La Stampa, 2 febbraio 2026
Luca Trapanese: "Ecco la mia famiglia non conforme. I figli adottivi creano generazioni"
Luca Trapanese, ex assessore alle politiche sociali del comune di Napoli e ora consigliere della regione Campania, è autore di diversi libri in cui ha raccontato la scelta di adottare, nel 2018, sua figlia Alba, una bambina con sindrome di Down. Lui stesso è stato adottato, però da adulto, decidendo insieme all’amica Florinda Fella di diventare famiglia. Florinda negli anni Ottanta aveva a sua volta accolto Francesco, un bambino con un ritardo cognitivo. Nel suo nuovo libro, Storia di una famiglia imperfetta (Salani), Trapanese scrive dell’antica casa dei Fella in Lucania, che alla morte di Francesco e Florinda è andato a chiudere e vendere, portando con sé i ricordi e un’idea di amore che va ben oltre il DNA. Qui, Florinda, la sua madre adottiva, diventa una figura centrale, un secondo perno narrativo accanto ad Alba.
Com’è riuscito a raccontare con uno sguardo così ampio, che tiene insieme maternità, adozione, memoria e perdita?
«Florinda è sempre stata un punto di riferimento, sia per la sua famiglia d’origine, sia per quella che ha creato con il marito e il figlio Francesco. Quando io e Alba siamo entrati nella sua vita, lei è stata la nostra guida. Mi sembrava una grande opportunità raccontare una famiglia fuori da ogni schema. Qualcuno potrebbe definirla imperfetta perché non rientra in un modello classico, e però forse un modello classico in quanto tale non è mai esistito: le vere famiglie sono di tutti i tipi, e dobbiamo accettarlo. Possiamo essere legati non dal sangue, ma dall’affetto, dal cuore, dalla relazione. Per la prima volta con Florinda mi sono sentito figlio, senza nulla togliere ai miei genitori».
Torna più volte sull’idea che la famiglia non si eredita, si costruisce: un concetto potente, ma anche molto esigente. Che cosa implica concretamente questa costruzione quotidiana?
«Credo che ognuno di noi abbia una famiglia al di fuori degli schemi tradizionali. La famiglia come la immaginiamo, così ristretta, non esiste. Abbiamo dei rapporti che molto spesso sono più importanti di quelli con i nostri genitori e fratelli di sangue. Partiamo dal presupposto che io sono stato fortunato con la famiglia d’origine: non ero un orfano, anzi; penso però che ci siano delle connessioni che arrivano più avanti nella vita, con delle persone che ti capiscono, ti accolgono, e ti danno la possibilità di essere te stesso. Con Florinda e Francesco è successo questo, e non solo a me. Il rapporto tra me e loro non è stato univoco: si è aperto anche a mia madre e mio padre, a mio fratello, ai miei zii, e siamo diventati un’unica famiglia, perché è accaduta una cosa importante, ovvero che ci siamo voluti bene».
La casa di Florinda in Lucania era uno spazio simbolico, pieno di oggetti, tracce, silenzi. Che ruolo ha avuto nel farle rileggere la sua storia e nel trasmettere ad Alba un’idea di appartenenza che non passa dal sangue?
«Era un luogo pieno di storie, dove la famiglia di Florinda ha vissuto per più di cent’anni e dove sono successe un’infinità di cose. Io portavo questo peso enorme: alla morte di Francesco, e poi di Florinda, siamo rimasti solo io e Alba, e abbiamo ereditato non solo la casa ma anche la storia dei Fella. Per me ha significato tanto, perché credo molto nella tradizione, nel portare avanti i ricordi, anche quelli che ti vengono donati e non appartengono a te per linea di sangue. Florinda me li ha voluti lasciare in eredità perché ha visto in me una persona che avrebbe potuto tramandarli. Io poi la casa l’ho venduta, come voleva lei, però l’idea di andarci e raccogliere le cose, di ricollocare gli oggetti nel nostro appartamento a Napoli, di non sprecare nulla, mi ha dato modo di sentirmi parte di quella storia».
Lei non nega mai l’assenza di chi non c’è più: la trasforma in una presenza diversa. È una scelta narrativa o una posizione esistenziale maturata nel tempo?
«Sono convinto che chi muore resti. La mia storia personale è fatta di perdita e sofferenza, e anche di rinascita. Alba è stata la mia rinascita dopo un dolore enorme. Io sono certo che Florinda e Francesco siano con noi: lo vivo in quanto cattolico, ma soprattutto come persona che sente. Anche oggi, cose che sono successe nella quotidianità mi hanno riportato a loro. Non a caso ho voluto raccontare di un’insegnante di Alba, che dopo la morte di Florinda mi ha rivelato che Florinda l’aveva chiamata e aveva voluto scegliere insieme a lei quale fosse la classe migliore per la bambina. Se una persona ti ha voluto bene, rimane presente, trova il modo di farsi sentire nel riverbero di ciò che ha costruito e nutrito».
La vostra famiglia scelta è nata anche dall’accoglienza della fragilità cognitiva (Francesco, Alba), ma lei non ne fa una “lezione”. C’è qualcosa che ha scelto di non dire per rispetto dei suoi cari?
«Sono sicuro che chi legge i miei libri lo faccia perché si ritrova nelle tematiche della disabilità, della genitorialità con un figlio disabile, della solitudine, del tema del “dopo di noi che cosa succederà”. Perciò ho cercato di non omettere nulla, di raccontare anche il rapporto difficile tra Florinda e Francesco, sebbene di grande amore. E l’ho fatto proprio per rendere giustizia a tutte quelle donne che spesso sono sole con figli disabili, e pur amandoli molto non ce la fanno più perché hanno addosso un peso enorme: la solitudine, che è un problema sociale importantissimo. Parlo di quello che ho vissuto affinché possa essere utile a chi vive situazioni simili alla mia».
Una famiglia può continuare attraverso le storie e i gesti di cura che restano, diceva: è questa, oggi, la sua idea più radicale di amore?
«La famiglia di Florinda e Francesco è continuata attraverso me e Alba: noi abbiamo preso questa storia fatta di dolore, incomprensioni, fatica, e di enorme amore. Florinda amava in modo indescrivibile, ma sapeva essere anche insopportabile. Quando però eri amato da lei, ti sentivi immensamente amato, e io questa cosa la porto con me. Ha sempre trattato Alba come sua nipote, l’ha adorata fino alla fine. La sera prima di morire nel sonno, ci aveva chiamati come tutte le sere per sapere se Alba avesse mangiato e se la giornata a scuola fosse andata bene, e abitavamo nel palazzo di fianco a lei, perciò ci vedevamo molto spesso».
E come si inserisce nel quadro un nuovo compagno?
«La mia famiglia può continuare a vivere nell’idea che non è solo la mia famiglia: che domani potrebbe arrivare qualcun altro e unirsi a noi, e comporla in una maniera diversa. Io ho un compagno con cui sto da tre anni, ed è una relazione complicata, per certi versi: lui non ha scelto di essere padre e ha trovato me che lo ero già di Alba, che ora ha quasi nove anni. Ognuno ha i suoi impegni e i suoi rapporti, però bisogna trovare una strada comune e scegliere come camminare insieme, affrontando ciò che la vita ci propone di bello e di faticoso. Spero di costruire un nuovo nucleo che possa essere poi un futuro per Alba, e che non si fermi a me, Alba e il mio compagno, ma si apra e vada avanti, com’è stato per la famiglia di Florinda e di Francesco».