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 2026  febbraio 03 Martedì calendario

Quella zona grigia a sinistra. Tra chi parla di complotti, infiltrati o compagni che sbagliano

Ci sono tre modi possibili per sfuggire alla domanda: stai con lo Stato o con chi attacca lo Stato? (Detto anche il dilemma della «zona grigia»).
La prima risposta è: «Quelli che hanno pestato il poliziotto erano solo una frangia, hanno sporcato un corteo bellissimo e pacifico, così non si accorgono che fanno il gioco delle destre». I violenti di piazza sono «compagni che sbagliano», oggi col martello come ieri con la P38. Il che vuol dire: gente come noi, con le nostre stesse idee e finalità, solo che le interpretano male per eccesso di entusiasmo e testosterone, e così danneggiano la causa comune.
Negli «anni di piombo» era la distinzione abituale che si usava nei settori dell’estremismo extraparlamentare più contigui al «partito armato». Più che la strategia, a dividerli era la tattica. Ne abbiamo avuto di recente un esempio nel tweet con cui la docente di filosofia Donatella Di Cesare ha salutato la morte di Barbara Balzerani, «primula rossa» delle Br e protagonista nel sequestro Moro: «La tua rivoluzione è stata anche la mia. Le vie diverse non cancellano le idee». Qualcosa di simile è la «benevola tolleranza dell’upper class» denunciata pochi giorni fa dalla procuratrice generale di Torino, Lucia Musti, nei confronti dei gruppi violenti. La potremmo chiamare «affinità ideologica».
Poi c’è la seconda risposta: «Sono compagni solo “sedicenti”, forse infiltrati, di certo provocatori, mestatori di una nuova strategia della tensione». È un antico disclaimer (dichiarazione di non responsabilità) cui fecero abbondante ricorso negli anni ’70 anche grandi firme del giornalismo di sinistra: le Br non esistono, sono agenti Nato, oppure pezzi deviati dello Stato. A sostegno di questa tesi viene fatta molto girare in questi giorni sui social una vecchia intervista a Cossiga del 2008, in cui l’ex presidente dava consigli all’allora ministro dell’Interno Maroni su come gestire i disordini di piazza: «Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, lasciare che i manifestanti mettano a ferro e fuoco le città… Dopo di che, forti del consenso popolare, le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà». I poliziotti sarebbero dunque vittime di una macchinazione di chi li guida, finalizzata a inasprire le norme (decreto Sicurezza). La potremmo chiamare «deriva complottarda».
Infine la terza soluzione: la colpa è dello Stato, anzi, del governo. «Conoscono i violenti, uno per uno, hanno in archivio le foto delle facce e perfino dei tatuaggi, ma non sanno gestire l’ordine pubblico». Il che, dopo tre anni di governo di destra, è un’accusa sanguinosa, se si può ancora usare questa metafora nel clima di oggi. Naturalmente, quelli che adesso invocano una migliore e preventiva capacità di repressione da parte del Viminale, sono di solito gli stessi che lamentavano ieri la repressione dei cortei studenteschi per la Palestina o attribuiscono gli scontri di Torino alla repressione di cui da tempo sarebbe vittima la città. In una parola, la causa degli scontri per Askatasuna è lo sgombero di Askatasuna. Bastava lasciarlo aperto. Potremmo chiamarla la teoria «è stato lo Stato».
La storia d’Italia ci ha però già insegnato che non basta condannare la violenza, se un attimo dopo le si cerca una giustificazione. La teoria del «doppio Stato» (un involucro esterno finto, manovrato come un pupazzo da forze oscure all’interno) serve come scusa per rifiutarsi di difendere lo Stato che c’è, l’unico che abbiamo, e con esso l’ordine pubblico; anzi, l’«ordine democratico», come si diceva una volta, perché la prima vittima del disordine è sempre la democrazia.
Questa cosa, dopo qualche tentennare, fu chiara alla più grande forza della sinistra italiana negli anni ’70: il Pci. Il quale capì che il «partito armato» («Album di famiglia», «Veterocomunismo puro», scrisse Rossana Rossanda) era innanzitutto un suo nemico. Le Br uccisero tra gli altri l’operaio comunista di Genova Guido Rossa, che aveva denunciato un brigatista in fabbrica. E il Pci combattè il terrorismo fino al punto da collaborare con i carabinieri del generale Dalla Chiesa infiltrando un proprio militante nella colonna romana delle Br, che fu decisivo per sgominarla.
Ha perciò ragione Elly Schlein quando dice, forse anche a qualche suo alleato, che le forze dell’ordine sono «un patrimonio dello Stato». Prosciugare la «zona grigia» vuol dire questo: difendere lo Stato. Per cambiarlo, con metodi democratici, c’è sempre tempo: finché vive.