La Stampa, 2 febbraio 2026
Trump, l’ossessione di abbassare i tassi per alzare il potere d’acquisto degli elettori
Per noi che tra la vita e la morte avremmo scelto l’America, Donald Trump è una ferita che sanguina. Lo detestiamo più degli altri, ma ci sforziamo di capirlo più di tutti. È vero: sta calpestando molto di ciò che la nazione dei liberi e dei coraggiosi rappresenta di bello per noi. Ma sta anche squarciando il velo di ipocrisia con cui classi dirigenti colte e soddisfatte di sé hanno per anni difeso le proprie rendite, parlando in nome del popolo sovrano mentre ne svuotavano la voce.
Ammettiamolo. Marx o non Marx, destra o sinistra, non importa: chiunque abbia una visione un po’ storicistica delle vicende umane, quando è deluso dallo status quo, finisce per subire il fascino degli agenti del caos. Riformatori, rottamatori, innovatori: figure nuove, esterne ai soliti giri, scevre dai tick culturali dell’establishment, che promettono di stravolgere il sistema senza troppi complimenti.
Da questo punto di vista, Trump non è un incidente della storia americana. È l’emersione brutale di una corrente anti-intellettualistica che attraversa da sempre l’immaginario collettivo statunitense. La nazione che ha fatto dell’istruzione, della scienza e del merito individuale il motore della propria ascesa è anche quella in cui il sospetto verso chi “sa” è una tradizione popolare, profonda, orgogliosa. Come spiegava già nel 1963 lo storico Richard Hofstadter, l’ostilità verso gli esperti è una componente strutturale della vita americana. Trump non crea questa tensione: la radicalizza. E nel farlo mette a nudo il paradosso di una democrazia che, ansiosa di difendersi, finisce per colpire sé stessa.
Con lui, però, l’anti-intellettualismo smette di essere solo un riflesso culturale e diventa qualcos’altro. Una tattica di governo. Trump militarizza tutto ciò che tocca: le alleanze internazionali, i dazi, i finanziamenti alle università, le istituzioni tecniche. Anche la Federal Reserve entra in questo schema. Le accuse sempre più gravi rivolte al governatore in carica, la nomina del suo successore e la pressione costante sulla banca centrale non sono episodi isolati, ma pezzi di una strategia coerente. Quando ogni scelta diventa un’arma, anche l’indipendenza delle autorità monetarie diventa un bersaglio.
Ma la ragione profonda è meno ideologica e più materiale. Riguarda, infatti, il potere d’acquisto dei suoi elettori: la loro possibilità di permettersi una casa, un’auto, una copertura sanitaria. In un’economia che regge, con inflazione e occupazione sotto controllo, il disagio sociale non passa più solo dalla distribuzione dei redditi, ma dal rapporto sempre più sbilanciato tra redditi e costo della vita. Ed è qui che la politica ha le mani legate. Redistribuire, colpendo profitti e rendite, vorrebbe dire accettare una caduta dei prezzi della borsa e delle case, che nessun presidente può affrontare alla vigilia di un’elezione. Agire sull’offerta, costruendo nuove case come negli anni Cinquanta, è un’ipotesi che la politica americana non è riuscita a realizzare neppure quando i prezzi delle abitazioni salivano senza sosta. Resta una sola leva, tanto potente quanto illusoria: il costo del denaro. Per carità, tagliare i tassi d’interesse non risolverebbe il problema, ma ne attenuerebbe i sintomi. Farebbe contenti il Tesoro, i mercati finanziari, chi cerca casa e chi un mutuo lo sta già pagando. Sarebbe una scorciatoia. Ed è per questo che è politicamente irresistibile. Trump, che è l’uomo delle scorciatoie e disprezza le analisi degli economisti, adesso ha un’unica ossessione: abbassare i tassi.
Resta da capire come farà il nuovo presidente in pectore della Federal Reserve, Kevin Warsh, a gestire tanta pressione e mantenere le scelte monetarie al di fuori dell’arena politica. Non sarà un test da poco per la democrazia americana. Dopodiché, per le strade delle città statunitensi, come Minneapolis, si vedono lacerazioni democratiche ancora più gravi, come l’uccisione di cittadini innocenti a opera di chi dovrebbe proteggerli.
Insomma, quando l’anti-intellettualismo smette di essere una cultura e diventa una tattica, non serve più convincere: basta piegare. E se per farlo occorre mettere sotto pressione la banca centrale, usare i tassi come anestetico sociale e trasformare ogni istituzione indipendente in un nemico del popolo, tanto meglio. Perché a quel punto non si governa più per risolvere i problemi, ma per comprare tempo. Anche a costo di consumare, un pezzo alla volta, ciò che rende una democrazia diversa da tutto il resto.