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 2026  febbraio 03 Martedì calendario

L’economista Lavecchia e l’Osservatorio: 2,4 milioni di famiglie in povertà energetica

C’è un numero, reso noto poche settimane fa, che non può passare inosservato: il 9,1% delle famiglie italiane – ovvero 2,4 milioni su 26, ovvero circa 5,6 milioni di persone – vive in «povertà energetica». Luciano Lavecchia, 40 anni, siciliano di Palermo, è un economista di Banca d’Italia che insieme con altri ricercatori ed esperti (come il collega Ivan Faiella) anima l’Oipe, l’Osservatorio italiano sulla povertà energetica presieduto da Paola Valbonesi, che da anni porta avanti ricerche e proposte sul tema.
Come è possibile che in un Paese del G7 come l’Italia quasi una famiglia su dieci nel 2024 abbia avuto difficoltà a scaldare la propria casa?
«Certo, si tratta di un dato significativo ma non è una caratteristica solo italiana. In Francia, Germania e alcuni Paesi scandinavi, dove il riscaldamento è una voce di spesa rilevante, la quota è persino superiore, arrivando fino a un quinto delle famiglie.
Questo perché si tratta di un fenomeno complesso, influenzato dal clima, dai redditi, dalle spese energetiche e dell’efficienza delle abitazioni».
Come definiamo, quindi, la «povertà energetica»?
«Si è in povertà energetica se si spende troppo per l’energia per la propria casa e si ha una capacità di spesa complessiva bassa. In Italia le famiglie più povere spendono l’8-9% del proprio reddito per l’energia, quelle più benestanti il 3-4%. Ci sono poi le famiglie in povertà energetica “nascosta”, quelle con basso reddito e con spesa per il riscaldamento pari a zero. Sono casistiche che riscontriamo ovunque, dalle Alpi alla Sicilia. Al primo gruppo appartengono 1,3 milioni di famiglie, mentre 1,1 milioni sarebbero in povertà “nascosta”».

Vuol dire che povertà «economica» ed «energetica» non sono sovrapponibili?
«Povertà energetica e povertà relativa o assoluta sono fenomeni correlati, ma meno di quanto si potrebbe pensare. La differenza la fa in particolare il grado di efficienza energetica della propria abitazione».
Come si spiega che il tasso minore di povertà energetica si trovi nel Lazio (5%) e quello più alto in Puglia (18%), segui ta da Calabria (17,4%), Molise (17%) e Sardegna (15,3%)? E anche che Regioni «ricche» come Piemonte (10,1%) e Trentino (11%) risultino comunque sopra la media nazionale?
«Questo accade perché la povertà energetica dipende da più fattori: uno è sicuramente il reddito, generalmente inferiore al Sud. Anche l’andamento delle temperature si riflette sulla spesa. Poi c’è la qualità delle costruzioni: le abitazioni degli anni 60 e 70 non hanno certo standard di efficienza energetica soddisfacenti»
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Ci sono particolari elementi di vulnerabilità sociale?
«Sì, l’incidenza della povertà energetica è più alta nelle periferie e nei centri minori. Se guardiamo alla nazionalità delle famiglie, il fenomeno è particolarmente grave, il 22,3%, in quelle con un capofamiglia straniero. È preoccupante poi che oltre un milione di minorenni viva in case poco climatizzate e illuminate».

Se questo è il quadro, dove e come indirizzare le risorse? Come Oipe avete sempre proposto un accorpamento del bonus gas ed elettrico...
«La questione va affrontata sul breve e sul lungo periodo. Da una parte ci sono gli strumenti per affrontare le difficoltà contingenti, come i bonus sociali; dall’altra quelli per migliorare l’efficienza energetica degli immobili. Nel primo caso, per snellire le procedure e rendere più efficaci gli interventi si potrebbero unificare i vari bonus, prevedere una graduazione degli aiuti su base Isee, numero dei componenti della famiglia e zona climatica, e pagarli direttamente sul conto corrente. Servirebbe anche più informazione: molte famiglie, ad esempio, non richiedono l’Isee, che invece è necessario (nei giorni scorsi alzato da 9.530 a 9.796 euro, ndr)».
Quanto ad immobili più efficienti, in Francia vige un divieto di affitto e vendita per quelli troppo energivori. In Italia abbiamo invece destinato 130 miliardi di fondi pubblici a un superbonus indiscriminato. Che dice?
«In Italia qualche via da percorrere ci sarebbe: maggiori risorse per la riqualificazione del social housing; oppure strumenti mirati per la ristrutturazione delle case di proprietà per le famiglie meno abbienti. E una riflessione andrebbe fatta per quel 40% circa delle famiglie più povere che vivono in affitto e difficilmente hanno le risorse necessarie per intervenire».