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 2026  febbraio 02 Lunedì calendario

Al servizio di sua maestà la letteratura

L’essenza, però, sta tutta in una frase: in quella prima, decisiva, superba, definitiva, frase. «I am not a spy who writes novels, I am a writer who briefly worked in the secret world». Con piena consapevolezza della sua vita, fatta, chi lo potrebbe negare?, da nascondimenti ed eccessi, maschere e finzioni (e chi ha visto quel capolavoro che è il “documentario” di Errol Morris, The Pidgeon Tunnel sa di che “mescolanze” è capace il protagonista) – di una cosa questo signore è sicuro: è uno scrittore, non una spia. E che scrittore!
Il virgolettato campeggia all’ingresso della meticolosa, sorprendente e assai istruttiva Tradecraft, la mostra ospitata in una sola, ampia, sala della Weston Library a Oxford (fino al 6 aprile) e ne è non una introduzione ma la conclusione, come dicevamo, la colonna portante di ciò che le teche, pochi passi più in là, tra foto e appunti, bozze e dattiloscritti, lettere e oggetti, copertine e cancellature, ripensamenti e aggiustamenti, articoli e libri, disegni e scene di quotidiana routine, si incaricano di dimostrare con strepitosa limpidezza: eccoli, i segreti!
Perché lui, John le Carré (nato David John Moore Cornwell, con tanto di carta intestata doppia, da riservare alternativamente se si scrive agli amici o a conoscenze di lavoro, soprattutto dopo essersi fatto cotanto nome editoriale) è un personaggio che lui stesso autore non avrebbe disdegnato di inventare: e molto di quel vissuto trapela, o tracima talora, nelle sue pagine, ma certamente le Carré ha chiara una distinzione che applica ad ogni libro: la precisione deve essere sovrana, e impressionante, ma la realtà è una cosa, la letteratura un’altra. E lui, non a caso, aveva scelto la letteratura.
Certo: lo scrittore ha ridefinito per sempre la narrativa di spionaggio – trasformandola in qualcosa di considerato più “autentico” (le smargiassate di James Bond ci piacciono molto, ma sono sempre, sempre, oltre le righe; e in fondo lo sappiamo...), ha descritto i biechi meccanismi dell’intelligence conoscendoli dall’interno (per quanto David non fosse mai arrivato ai vertici), ma anche nel resto delle sue opere post-Guerra Fredda e post-spionaggio aveva praticato il difficile sport, no la scrupolosa religione, della verosimiglianza, con una scrittura che non doveva lasciare niente al caso, se non la fiction. Eccole, queste teche: un primo carotaggio in quel bendidio di 1.237 scatole di archivio che, dopo la sua morte nel 2020, è arrivato alla Bodleian di Oxford, l’università che aveva frequentato e di cui non aveva mai smesso di sentirsi orgogliosamente figlio. I curatori della mostra sono il professore, collaboratore (prima) e amico (dopo e fino alla morte) di le Carré, Federico Varese, e la storica Jessica Douthwaite con il supporto della famiglia le Carré: la mostra è un viaggio dentro l’ossessione della scrittura; dentro un metodo, costruito con evidente tenacia, e capace di restituire, con il successo planetario, tutto quello che uno scrittore può volere dalle sue fatiche. Non le frustrazioni (quelle, semmai riservate alle tante brutture che di volta in volta si è incaricato di raccontare e testimoniare, multinazionali spietate, traditori seriali, capitalisti degni di azioni dei peggiori di killer e via orroreggiando...), ma, direi, la voglia – e la gioia intima – di raccontare. «Tradecraft», del resto, è parola che restituisce un complesso di azioni che portano a un lavoro, e vale per lo spionaggio quanto per la letteratura: una tecnica proprio di raccolta di informazioni segrete o presunte tali, l’acrobazia che si fa per passare messaggi da una spia all’altra, i dispositivi di sorveglianza che potrebbero intercettare in una stanza d’albergo apparentemente anonima le reti di false identità, il metodo per scoprire le contro-narrazioni fuorvianti progettate per destabilizzare il nemico. Occultamento e rivelazione, l’uno insieme supporto e causa dell’altro, un intreccio sempre difficile da dipanare, se non anche solo da scorgere: è il fascino duraturo dell’opera di le Carré, reso ancora più affidabile dalla sua esperienza nei servizi segreti ma non decisivo per il suo vero lavoro, lo scrittore.
Perché è evidente che le Carré si dotava di tutti i mezzi per scrivere romanzi che fossero inoppugnabili quanto alla veridicità del racconto; la fiction, poi, si sarebbe incaricata di fornire il surplus, che è il miglior portato della letteratura, per capire al meglio e più a fondo il mondo. Costruiva sempre una rete di relazioni che intrecciava con i soggetti che potevano aiutarlo a carpire i segreti della porzione di mondo che avrebbe descritto nei romanzi (fu così che avvicinò Varese, esperto di mafie russe), e diligentemente annotava tutto. Si resta ammirati dalla minuziosità della preparazione del testo finale. Le polaroid di luoghi londinesi (che magari vedeva ogni giorno) sono un supporto visivo indiscutibile nel momento della stesura: quante finestre in una facciata, che tipo di alberi in un viale, presenza di semafori, voli di piccione nelle vicinanze. Del resto, rimase, per lui, insuperata una lezione che la vita (reale) gli aveva offerto: ambientando a Hong Kong una storia, e fidandosi di una guida turistica (cartacea), aveva ignorato la presenza di un tunnel, costruito evidentemente dopo l’uscita della guida, ma già esistente nel momento della narrazione. Un lettore glielo aveva notare: risultato: si era ripromesso – e aveva fatto così! – di verificare di persona qualunque informazione (anche logistica) avrebbe incluso in un suo romanzo. E se questo ci dice del pre-scrittura, sono poi le correzioni e le migliorie sulla pagina che danno il sapore del tradecraft narrativo. Le Carrè scrive, sempre, tutto a mano. In mostra c’è il suo cuscino, dove poggia il braccio sinistro, per avere comodità mentre scorre la destra, la penna e il ciotolo rosso, dipinto a mano («to fix») per “fissare”, anche fisicamente, le carte sparse; emozionano le prime descrizioni del suo eroe più celebre, Smiley, i memo tecnici («il corpo di un annegato che galleggia a pancia in su è di una donna, a faccia in giù uomo»), le lettere ai collaboratori, i brevi obituary a mano (un suo amico che probabilmente fu il modello di Smiley). Il processo creativo: che sfocia anche in una serie di parole che, dopo di lui, diventeranno proverbiali (ed esprimeranno una sorta di gergo lecarreiano che si offre a chiunque voglia affrontare tali argomenti): per dire la parola più famosa, «talpa», che ora tutti sappiamo cosa significhi in un romanzo.
I manoscritti annotati di Tinker Tailor Soldier Spy, The Constant Gardener, The Little Drummer Girl e potrei continuare; le fotografie di famiglia inedite; gli schizzi originali e acquerelli (era partito come illustratore e ne resta traccia in alcuni libri degli anni 50 illustrati da...David Cornwell): il mondo in una stanza John le Carré lo scrittore è un inno al metodo. L’ispirazione ci vuole ma non si va da nessuna parte se non si lavora duramente per metterla al servizio di sua Maestà la Letteratura e di quell’umile servo, che la sa lunga e non si fa prendere mai troppo per il naso, sua Insostituibilità il Lettore.