La Stampa, 2 febbraio 2026
Carolina Crescentini: "I difetti non sono colpe. Affezionata alle mie occhiaie"
Si chiamano «genitori elicottero» e sono una tipologia precisa di madri e di padri eccessivamente presenti nella vita e nelle scelte dei loro figli. Niente di più distante dalla personalità di Carolina Crescentini che, dopo aver interpretato una figura di donna libera e dirompente nella serie Mrs Playmen, dedicata all’editrice Adelina Tattilo, si ritrova adesso, nel film di Gabriele Muccino Le cose non dette (nei cinema), nelle vesti di Anna, genitrice ossessiva, ma anche amica-Cassandra che, prima di tutti gli altri, riconosce il precipizio tragico su cui è avviata la storia della coppia formata da Elisa (Miriam Leone) e Carlo (Stefano Accorsi): «Con Anna non c’entro proprio niente – spiega l’attrice –, non ho figli ma non reagirei mai nel suo modo. Per interpretarla, ho letto libri e ho lavorato tanto con Muccino, che sapeva benissimo che cosa voleva. Detto questo, Anna io la conosco, nel senso che conosco, nella realtà, una persona che vive la sua stessa, identica, situazione e mi chiedo sempre come facciano lei e il marito a stare ancora insieme».
La figlia di Anna, Vittoria (Margherita Pantaleo), ha 13 anni, una fase di grandi cambiamenti. Lei com’era a quell’età?
«Appartengo a una generazione molto differente da quella dei teen ager di oggi. Io ero proprio una tredicenne degli Anni Novanta, piccola, tutta guance e frangetta. Ero una cucciola, i primi turbamenti erano legati al telefilm Beverly Hills. Vittoria, invece, è più grande della sua età, ma per la madre è impossibile capirlo».
Non è la prima volta che lavora con Muccino, come si trova con lui?
«Con Gabriele è tutto difficile. Quando pensi di aver girato bene una scena, per lui non è mai abbastanza, te la farà ripetere tante di quelle volte che, a un certo punto ti verrà da pensare “adesso mi sento male”. Con Gabriele si fanno le prove, e questa invece è una cosa bellissima, sono pochi i registi che le fanno ed è un gran peccato. Con lui mi diverto tanto, quando si gira e anche quando si fanno i provini, è proprio lì, al tuo fianco, ti sta addosso, alla fine è più sudato di te che hai recitato e poi, dopo che ti ha strizzato ben bene, scoppia a ridere».
Che tipo di ruoli cerca in questo momento della carriera?
«Cerco personaggi che mi emozionino, che mi insegnino cose, che mi lascino pensieri. Cerco delle belle storie, negli ultimi anni ho stretto un rapporto diretto con gli spettatori, mi scrivono e io rispondo. Ho capito il valore sociale del mio mestiere, che non è solo impegno civile, quello c’è sempre stato e ci ho sempre creduto, ma è anche la consapevolezza che, a volte, raccontando un personaggio, racconti qualcuno del pubblico che magari ti vede e si riconosce in quello stai facendo».
Qual è stato l’incontro fondamentale della sua carriera?
«Ne ho avuti tanti, ma di certo quello con Giuliano Montaldo è stato un dono. Mi ha insegnato tante cose, la sacralità del set, dove, infatti, sono un soldato, consapevole di essere una pedina di una grande squadra. Tutte cose imparate da Giuliano. Durante le riprese dell’Industriale andava dalle persone della troupe, dava i soprannomi ai macchinisti, diceva “tu sei il Tintoretto”, “tu sei il Pinturicchio”, e poi spiegava “gli attori stanno per provare questa emozione, mi raccomando, è importante che la proviate anche voi”. Coinvolgeva tutti, ma possedeva anche una straordinaria leggerezza, era un grandissimo raccontatore di barzellette. Lui e la sua compagna Vera mi hanno insegnato a non perdere mai di vista la bambina che ho dentro, mi hanno davvero conquistato il cuore».
All’inizio della carriera in tanti le rimproveravano il fatto che avesse le occhiaie e che scegliesse di non togliersele. Quanto le davano fastidio quelle osservazioni?
«So solo che questa sono io, e che esistono donne come me. Anche oggi, ogni volta che vado a farmi una pulizia del viso, c’è qualcuno che mi propone interventi a cui rispondo puntualmente di no. Viviamo in una società che considera ogni difetto come una colpa, e invece, magari, è solo una particolarità. Negli anni tante donne mi hanno manifestato riconoscenza, mi sono sentita dire “grazie a te non mi sento più a disagio”. Insomma accettiamoci, io voglio rappresentare le donne della mia età con tutti i difetti della mia età».
È un periodo difficile per il cinema italiano, produzioni in pericolo, film bloccati. Lei in che fase sente di essere?
«In questo momento devo stare ferma, devo prendermi un momento, per motivi personali, voglio scegliere storie giuste, leggerò tanti libri… ma ho vissuto un anno molto bello. So anche che, proprio in questo momento, la scelta di fermarmi è pericolosa. Noi del cinema non sappiamo quello che succederà nell’immediato futuro, mi stanno scrivendo in tanti, amici, tecnici, che non lavorano da un anno e mezzo e che hanno delle famiglie. È una cosa che mi spaventa e mi dispiace. Il nostro mondo viene bistrattato, siamo trattati come se fossimo ladri. Se qualcuno ha sbagliato, allora paghi, ma tutti gli altri, quelli che non hanno fatto niente, lasciateli in pace. All’ultima Festa di Roma, con l’associazione U. N. I. T. A., abbiamo organizzato un’iniziativa, ho sfilato sul red carpet insieme a una aiuto-regista, ho voluto che fosse lei a rispondere alle domande dei giornalisti, è stata bravissima, anche se tremava perché non era abituata a farlo».
Che ne dice del successo di Zalone?
«Dobbiamo soltanto ringraziarlo. Ha ricordato alla gente che esistono le sale cinematografiche e che sono luoghi meravigliosi, dove è bello andare, sia per piangere che per ridere. Andare al cinema vuol dire essere parte di una comunità, bisogna farlo con continuità».
Che cosa le è rimasto dell’esperienza “Mare fuori”?
«(Ride. n. dr.) Quando impreco mentalmente, lo faccio in napoletano, ormai le parolacce mi vengono così... A parte gli scherzi, Napoli mi manca tantissimo».