Corriere della Sera, 3 febbraio 2026
Allarme Midterm
Fino a tre mesi fa i democratici temevano che l’onda lunga dell’elezione di Donald Trump nel 2024 avrebbe spinto i repubblicani alla vittoria anche nel voto di midterm e oltre. Oggi, con gli indici di popolarità del presidente in caduta verticale e dopo una serie d’inattese vittorie dei progressisti in elezioni locali in ogni parte d’America, l’ultima sabato scorso in Texas, la riconquista dei favori dell’elettorato viene data quasi per scontata. Ma emerge un nuovo timore: quello di una vittoria negata dall’attuale governo che, non accettando nemmeno di prendere in considerazione la possibilità di perdere, potrebbe condizionare in vari modi il voto.
Accusare qualcuno di crimini non ancora commessi è inaccettabile, ma il governo ha già manifestato in vari modi l’intenzione d’intervenire: con gli ordini esecutivi di Trump (parzialmente impugnati dalla magistratura) che modificano alcune regole del voto e in molti Stati potrebbero impedire (o limitare moltissimo) il voto postale, ma anche con pratiche estreme di ridisegno dei collegi elettorali, in modo da creare nuove «riserve di caccia» della destra. È già avvenuto: queste revisioni vengono fatte ogni 10 anni e ne beneficiano, sia pure in misura ridotta, anche i democratici. Stavolta Trump, temendo la sconfitta a novembre, ha imposto una revisione «supplementare», fuori dalle scadenze. E poi il ministero della Giustizia che in Minnesota e in molti altri Stati ha chiesto le liste degli elettori e i loro dati personali e il blitz del sequestro di tutti gli atti del voto del 2020 nella più vasta contea della Georgia. Con l’intento dichiarato di mettere sotto accusa quella struttura elettorale: un’operazione che sa d’intimidazione e interferenza politica, visto che la magistratura non aveva riscontrato irregolarità, mentre ora al blitz dell’Fbi ha voluto essere presente Tulsi Gabbard, messa da Trump alla guida dei servizi segreti Usa. Gabbard stessa il giorno dopo ha parlato col presidente che poi, collegato in vivavoce, si è congratulato con gli agenti federali per il lavoro fatto.
Se tutto questo non bastasse, c’è anche un presidente pentito per non aver fatto sequestrare dalla Guardia nazionale le macchine elettorali negli Stati nei quali è stato sconfitto nel 2020 e che, mentre viene bocciato dagli americani in tutti i sondaggi, afferma che le elezioni di novembre gli paiono superflue: gli straordinari successi del suo primo anno di presidenza, dice, sono già garanzia di un esito delle urne a lui favorevole. E allora giovedì scorso, durante un incontro annuale degli amministratori locali democratici, i segretari di Stato delle regioni progressiste hanno cominciato a pianificare una serie di contromisure da adottare nel caso di tentativi di interferenza nel voto. Nessuno ne ha voluto fornire indicazioni dettagliate per non spaventare gli elettori e non fornire piste a possibili malintenzionati, ma da sinistra è stato fatto presente che, rispetto al passato, le preoccupazioni oggi non sono solo quelle di mettere tutti gli elettori nelle condizioni di esercitare il loro diritto di voto e di contare i suffragi in modo corretto.
Emergono altre minacce: ad esempio la possibilità che agenti armati dell’Ice vengano mandati in prossimità dei seggi per intimidire elettori ispanici e neri. Spinti a restarsene a casa senza votare anziché correre il rischio di essere maltrattati e magari anche brevemente arrestati, fino a quando non viene accertato che il Gonzales di turno è un cittadino americano che paga le tasse e non un clandestino: casi simili si contano già a centinaia. E allora ecco che, ad esempio, il segretario di Stato del Nevada cerca di reclutare scrutatori in massa a Las Vegas, in modo da aprire molti seggi: unico modo per evitare di esporre ai raid dell’Ice lunghe code di dipendenti di alberghi, casinò e ristoranti, in gran parte ispanici.
La Casa Bianca nega di voler interferire nelle elezioni e accusa i democratici di montare una caccia alle streghe. La presenza di militari armati nei pressi dei seggi elettorali, poi, è espressamente vietata da una legge. Ma chi crede che gli agenti anti immigrati rispetterebbero questo divieto quando il capo del tribunale federale del Minnesota, un giudice repubblicano, dichiara che nel solo mese di gennaio l’Ice ha violato gli ordini delle corti più di quanto alcune agenzie federali abbiano fatto in tutta la loro esistenza?
E, allora, si mobilita anche la stampa progressista: il board editoriale del New York Times in un lungo articolo lancia l’allarme, chiede ai cittadini di vigilare, offrirsi come scrutatori, sostenere le organizzazioni che controllano la correttezza delle operazioni elettorali. Mentre David French, uno dei commentatori più autorevoli, invita a tenere alta la guardia, memore della «mancanza di immaginazione» di 5 anni fa quando nessuno, nonostante il rifiuto di Trump di accettare la sconfitta elettorale, era arrivato a ipotizzare un assalto al Congresso.