corriere.it, 3 febbraio 2026
Perché Trump è ossessionato da TikTok: manipolazioni, profilazioni e minacce, la «torsione autoritaria» dei social in vista delle prossime elezioni
Domenica 25 gennaio, il giorno dopo l’esecuzione di Alex Pretti in una strada di Minneapolis da parte di due agenti dell’Agenzia federale per il controllo dell’immigrazione e dei confini (la famigerata ICE), la Casa Bianca ha pubblicato un lungo post su Instagram per dire che il giovane infermiere «era armato» (di uno smartphone!), che «era pericoloso» (li stava filmando, in effetti) e che insomma era colpa sua se lo avevano freddato con dieci proiettili alle spalle mentre era faccia a terra.
Questo modo sfacciato di ribaltare i fatti da parte di Donald Trump non è una novità. In fondo era stata una sua importante consigliera della prima presidenza, Kellyanne Conway, a introdurci al concetto di «verità alternative» per mascherare quelle che quasi sempre sono solo delle clamorose menzogne. Accadde in un giorno preciso e anche simbolico. Era il 22 gennaio 2017, subito dopo il giuramento di Donald Trump. Le fotografie della cerimonia di Washington contraddicevano, in maniera inoppugnabile, quanto affermato dal portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer, che sosteneva si fosse trattato dell’«inaugurazione più partecipata della storia delle inaugurazioni». Intervistata in tv Kellyanne Conway aveva minimizzato la balla spaziale del collega: «Non fatela tanto drammatica, Sean Spicer non ha mentito, ha solo preso in considerazione dei fatti alternativi».
Dopo nove anni di «verità alternative» ci siamo abituati. A volte ci fanno persino sorridere. Ma offendere sui social il povero Alex Pretti mi era parso inaccettabile e quindi d’impulso quel giorno ho fatto una cosa che da tempo non faccio più: ho commentato il post di «White House». Ho scritto: «Sono tutte bugie». Una cosa semplice, non ho insultato nessuno. Solo: «Sono tutte bugie». Sui social se ne dicono di molto peggiori; anche sotto i post più innocenti c’è sempre qualcuno che offende, è la norma. Lo sanno tutti. Eppure nel giro di un secondo o di una sua frazione, l’algoritmo di Meta ha individuato il commento, lo ha bloccato e sul mio schermo è apparso un avviso che diceva tre cose: il linguaggio offensivo violava le regole della piattaforma; se avessi deciso di pubblicare il testo così com’era probabilmente non sarebbe stato visibile ad altre persone; e infine se avessi insistito con commenti di questo tipo il mio account sarebbe stato disabilitato.
Mi avrebbero sbattuto fuori.
Per aver detto: «Sono tutte bugie».
Questo è il clima adesso sui social.
Del resto la «trumpizzazione» di Instagram è ormai completa. Solo qualche giorno prima, il 12 gennaio, c’era stata la nomina a presidente e vice chairman di Dina Powell McCormick. Dando la notizia, il fondatore e amministratore delegato Mark Zuckerberg ne aveva lodato l’esperienza «ai massimi livelli nella finanza mondiale«(in particolare a Goldman Sachs) e le sue «profonde relazioni in tutto il globo». La relazione più importante della nuova presidente di Meta è sicuramente quella con il presidente degli Stati Uniti di cui in passato è stata Deputy National Security Adviser: vice consigliere per la sicurezza nazionale, mica poco. Il quale Trump infatti ha immediatamente elogiato la nomina definendola «una scelta fantastica», con molte maiuscole e moltissimi punti esclamativi come sempre. Prima di lei, Zuckerberg, sempre a gennaio, aveva assunto da Microsoft, come capo degli affari legali, Curtis Joseph Mahoney, già vice rappresentante commerciale degli Stati Uniti durante la prima presidenza Trump.
La trasformazione politica di Meta è iniziata un anno fa, nei giorni immediatamente precedenti il giuramento del nuovo presidente, con l’ingresso nel consiglio di amministrazione di Dana White, capo della «Ultimate Fighting Championship». È noto a tutti che Dana White ha un legame personale di amicizia con Trump nato venticinque anni fa, quando l’allora immobiliarista ospitava combattimenti nel suo casinò di Atlantic City. Anzi: Dana adora Donald e non perde occasione per farlo sapere al mondo. Di social network in compenso non sa quasi nulla, ma non è arrivato a Menlo Park per questo.
