Corriere della Sera, 3 febbraio 2026
Parliamo (ancora) di libertà
Quanto potrebbe accadere nelle prossime ore in Iran ripropone in maniera drammatica il problema dell’Islam politico, di che cosa troppo spesso esso è. Riproponendo quindi domande di sempre, domande che non dobbiamo stancarci di fare innanzi tutto all’Islam stesso. Sì, è necessario non stancarci d’interrogare l’Islam, sfidando l’accusa d’islamofobia anche con le domande che possono risultare più imbarazzanti.
E sattamente come a suo tempo non ci si stancò, per decenni, d’interrogare e mettere in imbarazzo i simpatizzanti dell’Unione Sovietica e del suo regime sfidando l’accusa di «anticomunismo viscerale» e altre consimili.
La domanda chiave che non bisogna stancarsi di rivolgere all’Islam – inteso come l’insieme di Paesi e di popoli fedeli a quel credo che dalle pendici dell’Himalaia arriva alle coste dell’Atlantico – la domanda chiave, dicevo, non riguarda le ragioni per cui in nessuno di quei Paesi esiste un regime definibile come democratico. Non è, ripeto, una domanda che riguarda la democrazia. Infatti, che per un’infinità di ragioni storico-culturali il regime democratico – con il suo pluripartitismo, le elezioni, lo Stato di diritto e tutto il resto – abbia visto la luce solo in Occidente, e quindi abbia messo radici solo nei Paesi occidentali e nelle loro società, è cosa che si può tranquillamente ammettere. Così come si può ammettere che proprio per questo la democrazia non sia in alcun modo una merce esportabile, sicché ogni tentativo di trapiantarla fuori dell’area occidentale non può che apparire destinato al fallimento.
Ma, come dicevo, la domanda chiave da porre all’Islam non riguarda la democrazia, riguarda una cosa diversa: riguarda la libertà. Riguarda il fatto che tra l’Himalaia e le coste dell’Atlantico non esiste un solo Paese islamico – tranne casi limitati assolutamente eccezionali – dove la singola persona, indipendentemente dal sesso e dal suo status sociale, sia effettivamente libera. Libera nell’accezione più comune del termine: vale a dire libera di pensare e dire pubblicamente quello che vuole, credere nel Dio che vuole, leggere i libri e i giornali che vuole, sposare chi vuole, spostarsi dove vuole. Ripeto, non si tratta della possibilità di fondare un partito, di eleggere un parlamento, di essere giudicato da leggi eguali per tutti – non sto parlando cioè dell’esistenza di un regime politico di tipo parlamentare liberale o democratico – no, si tratta d’altro: semplicemente della libertà di ogni essere umano di vedersi riconosciuta una sfera inviolabile, sua propria, nella quale e attraverso la quale possa esprimere se stesso, la propria indole, il proprio talento, la propria personalità. Ma non basta, non si tratta solo di questo. La libertà, infatti significa che anche gli altri siano liberi. Significa il rispetto della libertà degli altri, di chiunque altro, significa quella cosa che si chiama tolleranza.
E quindi torniamo alla domanda: perché nell’Islam nessuno è libero? Perché in nessun Paese islamico esistono la libertà e la tolleranza? Che cosa è che storicamente lo ha impedito e tuttora l’impedisce, favorendo viceversa una diffusa cultura della violenza ad esempio anche nell’ambito familiare? Questa è la domanda cruciale. Nè ci si venga a dire che possono esserci altre e differenti forme di libertà, diverse da quella illustrata sopra. È una menzogna. La libertà è sempre e solo una cosa: la facoltà di non esser obbligati a dipendere da una volontà diversa dalla nostra, di pensare e di fare diversamente dagli altri, ci ricordava una certa Rosa Luxemburg.
Dobbiamo porre ostinatamente la domanda e chiedere una risposta (ponendola magari a noi per primi) anche per una ragione: perché da tempo migliaia e migliaia di persone migrano in Italia da quei Paesi islamici che non conoscono la libertà e la tolleranza. E spesso queste persone intendono restare tra noi, molti di loro hanno il legittimo desiderio di essere domani nostri concittadini, di godere quindi del diritto di eleggere sindaci e deputati, di contribuire a scrivere le nostre leggi, le regole della nostra vita quotidiana. Ma secondo quali valori? Chiederselo è inevitabile, così come infatti milioni di Italiani oggi in vario modo se lo chiedono.
La risposta che ci viene da quanto accade altrove in Europa – dalla Francia al Belgio, all’Olanda, alla Svezia – non è affatto rassicurante. La migrazione dai Paesi islamici, infatti, anche quella di seconda o terza generazione, tende a mantenere, spesso addirittura a rafforzare, un’insuperabile separazione culturale legata alle proprie radici.
Ora, per una questione di tale complessità nessuno può dire certo di avere la soluzione in tasca: ma almeno di due cose possiamo essere sicuri. La prima è che se non si trova per tempo – insisto, per tempo – una qualche soluzione, se non si fa nulla, se si lascino andare le cose per il loro verso, andiamo incontro a un futuro tempestoso dove sono possibili gli esiti più funesti. La seconda è che un Paese serio affronta una questione così difficile e delicata in modo quanto più possibile unitario, senza dividersi tra destra e sinistra, bensì discutendo con mente aperta tutte le opzioni possibili e tenendo conto solo di un vincolo: che per la Repubblica libertà e tolleranza sono valori assolutamente non negoziabili. Per il resto si può discutere di tutto, la sola cosa vietata è nascondere la testa sotto la sabbia come facciamo da anni.