccontarci. Abbiamo parlato della nostra vita, di quello che facevamo, di quello che c’era intorno a noi».
Cos’ha detto a Medici di “Tolo Tolo”, che ha diretto da solo?
«È stato un atto di coraggio uscire dai binari di Quo vado?. Luca va apprezzato per il coraggio artistico e perché a proposito di soldi non si è mai prestato a fare pubblicità per alcun prodotto. Dal 2009 al 2026 ha lasciato fuori dalla porta decine di milioni di euro che gli offrivano. Questo racconta il suo rispetto verso il pubblico. Altri avrebbero preso. Lui ha un rapporto rigoroso: sparisce, lascia sedimentare, poi torna. Questo è bello, nella maschera di Checco».
Oggi il cinismo sembra pervasivo. Quanto ha influito questo nel vostro racconto?
«Il cinismo è la lingua del potere. Non dà risposte, specula. Non aiuta a risolvere nulla. La vita continua peggio di prima. L’ironia è diventata cinismo, preso come modalità di tutti i linguaggi, gli intellettuali si sono prostituiti all’ironia, al dileggio, l’approfondire richiede sacrificio mentre con una battuta si va dritti all’incasso. Non è un caso che la tv utilizzi rozzi opinionisti invece che uomini di raffinata sapienza, perché la conoscenza è stata sostituita dall’opinione e l’educazione dalla teatralità pacchiana. Ci sono fette della società che vivono e fatturano attraverso il cinismo. Attraverso il vomito sugli altri si assicurano il proprio pasto. È molto triste. Questa non è la stagione del cinismo, ma della relazione, dell’amore. Chi crede di combattere il cinismo di questa società usando il cinismo come arma pedagogica o è stolto o in malafede. Ecco perché sono importanti i finali dei film: se il cinismo di partenza lascia spazio all’attenzione verso l’altro o se invece specula per profitto personale».
Si ricorda esattamente quando vi siete conosciuti?
«Lavoravo a Telenorba, Luca venne a fare il provino. Mi colpirono la comicità profonda e la sensibilità rara: un radar che capta le onde della comicità. E la musicalità, fondamentale anche in questo film. Luca arrivava con proposte forti: l’imitazione di Vendola, le canzoni, un bel repertorio già rodato dal vivo. Al provino mi portò La globalizzazione, straordinaria. Da lì si capiva la profondità, lo scarto».
Come è scattato il sodalizio?
«Dal piacere di ridere delle stesse cose e di metterci in cammino insieme, affrontando ostacoli e cercando sempre qualcosa di nuovo. Una sintonia profonda sulla comicità ma anche sulla fiducia reciproca».
La vostra scommessa comune?
«Decidere di andare per la nostra strada, di non fare il cinema della commedia, ma il nostro. Ricordo Cado dalle nubi, lì ci proponevano il detto romano: “Stanno a fa’ due film in uno, il primo e l’ultimo”. Ma era il momento, Luca era esploso a Zelig e lo volevano trattenere in tv. Cado dalle nubi ebbe fortuna, arrivammo come outsider ma il personaggio di Luca era fortissimo, il pubblico lo amava. Il film andò bene e abbiamo preso questo cammino».
Cosa le resta del lavoro fatto con Valsecchi negli anni scorsi, quando è arrivato il momento di separarsi e qual è il bilancio?
«Abbiamo fatto cose belle all’epoca, poi è stato giusto salutarci. Il bilancio è che adesso abbiamo fatto un nuovo film con Indiana Production e con Medusa che è andato molto bene».
“Quo vado?” ha alzato l’asticella nella capacità di raccontare gli italiani, anche se è un Paese ormai lontano.
«Raccontava la fissità delle comodità, non solo del posto di lavoro, il fatto che degli altri non te ne frega niente, quello che Luigi Zoja definisce la morte del prossimo. In tutti i nostri film c’è sempre l’idea dell’incontro che diventa apertura, allargamento del ragionamento, del pensiero. Qualcuno avrebbe voluto un Quo vado? 2 e 3 così come Cado dalle nubi 4 o Sole a catinelle 5. Ma un uomo va avanti, non è impermeabile alla vita: attinge, assorbe e cambia. Quella di Checco è una maschera diversa da quelle precedenti. In Quo vado? abbiamo raccontato quell’Italia, Buen camino rende il percorso più ampio della maschera, con un plot più interiore ma anche molto sociale, tanto, chi non intuisce nel rapporto padre figlia uno sguardo enormemente attuale probabilmente non segue le cronache nefaste dei nostri giorni».
Medici non incarna in questo film il personaggio in cui gli italiani si riconoscono, ma una élite.
«Elite un padre che non fa il padre e non comunica con la figlia? Davvero questo è elitario? Luca, con la sua maschera, ha sempre sondato la volgarità nel sociale, una specie di indagine, e in questo momento la volgarità risiede nella ricchezza, nell’esposizione: i ricchi che con il loro strapotere credono di sostituirsi alla divinità non è un tratto del nostro sociale mondiale? La ricerca dell’effimero materiale al posto di una ricerca interiore non è ciò che abbiamo sotto gli occhi quotidianamente?».
In conferenza stampa ha detto una frase, poi molto commentata: “Veniamo da decenni in cui la spiritualità è stata derisa in nome dell’egemonia marxista”.