Insomma, non si può dire che negli ultimi tredici mesi Mark Zuckerberg non abbia fatto di tutto per ingraziarsi il nuovo presidente degli Stati Uniti e fargli dimenticare la reiterata minaccia di «sbatterlo in galera» appena fosse tornato alla Casa Bianca. Non si può negare, ma probabilmente non si può più postare su Instagram, soprattutto se vivi negli Stati Uniti a meno che tu non voglia rischiare di vederti cancellato il profilo.
Nelle stesse ore su TikTok, ma solo negli Stati Uniti, accadeva un fatto curioso. Se provavi a scrivere la parola «Epstein» in un messaggio a un altro utente, la piattaforma ti avvertiva che avevi violato le regole e che il messaggio era stato bloccato. Gli screenshot di questi avvisi si sono moltiplicati rapidamente, molti hanno gridato allo scandalo, o meglio alla censura: del resto i legami tra Donald Trump e il finanziere pedofilo, morto suicida in carcere in circostanze misteriose, sono noti; e l’attesa per quello che potrebbe venire fuori dall’archivio dello stesso Epstein che il dipartimento della Giustizia sta pubblicando a rate e con moltissime reticenze, è altissima.
Non c’era solo questo a inquietare gli utenti. Il senatore californiano Scott Wiener aveva pubblicato un video per denunciare un altro fatto strano: i suoi post in cui parlava della possibilità per i cittadini di fare causa agli agenti dell’ICE, avevano totalizzato «zero views». Zero. Com’era possibile? Tecnicamente, era stato «shadow bannato», ovvero bannato a sua insaputa, postava regolarmente ma nessuno vedeva i suoi post. Che stava succedendo? Un portavoce di TikTok ha spiegato che «per un guasto elettrico» c’era stato il malfunzionamento di un data center e che solo per questo alcuni utenti stavano registrando una maggiore lentezza della piattaforma; quanto al termine «Epstein», non era stato bloccato – figurarsi! – e davvero a Culver City, nell’area metropolitana di Los Angeles dove ha sede la società, non capivano cosa fosse accaduto.
In realtà un motivo per pensare che questi malfunzionamenti non fossero casuali c’era. Ed anche un motivo piuttosto importante. Infatti il 22 gennaio – data che in questa storia ricorre più volte come vedremo – la società cinese Bytedance aveva ceduto la maggioranza del ramo di azienda americano di TikTok ad una nuova entità controllata da un gruppo di investitori legati a Donald Trump. La notizia è stata molto sottovalutata. Non solo e non tanto per i banali epperò emblematici incidenti riscontrati nelle primissime ore di attività, ma per quello che può significare per i circa 200 milioni di utenti americani, in buona parte under 30, in un anno che si concluderà con le elezioni a novembre per rinnovare l’intera Camera dei rappresentanti e un terzo del Senato.
Per Trump e per chi si oppone a questa presidenza quel voto è un passaggio chiave.
Che c’entra Tik Tok con le prossime elezioni? Moltissimo, ma ci arriviamo.
Va chiarito che Donald Trump è ossessionato dal potere di TikTok di parlare al popolo. C’è un episodio recente a testimoniarlo. Anzi una foto. È stata scattata nello Studio Ovale poco prima di Natale quando Trump ha ricevuto quattro giornalisti del New York Times per un’intervista di due ore (quella in cui disse di non aver bisogno del diritto internazionale e che l’unico limite che sente di accettare è la sua morale). Nella foto lo si vede intento a guardare una specie di foglio di un giornale che la sua assistente, Natalie Harp, detta «AI» per la sua capacità di trovare risposte nel web, gli ha appena passato. La testata recita: «Trump on TikTok» e il titolo principale è: «339 BILLION, all time views of #trump on TikTok». Seguono i successi delle sue clip nel 2025.
