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 2026  febbraio 03 Martedì calendario

Intervista a Gustav Thöni

Nel suo antro – l’hotel Bella Vista di Trafoi, ai piedi dello Stelvio – il re delle montagne appare in polo e pantaloni da lavoro. Per un attimo, con le mani in tasca e la schiena dritta, potrebbe sembrare Walt Kowalski, il Clint Eastwood di Gran Torino. Poi sussurra «buongiorno», con quella voce lì, ruvida, bassa. E non serve altro: è sempre lui, il più grande sciatore di sempre, Gustav Thöni.
«Da quando abbiamo iniziato i lavori per ampliare l’albergo di famiglia, sono spesso qui in cantiere – ci dice, accogliendoci in un profumo di legno nuovo —. Vogliamo riaprire a maggio. Do una mano. Sono l’unico che conosce gli agganci».
È già bellissimo. Con queste due vetrate che si guardano: da una parte l’Italia, dall’altra l’Austria. E la luce in mezzo che riempie la sala dei trofei. È la sua vita.
«Lo ha disegnato Matteo Thun. Da ragazzini gareggiavamo insieme. Un giorno mi ha confidato: “Guardandoti ho capito che non avrei avuto chance e che dovevo cambiare mestiere”».
Da Trafoi non se n’è mai andato.
«Non ho mai pensato di vivere altrove. In città non potevo nemmeno fermarmi davanti a una vetrina. È stato il mio rifugio».
Dagli anni Settanta, qui, sono passati tutti.
«Dopo le prime vittorie fuori c’era sempre la fila. I giornalisti non mi davano respiro. Ma restano bei ricordi. Una volta arrivò il principe Vittorio Emanuele di Savoia, dopo il Gigante di Sankt Moritz. Con la moglie, Marina Doria. Salutarono tutto lo staff. Ci lasciarono un orologio da tavola».
E oggi?
«L’anno scorso, per i cinquant’anni della Valanga Azzurra, mi ha fatto una sorpresa Alberto Tomba. Si era registrato con un nome falso: Rossi».
Bel tipo.
«Siamo molto amici. Negli anni in cui gli facevo da allenatore tante sere restavamo da soli, io e lui, in camera. Ci cucinavamo gli spaghetti. Il giorno del mio compleanno mi chiama sempre a mezzanotte: vuole essere il primo a farmi gli auguri. Oggi penso che gli manchi una famiglia. Mi dispiace. Io glielo dicevo ogni tanto: “Devi fare i tombini!”. Ma non ha mai funzionato».
Oggi gli atleti hanno psicologi, mental coach, motivatori.
«Uno psicologo c’era anche da noi. Stava in albergo. Era anche simpatico, ma da lui non sono mai andato».
Lei, invece, è circondato dall’affetto di tre figlie e dodici nipoti.
«Sono un nonno a tempo pieno, ormai. Faccio soprattutto il tassista. “Portami qui, portami là. Vieni a prendermi”. Poi ci sono i compiti: ieri ho finito alle nove di sera. E la più piccola mi sgrida se non gioco bene con le bambole».
È difficile immaginarla così.
«Ma per loro mi commuovo. Quando c’è qualcosa di bello. Per certi racconti dei bambini...».
Ha rimpianti?
«Mi sono sposato a 24 anni; a 29 mi ero già ritirato. Ogni tanto me lo chiedo. Ma in realtà no, il tempo è stato giusto. Forse c’è una cosa...».
Quale?
«Quando sono nate le mie tre figlie, non ero mai a casa. Con Petra, la prima, mi trovavo sul Monte Rosa, uno stage. Ai compagni, per l’emozione, non dissi nulla fino a cena. Susanne nacque mentre ero a Roma per uno spot di Alitalia. Lo seppi al ritorno. Anna venne alla luce durante l’Interski in Val Pusteria».
E sua moglie Ingrid?
«È stata brava. Una volta andava così. La prima volta che la vidi stavo sul tetto della chiesa con don Gili, il mio amico parroco. Lei cercò di salire per una scaletta ripidissima. Poi suonarono le campane, si spaventò. Era bellissima. La rincorsi. A maggio abbiamo festeggiato cinquant’anni di matrimonio».

