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 2026  febbraio 02 Lunedì calendario

Giorgio di Centa: "La magia del 2006 non mi ha cambiato Dopo i due ori ho detto no ai reality"

«Dopo gli ori ai Giochi 2006 ho detto no “all’Isola dei Famosi”. I reality non fanno per me. Non ho sfruttato la popolarità di quel momento. Ho sbagliato? No, sono fatto così. Amo la normalità». Giorgio Di Centa, 53 anni, carabiniere, è l’eroe dei Giochi di Torino, l’ultimo fondista azzurro in trionfo nella 50 km alle Olimpiadi. Oggi è uno dei preziosissimi skiman della Nazionale di biathlon. I cugini che alla fatica sugli sci stretti uniscono la precisione della carabina.
Di Centa, ci parli della bellezza della vita “normale”, concetto raro oggi.
«La mia impresa sportiva è entrata nella storia ma non sono diventato ricco. Per mantenere la famiglia continuo a lavorare. Una decisione presa con mia moglie, abbiamo investito sui nostri quattro figli, e sulla casa. Dei ragazzi, l’unica ad aver seguito la mia strada è Martina, fondista. La primogenita è medico, si sta specializzando. Gaia, invece, è studentessa universitaria e William, il più piccolo, frequenta ancora le superiori».
La Nazionale di biathlon? Partite favoriti ai Giochi.
«Grazie all’Arma ho coltivato le mie passioni. Così mi sono specializzato sulla preparazione degli sci degli atleti del biathlon. Gli azzurri hanno centrato molte vittorie in stagione. Per le Olimpiadi vi segnalo Tommaso Giacomel, 25 anni. Fortissimo, vuole sempre di più, spinto da una tempra incredibile».
A pochi giorni dalla cerimonia di apertura di Milano-Cortina è inevitabile fare un tuffo nel passato. Ricordi di Torino?
«Bellissimi, emozionanti. Quando parlo dei Giochi la mente riavvolge il nastro al 2006, al giorno magico della mia gara. Al mattino ero sereno, sentivo che avrei potuto fare bene. L’oro della staffetta (con Fulvio Valbusa, Pietro Piller Cottrer e Cristian Zorzi) mi ha dato una carica speciale. Sapevo di essere in forma, dovevo restare concentrato. Peccato aver avuto a disposizione poco tempo per la festa con la famiglia. Ho ricevuto tantissimi messaggi. La fretta e una giornata piena di impegni, dalla premiazione alle conferenze stampa, mi hanno travolto. Avrei voluto godermela di più. Ma quella ormai è storia. A me piace vivere il presente, il “qui e ora”, la vita va avanti».
Che effetto le ha fatto essere premiato da sua sorella, Manuela Di Centa, ex campionessa, ora membro Cio?
«L’abbraccio vale più di mille parole, siamo fatti così. Me l’aveva detto un anno prima.. “Cerca di vincere così ti premio"».
Il suo intreccio con i Giochi continua. Sarà ancora protagonista di un’Olimpiade italiana, questa volta dietro le quinte. Emozionato?
«Sì e molto contento. Spero che il biathlon riesca a regalare successi all’Italia. Ci tengo tantissimo, sarebbe la mia prima volta da tecnico».
E il fondo?
«Non voglio entrare nel dettaglio. Ma è evidente che il movimento ha pagato scelte non corrette, soprattutto da parte della federazione internazionale. Il pubblico ha perso interesse. Da otto anni lavoro con i biathleti e vi assicuro che è un mondo completamente diverso».
Le sue passioni?
«Ho tanti hobby, dal giardinaggio ai lavori che seguo personalmente nella nostra baita in montagna. Poi la bicicletta, d’estate mi alleno. Seguo tutti gli sport in tv. Mi piace molto il tennis, ho tifato per l’Italia in Coppa Davis. Mi divertono anche i tornei di golf, ho anche giocato un po’».
Il cibo preferito?
«Amo la pasta e la cucina carnica con i formaggi, le patate e la polenta. Mangio tutto, incluso il dolce e il gelato. Quando sono in giro con la Nazionale mi adatto, ma come squadra siamo fortunati perché abbiamo il cuoco al seguito. Per gli atleti nutrirsi in modo appropriato è molto importante».
Restando al cibo. I prezzi sono saliti alle stelle. Voi siete una famiglia numerosa: come vi organizzate?
«Come tutti, passando da un supermercato all’altro, inseguiamo le offerte. Però il pesce, che adoro, costa troppo caro».
Lei, asmatico, è stato un esempio per tante persone. Vuole raccontare la sua esperienza?
«Ero e sono stato un caso molto “difficile” all’epoca, perché non c’erano le cure adatte. Adesso, invece, la medicina ha fatto passi avanti. Ne soffro tuttora ma vivo bene anche con questo problema. Spero di essere d’aiuto per chi ne soffre».
I suoi genitori erano apprensivi?
«No. Hanno insistito che facessi sport all’età di 6 anni e da lì in poi, è andata meglio. A 12 anni, finalmente, sono arrivate le cure giuste. Vivere all’aria aperta mi permetteva di dimenticare i problemi legati alla fase respiratoria. Diciamo, mi ha formato mentalmente e mi ha dato qualcosa in più, una forza speciale che cresce. Convivo con la malattia serenamente, e tutto questo mi ha permesso di sviluppare una grande forza interiore».