TikTok è in qualche modo nel mirino della Casa Bianca dal 2017 solo che allora il presidente provò a bloccare la piattaforma negli Stati Uniti invocando ragioni di sicurezza nazionale (un ragionamento tipo: i cinesi hanno i nostri dati, non possiamo tollerarlo). Durante la presidenza di Joe Biden il tema è rimasto caldo ed è diventato bipartisan portando all’approvazione di una legge che avrebbe messo fuori legge Tik Tok negli Stati Uniti a meno che le sue attività non fossero state trasferite ad una azienda controllata da investitori americani. Il tempo massimo stabilito per fare questo passaggio era il 22 gennaio ma del 2025. Esattamente due giorni dopo il secondo giuramento di Donald Trump. Il quale a quel punto ha giocato di fino: invece di applicare la legge e passare alla storia come quello che aveva spento il social network preferito da milioni di giovani americani; ha scelto di passare alla storia come «colui che ha salvato TikTok». Nei mesi scorsi lo ha detto più e più volte: «Sono il salvatore di TikTok, credo che gli utenti me ne debbano essere grati». E quindi appena arrivato alla Casa Bianca ha firmato un ordine esecutivo che prorogava la scadenza del divieto di un anno e ha iniziato un lungo negoziato con la Cina.
Ovviamente non sappiamo come siano andate le trattative ma da come sono finite le cose possiamo dedurlo con ragionevole certezza. Più o meno il ragionamento deve essere stato questo: in Cina TikTok (che lì si chiama Douyin) mostra agli utenti quello che vuole il governo; analogamente negli Stati Uniti lo deciderà il presidente degli Stati Uniti, anzi Donald Trump stesso anche quando non sarà più presidente; mentre i ricavi societari verranno divisi a metà. Ragionevole. Anche dal punto di vista dei cinesi. In fondo, se Tik Tok fin qui è stato anche uno strumento per attentare alla salute mentale e ai valori dei giovani occidentali – come sostengono alcuni complottisti -; se è vero questo, cosa c’è di meglio che far vedere loro solo contenuti sfacciatamente trumpiani?
Insomma, i primi nove mesi del 2025 sono serviti per mettere in piedi la cornice dell’accordo che poi Donald Trump e il presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping hanno approvato in una telefonata del 19 settembre scorso di cui lo stesso Trump ha subito rivelato la circostanza per accreditarsi come «il salvatore di Tik Tok». L’accordo in buona sostanza è questo: il ramo d’azienda americano di Tik Tok è passato sotto il controllo di una società americana in cambio di 14 miliardi di dollari, somma che tutti gli analisti hanno considerato ridicola rispetto al vero valore della piattaforma (si calcola che solo per gli utenti americani il prezzo dovesse essere di almeno 40 miliardi senza contare la licenza del famoso algoritmo che sceglie quello che ciascun utente vede quando apre l’app). Nella nuova società, Bytedance resta socio al 19,9 per cento. La maggioranza, il 45 per cento, viene diviso in parti uguali fra Oracle, Silver Lake e MGX; infine, il restante 35 per cento è frazionato fra piccoli investitori e family office come quello di Michael Dell, il fondatore dell’omonima azienda di computer. Non sorprenderà nessuno sapere che tutti gli investitori americani della nuova società sono di stretta osservanza trumpiana. Lo è Oracle, l’azienda tech di Larry Ellison, pioniere della Silicon Valley, uno degli uomini più ricchi del mondo e storico supporter di Donald Trump. Lo è Silver Lake, uno dei più importanti fondi di private equity americani, i cui leader sono donatori e partner commerciali di molte iniziative legate a Trump. E lo è anche MGX, il fondo sovrano di Abu Dhabi per l’intelligenza artificiale e le tecnologie avanzate che ha partecipato a diverse operazioni con Trump e i suoi familiari.