«A questo film è stata data un’identità religiosa che non c’è. Nel finale Alma dice: “La religione mi stava facendo perdere la fede”. Più chiaro di così. E Alma non torna più in convento ma resta per strada, ritorna al principio dell’evangelizzazione, quando il figlio dell’uomo non aveva dove posare il suo capo. A me della religione non importa nulla. Essere credenti è la cosa più distante dall’essere religiosi. Ho solo detto che la cristianità al cinema è sempre stata derisa e guardata con sospetto perché i sentimenti, quando li racconti, producono ilarità e sospetto. Io credo invece a quel poeta che dice “in un mondo senza paradiso tutto è addio, sia che tu saluti con la mano o no, è addio, e se non salgono lacrime agli occhi è addio lo stesso».
Lei ha detto di sentirsi più vicino a Billy Wilder che ai maestri della commedia all’italiana. Perché?
«Con tutto il rispetto per quei cineasti ma non sono i padri a cui ho attinto. Gli autori italiani dai quali ho raccolto tracce importanti sono Roberto Rossellini e Nanni Moretti, un maestro che ha buttato giù il muro di Berlino del cinema italiano e ha allargato l’orizzonte. Rossellini perché è la tecnica cinematografica che più mi appartiene. Quel suo lavorare sull’uomo con un canovaccio che si costruiva sul set l’ho sempre trovato meraviglioso, al punto che io ritengo il pensiero di Rossellini in sé un capolavoro».
L’accostamento della maschera di Zalone a quella di Alberto Sordi?
«Innaturale. Sono due cose completamente diverse. Luca dice che Sordi è il suo riferimento, ma come bravura comica, e ci mancherebbe. Mai come maschera, è diversa. E poi non si è simili a nessuno. Luca è la sua unicità».
La maggiore differenza?
«Il finale dei film. Luca, nella relazione con gli altri, non è uno che rimane nella sua posizione, nel sospetto verso l’altro e nel cinismo, è uno che allarga il suo orizzonte, si fida e rinasce. I nostri finali hanno sempre dato una speranza. Che può risultare sospetta, ma io credo che invece la speranza ci sia: Checco spalanca la porta alla speranza di poter cambiare il corso della propria vita».
Quanto vi influenzate a vicenda?
«Molto. Costruiamo insieme, ma siamo sempre stati d’accordo su questo: tenere la porta spalancata all’altro».
Ha lavorato con Rovazzi, Pio e Amedeo, Angelo Duro: che cosa c’è con Luca che non c’è con nessun altro?
«Una sintonia che parte dalle nostre origini, anche geografiche. E poi c’è un elemento connotativo di Luca: è uno che porta tante cose sulla tavola, la musica, la comicità, il pensiero, il personaggio. È una condivisione ormai ventennale, e questo è un grandissimo vantaggio reciproco: ci si conosce, ci si relaziona a quello che si deve costruire già sapendo i gusti. Poi, parliamoci chiaro: abbiamo cominciato nel 2009, sono passati sedici anni. Noi partiamo da un’idea che poi si evolve con il lavoro. Partiamo sempre da chi è Checco oggi, la storia viene poi assoggettata a questo».
Qual è la cosa più bella che ha letto su “Buen camino” e qual è quella che le ha fatto pensare “non ha capito nulla”?
«Non leggo i giornali, ma mi mandano delle cose. Apprezzo chi non parte dal sospetto di qualcosa nato a tavolino, quelli che hanno guardato il film per ciò che è, non per quello che avrebbero voluto vedere. E poi c’è un’altra cosa, almeno per me, all’ordine del giorno: se uno mi chiede se faccio cinema, io rispondo: no, io faccio le mie cose. Non sono interessato a far parte di un disciplinare cinematografico. Tutto, per me, è al servizio della maschera: quindi è il film di Luca. Perché gli spettatori vengono per Luca, non vengono per me, ed è lui il piatto forte assoluto».
I vostri film sono politici?
«Assolutamente sì. Ma tutto è politico, non conosco nulla che non lo sia, ma nulla può o deve essere propagandistico. Sono cresciuto con persone che gridavano “padroni di niente, schiavi di nessuno”».
Con Medici siete già in conversazione e scambio per una nuova avventura?
«Sì. Ci raccontiamo già delle cose».
Lo spirito?
«Quello di sempre. E non diamo troppa sicurezza alle nostre cose».
La fa ancora ridere quando siete insieme?
«Da anni abbiamo un patto: se c’è un’improvvisazione da fare non ce la diciamo. O meglio: Luca se la tiene per sé, io gliela dico all’ultimo momento. Usiamo una tecnica jazzistica: si parte da una partitura scritta, una sceneggiatura, e poi quando si va sul set si fanno le improvvisazioni, regalano freschezza a una cosa scritta mesi prima, sorprendono e producono un circolo di positività: quelli sul set non sanno cosa sta accadendo e scoppia la risata, che è una grande carica per un comico. Molte cose nascono lì».
In cosa Luca Medici è cambiato in questi anni e in che cosa è rimasto uguale?
«Uguale nelle sue ansie. Vive la vigilia della presentazione dei film con grandissima agitazione, da sempre.
Ma è anche bello, umanamente, un uomo che vive tutto ancora con emozione. È cambiato invece nelle sigarette: ora usa uno svapo ignobile, persino negando quanto sia puzzolente. Smaltisce questa cosa da mattina a sera, ed è peggiorato».