Ha mai avuto tentazioni?
«Da ragazzi ci siamo divertiti. Facevamo festa.
Preferivo gli svizzeri, i tedeschi, gli austriaci. Si stava insieme e magari il giorno dopo si tornava con un po’ di mal di testa. Con Stenmark festeggiai anche un suo compleanno in discoteca. Eravamo io e lui. E, incredibilmente, era più tranquillo di me. Ma tutto qui. Ingrid, prima di ogni partenza, mi metteva nelle mani un pupazzetto. Forse solo una volta si è arrabbiata».
Quando?
«Nel 1981, dopo il ritiro. Accettai di fare un film, Un centesimo di secondo. Dovevo recitare me stesso. Nel copione la fidanzata era Antonella Interlenghi. C’erano scene amorose. Quando lo proiettarono a Bormio, qualche tensione ci fu. Le mie bambine la guardavano in cagnesco».
Alle Olimpiadi non ci va?
«Andrò a Cortina a presentare la mia autobiografia (Una scia nel bianco, Rizzoli) e, soprattutto, a portare la fiaccola. Mi hanno detto che sarò uno degli ultimi tedofori. Poi i Giochi li guarderò da casa. Alle dieci sono già a letto. Un po’ di sport in tv: sci, calcio, tennis».
Sinner?
«Sì».
Che rapporto avete?
«Nessuno».
In che senso?
«Lui vive in un altro mondo. Ci siamo incontrati una volta sola, l’anno scorso per il Ballo dello sport. Mi sono avvicinato, era talmente assediato. È stato solo un attimo».
Vi legano molte analogie; ma una differenza c’è: lui è andato a vivere a Monaco.
«Noi non ne avevamo bisogno. Prendevamo la coppa e tanti saluti. Una volta mi regalarono due televisori, ma qui non c’era il ripetitore: non funzionavano. Dopo il parallelo arrivò una Lancia».
Le macchine?
«Mi piacevano. Con i miei soldi mi comprai un’Alfa. La motorizzazione mi regalò la targa BZ 150.000. Non era un vantaggio: se già cercavo di non farmi riconoscere, in quel modo fu praticamente impossibile. Poi arrivò l’invito a Maranello. Enzo Ferrari mi accolse in un enorme studio, con una scrivania immensa. Fu gentilissimo, ma subii la sua personalità. In quella stanza mi sentii piccino».
Forte fu anche suo padre.
«Era severo. Molto. Faceva il maestro di sci. Era convinto che la guerra gli avesse compromesso la carriera. Non faceva sconti. Nemmeno dopo le vittorie. Ricordo un’intervista della Domenica sportiva: il giornalista, Alfredo Pigna, un napoletano simpaticissimo, gli chiese che cosa pensasse di me. Avevo appena vinto la Coppa del mondo. Lui rispose: “Sulla sinistra non scia ancora bene”».
Le manca?
«Morì all’improvviso. Gli scoppiò l’aorta. Io ero a Kitzbühel. Quattro giorni prima gli avevo spalato la neve. Preparò lui il badile. Con la sciolina. Me lo mise in mano. Se chiudo gli occhi lo vedo sciare. Elegante. Bellissimo».
E la mamma?
«È morta giovane. Teneva insieme tutto. Si lamentava perché le scrivevo poco (sorride)».
Poco quanto?
«Mandavo cartoline da quasi ogni posto. Scrivevo: “A tutti in casa”. E sotto, solo una sigla: “GG”. Grosse, Gustav. Mi diceva: almeno scrivi come stai. Ma io ero fatto così».
Nello sci chi sono stati i più grandi?
«Zeno Colò. Toni Sailer».
E tra gli italiani?
«Alberto. La Compagnoni. Poi oggi Brignone, Goggia. Toste».
Franzoni?
«Bravissimo».
La rivalità con Gros?
«Qualche mese fa eravamo a Roma, io e Piero, sul Lungotevere. Passa un tifoso, ci guarda serio e fa: “Ma voi due non eravate nemici, cosa fate insieme?”. Siamo scoppiati a ridere».
Lei, invece, scia ancora?
«Sì. L’ultima volta la settimana scorsa. Con un gruppo di vecchi clienti. Due ore e mezzo al mattino. Mi piacciono le piste non troppo ripide. Me la godo, non penso a niente».
Diete?
«Mai. Ho sempre mangiato di tutto. Anche adesso. Ingrassavo anche in Giappone, un Paese che ho amato molto. Ricordo la prima volta: una geisha mi servì il tè verde. Io, senza farmi vedere, lo buttai nel lavandino. Lei pensò: l’ha scolato. E me lo riempì di nuovo. Andò avanti così per un po’».
Delle quattro Coppe del mondo a quale è più legato?
«La prima».
Se si guarda indietro cosa pensa?
«È stato bellissimo. Ma è tutto passato».
Ha lasciato molto amore però.
«A vedere la gente, sì. Di recente è salito fin quassù un signore, che avrà avuto la mia età. Quando mi ha visto, si è bloccato. Non riusciva a parlare tanto era commosso. La moglie gli diceva: “Ma che hai, che figura facciamo?”. Lui le ha detto solo: “Non dire niente, tu cosa ne sai?”».