A capo del consiglio di amministrazione è stato promosso Adam Presser, entrato a TikTok nel 2022 come vice presidente e poi direttore delle operazioni e della sicurezza. Di lui si sa pochissimo: cresciuto a Los Angeles, studi ad Harvard e Yale, poi un lungo periodo in Cina prima di tornare negli Usa. Tutto qui. Ma quando è stato nominato amministratore delegato di TikTok Us, in rete alcuni hanno condiviso una clip che lo riguarda. È stata registrata al diciassettesimo World Jewish Congress che si è svolto a Gerusalemme nella terza settimana di maggio dello scorso anno. Erano i giorni e le settimane, drammatiche, dell’invasione di Gaza e Presser era stato invitato per rispondere a domande sul crescente antisemitismo online. Nelle clip rilanciate alla fine di gennaio lo si sente dire che a TikTok avevano appena deciso di considerare il termine «sionista» come una manifestazione di odio online. In che senso? Qui occorre una breve spiegazione: sionista è un termine che nasce da Sion, una collina di Gerusalemme; col tempo è diventato un simbolo del desiderio degli ebrei di tornare nella loro terra; e dalla fine dell’800 identifica l’idea della sovranità degli ebrei sulla Palestina. Tutta. Dal fiume al mare. Altro che due Stati. Ma più recentemente è diventato un modo per attaccare la politica del premier israeliano Benjamin Netanyahu nei confronti dei palestinesi di Gaza e della Cisgiordania, a volte anche con toni offensivi. Antisemiti.
Peculiare la scelta di Adam Presser: se su TikTok uno scrive «sono un sionista» va bene; se invece uno scrive «sono sionisti» sta manifestando odio e quindi va bannato. (Provate a fare lo stesso esercizio con altre parole e vedrete che effetto vi fa. Chiusa parentesi).
Fatto sta che sui social molti temono che con la nuova gestione TikTok possa censurare la causa palestinese che invece fin qui ha avuto un fortissimo sostegno. Il timore è suffragato da un episodio noto e certo. Il 26 settembre 2025, a margine dell’Assemblea Generale dell’Onu, in un momento difficilissimo per Israele, mentre montava l’onda dei paesi che annunciavano il riconoscimento dello Stato palestinese, il premier Netanyahu ha incontrato un gruppo di giovani influencer americani vicini ad Israele. I quali ovviamente hanno poi postato i momenti salienti. Tra questi ne spiccava uno: quando il premier aveva rassicurato i ragazzi perché con il passaggio di TikTok sotto il controllo di Trump nessuno in America avrebbe più sentito parlare di Gaza («I social media sono lo strumento più importante per controllare il nostro consenso negli Stati Uniti… il controllo di TikTok e di X sarà fondamentale per vincere la guerra informativa su Gaza»).
Ora la cosa potrebbe anche essere archiviata come uno sbruffoneria o una speranza del premier israeliano, ma proprio il giorno del passaggio di TikTok ad una società americana, è stato improvvisamente cancellato il profilo della giornalista palestinese, basata a Gaza, Bisan Owda (un milione e mezzo di follower). Lei stessa ne aveva dato notizia con un video su X che aveva scandalizzato molti. Era la prova della svolta pro Israele della piattaforma? Nel giro di qualche ora il profilo è stato ripristinato spiegando che era stato sottoposto ad indagine interna da tempo e che era stato cancellato per errore. Ma la sensazione è restata come testimonia il picco di iscrizioni registrato in quei giorni ad una possibile alternativa a Tik Tok: si chiama UpScrolled, l’ha sviluppata un giovane palestinese di stanza in Australia, Issam Hijazj, il quale dopo aver lavorato per diverse aziende tech americane, si è dimesso per dedicarsi alla causa del suo popolo «come risposta alla censura dei contenuti pro Palestina su Meta e su Tik Tok». E infatti su UpScrolled i profili per ora sono quasi tutti palestinesi. Non solo per questa ragione è praticamente impossibile che UpScrolled abbia successo. Lo testimoniano gli annunciati esodi da Facebook, Instagram e Twitter/X del recente passato: la storia dimostra che nonostante gli scandali, dalle piattaforme social se ne vanno in pochissimi, e gli altri restano. È più comodo.
Tutti quelli che sono restati su TikTok, intanto, nei giorni scorsi, negli Stati Uniti hanno accettato, probabilmente senza pensarci, i nuovi TOS della piattaforma. Sono i termini di servizio che di solito clicchiamo con superficialità quando ci viene chiesto di farlo. In questo caso sono cambiate alcune cose non banali però.
La prima è che la piattaforma adesso si riserva il diritto di inferire, dai nostri comportamenti, una serie di dati personali come le nostre preferenze religiose, sessuali e la nostra cittadinanza al fine di migliorare l’esperienza di navigazione (ovvero mostrarci video adatti al nostro profilo, dicono).
