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 2026  febbraio 02 Lunedì calendario

Intervista ad Alberto Palmiero

«Mi chiamo Alberto Palmiero. Ho frequentato il Centro sperimentale. Ora faccio il magazziniere ad Aversa...». Destinatari della lettera, Marco Bellocchio e i suo collaboratori della Scuola di cinema di Bobbio. Una sorta di ultima chiamata prima di abbandonare il sogno di diventare regista, deciso a lasciare Roma e tornare in provincia, pronto a farsi riassorbire dal torpore di una vita senza grilli per la testa.
«Quella lettera – ha spiegato Simone Gattoni, braccio destro di Bellocchio alla Kavac film – ci colpì moltissimo. Alberto era stato uno degli allievi più interessanti del suo anno. Uno dei primi corti che aveva girato, Il pesce toro, era risultato piuttosto sorprendente anche per Francesca Calvelli, che era stata sua insegnante di montaggio al Centro sperimentale di cinematografia». Antonio fu accettato a Bobbio, si presentò ai corsi di Fare Cinema con un progetto di film già avanzato, frutto dei consigli di un altro docente del Csc, il produttore Gianluca Arcopinto. Ora quell’opera prima, Tienimi presente, arriva in sala (il 26 febbraio con Fandango), preceduta da un’anteprima milanese, l’8 febbraio, in cui il neoregista incontrerà il pubblico insieme a Bellocchio. Che lo ha prodotto con Gattoni e Arcopinto. Un film autobiografico a budget ridottissimo: «Intorno ai 150, 200 mila euro, quasi da documentario», racconta Palmiero a «la Lettura». Una storia che racconta, con efficacia e ironia, i tormenti di un giovane alle soglie dei 30 anni, alla ricerca del suo posto del mondo.
Lei ha una laurea in informatica. Da cosa nasce il desiderio di fare il regista?
«Arriva da lontano. Facendo piccoli montaggi con una telecamera di mio cugino. Avevo 8, forse 9 anni, e convinsi mio padre, come premio di una bella pagella delle elementari, a regalarmi un apparecchio con cui ho girato i primi filmini. La passione è arrivata più tardi, ero già grande. Diciamo che è stato in realtà un mio grande tallone d’Achille».
In che senso?
«Fu uno dei principali dubbi del comitato di selezione del Csc. C’era un problema macroscopico di mia impreparazione in storia del cinema, di cui oggi mi vergogno. Una presunzione un po’ adolescenziale di pensare che non servisse. Daniele Luchetti è stato quello che insistette di più, sentiva la mia esigenza di raccontare storie. Mi dovetti preparare molto, guardando e studiando i capolavori dei nostri autori. E sono contento di averlo fatto e di aver frequentato il Centro. Mi ha reso più solido. E non ho perso l’occasione di continuare a vedere titoli nuovi, di scalettarli per capirli meglio».
Una passione autentica, insomma.
«Non ci ho creduto abbastanza da ragazzo, non mi fidavo delle mie risorse. Per questo mi sono iscritto alla facoltà di Informatica, ho aspettato di laurearmi a 21 anni e provare a entrare al Csc».
Però stava per mollare. Perché?
«È successo dopo aver finito la scuola: è un mondo un po’ ovattato, quando esci e riparti da zero l’ambiente del cinema ti sembra più vicino di quanto non sia in realtà. Ho fatto dei corti, che erano piaciuti ma non erano andati benissimo nei festival. Ho girato per mesi con una sceneggiatura, Il supplente, ma non si concretizzava niente, come racconto in Tienimi presente. Così ho deciso di tornare a vivere dai miei. Paradossalmente, in questo clima di resa e fallimento ho realizzato quanto il cinema fosse importante. Per raccontare, rielaborare e restituire con ironia le mie esperienze. Che, ho capito, potevano parlare anche agli altri».
È vero che ha fatto il magazziniere?
«Sì, in un’azienda informatica. Facevo l’inventario, passavo le giornate in macchina o a sistemare le cose che arrivava. Sono stati mesi che ricordo con affetto, ho capito che poteva essere qualcosa da raccontare. Mi riprendevo, e ho iniziato a mandare quegli spezzoni ad Arcopinto. Lui mi ha consigliato di immaginare la storia non più come un documentario ma come un esordio di finzione».
Quanto è servita Bobbio?
«Se non fossi andato lì, avrei messo il film in standby. Si era aperta la possibilità di lavorare sul set di Claudio Giovannesi, una bella opportunità. Ho scelto Fare Cinema. Dove ho ritrovato Francesca Calvelli che è stata fondamentale per i consigli sul montaggio, curato da Francesco Di Gioia, mio compagno di corso. Ci ha aiutato a trovare il ritmo giusto».
Bellocchio appare in una scena del film nella parte di sé stesso mentre gira «Portobello», lei fa la comparsa sul set della serie «Portobello» diretta da Bellocchio (Hbo Max dal 20 febbraio). Che consigli le ha dato?
«È molto concreto, non si perde in chiacchiere. È affettuoso, non vuole invadere gli spazi. Il consiglio che mi ha dato, prezioso, è stato di rallentare. All’inizio siamo stati molto frettolosi nel presentare un primo premontato alla produzione. Lui mi ha detto che l’opera prima ha un valore particolare nella storia di un regista. Era necessario prenderci il nostro tempo senza farci travolgere dall’ansia delle scadenze».
Nei titoli di coda ricorre il cognome Palmieri, insieme a quello della famiglia di sua madre, Fattore. Ha coinvolto tutti i parenti nelle riprese?
«Ho girato con una troupe piccolissima. Gli attori sono le persone della mia vita, amici come Francesco Di Grazia, la mia fidanzata, Gaia Nugnes. Non era ovvio che i miei genitori accettassero di recitare. Non avevano capito cosa stavo facendo. Ma si sono spesi tantissimo, è un regalo che mi hanno fatto. Abbiamo rimesso in scena cose realmente vissute, magari con altri toni, perché ho cercato sempre di usare l’ironia».
«Tienimi presente» ha vinto come miglior opera prima alla Festa di Roma. La critica ne ha parlato bene, qualcuno ha chiamato in causa Massimo Troisi e Nanni Moretti. Che ne pensa?
«Lo capisco. Chiaramente io non volevo assomigliare a due registi che amo, che ho studiato. Nel caso di Troisi lui era anche un grande performer, io no. La mia comicità, tra virgolette, è più un’ironia situazionale delle scene. Più di scrittura che recitazione. Sento anche l’infuenza di autori come il Jim Jarmusch degli inizi. O Richard Linklater: il suo It’s Impossible to Learn to Plow by Reading Books è uno dei miei film preferiti».