Corriere della Sera, 3 febbraio 2026
Da Gramsci a Tolkien, le bandiere culturali da «sottrarre» al pantheon avversario
«Dobbiamo riprenderci Tolkien», ha scandito domenica Elly Schlein, puntando dritto al cuore pulsante della bibliografia della nuova destra di Giorgia Meloni, che adesso riscopre il pittore comunista Guttuso scegliendone un dipinto per Palazzo Chigi. Ora, che si tratti o meno di un assist ai tanti che teorizzano da sempre una sorta di via tolkeniana all’anarchia, al socialismo o quantomeno al progressismo (tra le fan del «Signore degli anelli» figurava, per esempio, anche Michela Murgia, scrittrice molto amata dalla leader del Pd) la mossa di Schlein segna un punto di approdo nuovo al «rubabandiera» iniziato nella Seconda Repubblica. Iniziato cioè quando, per connotarsi di una nuova identità, centrosinistra e centrodestra hanno cominciato a pescare nei pantheon altrui alla ricerca di icone finite in naftalina, miti caduti nel dimenticatoio o semplicemente figurine comode per attrarre fette di elettorato nuovo, o quantomeno per provarci.
E così, tanto per rimanere nella storiografia di questa legislatura, la destra-destra, nei suoi effettivi intellettualmente più attrezzati, ha provato a mettere più di una fiche nientemeno che su Antonio Gramsci, fondatore del Partito comunista italiano e massimo teorico dell’egemonia culturale. Un tarlo perennemente presente nella mente di Genny Sangiuliano, che (anche) con le dissertazioni sul gramscismo da traslocare a destra aveva convinto Giorgia Meloni a dargli la poltrona di ministro dei Beni culturali; e pure in quella del suo successore Alessandro Giuli (titolo del suo ultimo libro: «Gramsci è vivo»), nonché di molti degli intellettuali di destra che hanno criticano da destra l’operato dell’esecutivo (vedi alla voce Marcello Veneziani, il cui ultimo libro si intitola «Gramsci e Nietzsche si davano la mano»).
Insomma, se il nemico del mio nemico è mio amico, l’idolo del mio avversario può diventare il mio. Nella sua personalissima declinazione del «rubabandiera», Matteo Salvini s’è tenuto a debita distanza dai libri e ha preferito concentrarsi sui dischi. Cantante preferito rigorosamente Fabrizio De André, che piace anche alla presidente del Consiglio (c’è un video che immortala un loro duetto sulle note de «La canzone di Marinella»); e una passione per Francesco Guccini, di cui a sedici anni suonava e cantava «La locomotiva», brano cardine dell’anarchismo italiano (reazione di Guccini in persona quando il leader della Lega fece questa confessione: «Piaccio a Salvini? Anche Dante era letto da porci e cani»). Rino Gaetano, che a dispetto di una collocazione postuma a sinistra era decisamente più distante dalle confessioni politiche e dalle ideologie, se lo sono contesi tutti: prima il centrosinistra ulivista, che celebrava le vittorie con «Ma il cielo è sempre più blu»; poi Giorgia Meloni, che ha reso «A mano a mano» nella versione del cantautore crotonese (ma il brano è di Riccardo Cocciante) la colonna sonora del suo trionfo alle elezioni del 2022. Ivano Fossati, la cui voce ne «La canzone popolare» riecheggiava nei congressi dei partiti che vennero dopo il Partito comunista italiano, è stato suo malgrado oggetto di trasmigrazione coatta alla festa meloniana di Atreju, visto che il sottosegretario alla Cultura Gianmarco Mazzi ha voluto un dibattito animato intitolato «Uomini poco allineati» (citazione di «La musica che gira intorno», altro capolavoro del cantautore genovese). Pier Paolo Pasolini è finito anni fa nel pantheon di Fratelli d’Italia e, più di recente, è stato riscoperto da Ignazio La Russa in un convegno ad hoc: «A destra fu attaccato per la sua vita privata. Ma per gli stessi motivi era stato cacciato dal Partito comunista». Cacciato dalla Rai dopo la famosa battuta sui socialisti, Beppe Grillo non venne adottato da nessuno: ed è forse anche per questo che, anni dopo, si costruì un movimento tutto suo. Le canzonette del festival di Sanremo, per anni appannaggio della maggioranza silenziosa che si proteggeva sotto l’ombrello del pentapartito, sono state ignorate per decenni dalla sinistra e dalla destra. Poi sono arrivate loro, Meloni e Schlein, che della rassegna non perdono neanche mezzo secondo. L’anno scorso, per esempio, provarono a mettere il cappello entrambe sul pezzo di Simone Cristicchi dedicato alla mamma. Rubabandiera? No. Semplicemente, la canzone era piaciuta a tutte e due.