La seconda è che negli Stati Uniti Tik Tok adesso aggiunge il diritto di geolocalizzare ogni singolo utente quando posta un contenuto. Va detto che la posizione si può ricavare sommariamente anche dall’indirizzo dal quale ci agganciamo alla rete, ma adesso negli Stati Uniti Tik Tok sa esattamente dove sei. Esattamente vuol dire che non sanno solo la via dove abiti, sanno anche il piano dove sta il tuo appartamento. Questa configurazione è presente anche da Facebook e Instagram, ma su TikTok è stata adottata solo con il cambio di proprietà. Ecco perchè alcuni in rete dicono: stavamo meglio quando comandavano i cinesi. Prima non c’era.
Vista la piega che sta prendendo la democrazia americana la cosa può effettivamente essere delicata. Pensate agli scontri dei giorni scorsi a Minneapolis. O anche solo ad un immigrato senza documenti. Potranno ancora usare i social? Tenendo conto del fatto che i dati degli utenti americani adesso sono sui data center di Oracle, ovvero gli stessi che ospitano i software di intelligenza artificiale di Palantir, l’azienda di Peter Thiel che in venti anni ha costruito e gestisce l’infrastruttura tecnologica delle agenzie federali di spionaggio, controllo dell’ordine pubblico e repressione. Tra questi software per esempio c’è Palantir Foundry («la fonderia di Palantir»), uno strumento in grado di fondere dati provenienti da fonti diversissime e restituire profili precisi di singoli utenti. L’ICE a Minneapolis ha fatto largo uso di questo software e di altri analoghi sviluppati da startup che a partire dai dati raccolti sui social sono in grado di rivelare, a nostra insaputa, informazioni sensibili. Parafrasando un adagio di qualche anno fa: «The next big thing in autocracy, is technology».
Se davvero i dati degli utenti americani di TikTok serviranno a realizzare un sistema di sorveglianza di massa come c’è in Cina lo vedremo. Non è escluso ma non è detto. Oppure anche: non è detto ma non è escluso. Quello che è certo invece è che i sodali del presidente potranno decidere cosa far vedere e cosa no a duecento milioni di utenti, in buona parte elettori, prima delle elezioni di mid term. Il punto non è mostrare contenuti pro-Trump a chi è dichiaratamente contro: quella è una scelta miope e controproducente. Il punto semmai è abbassare un po’ il volume degli avversari (un po’, senza dare nell’occhio) e puntare a convincere quelli che stanno in bilico, gli indecisi, i delusi. Sono loro il target che da sempre fa vincere le elezioni. Quelli che ribaltano le sorti di un collegio. Lo stesso accadde nel 2016 quando gli analisti di Cambridge Analytica puntarono per esempio i delusi di Hillary Clinton per convincerli a non votare; e anche la seconda vittoria presidenziale di Obama fu ottenuta convincendo gli indecisi ma con strumenti molto più artigianali. Oggi gli utenti di TikTok e Instagram sono profilati uno per uno dall’intelligenza artificiale e la possibilità di manipolarne il voto non va sottovalutata.
Se accadrà lo scopriremo a fine anno. Per una curiosa coincidenza in quel periodo dovrebbe finalmente uscire l’ultimo volume della nuova trilogia di William Gibson, «Jackpot». Il condizionale è d’obbligo: il secondo volume, «Agency», era stato rinviato più volte in seguito alla vittoria elettorale di Trump del 2016. In un’intervista al New Yorker il leggendario scrittore di fantascienza aveva raccontato che la realtà, quello che stava succedendo, aveva sorpassato le sue visioni («A una certo punto Trump ha iniziato a fare cazzate e mi sono detto: quanto potrà essere spaventoso il mio scenario? Ho dovuto chiedere una proroga all’editore»). Il «jackpot»” di cui si occupa la trilogia di William Gibson non è una vittoria al bingo, ma «una apocalisse al rallentatore», alla quale ci si abitua giorno dopo giorno fino a quando non è troppo tardi. Vi sembra familiare? Secondo l’uomo che ha inventato il concetto di cyberspazio e ispirato Matrix, «le cose possono cambiare così bruscamente, così violentemente, così profondamente, che i futuri hanno un “adesso” insufficiente su cui basarsi. Non abbiamo futuro perché il nostro presente è troppo volatile. Abbiamo solo la gestione del rischio».