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 2026  febbraio 02 Lunedì calendario

Migranti dispersi dopo il ciclone Harry, le ong: “I morti sono almeno mille”

La Guardia costiera aveva parlato di 380 dispersi. Ma secondo le ong “porebbero essere almeno mille le persone spinte in mare nei giorni del ciclone Harry e mai arrivate sull’altra sponda del Mediterraneo”.
“Si stanno delineando i contorni della più grande tragedia degli ultimi anni lungo le rotte del Mediterraneo centrale e i governi di Italia e Malta tacciono e non muovono un dito”, denuncia Laura Marmorale di Mediterranea Saving Humans, sulla base delle testimonianze raccolte da Refugees in Libya, la rete di supporto di rifugiati e richiedenti asilo sulle due sponde del Mediterraneo.
Da quando le prime notizie sul naufragio si sono diffuse, gli attivisti di Ril in Europa hanno iniziato a raccogliere dati, storie, a contattare chi dall’altra parte del mare aspetta di partire. E il quadro emerso è sconcertante: almeno ventinove barchini, molti dei quali in ferro, tristemente noti come le “bare galleggianti” per l’estrema precarietà anche in condizioni meteo favorevoli, secondo le testimonianze raccolte sono stati spinti in mare. Uno è riuscito a tornare indietro, uno è miracolosamente arrivato a Lampedusa, sfidando onde alte come palazzi che sono costate la vita a due gemelline di appena un anno o poco più e un ragazzo crollato poco dopo essere arrivati sull’isola. Di tutti gli altri rimane solo il ricordo, che dà forma a quella che con il passare dei giorni appare come una strage.
Secondo le testimonianze raccolte un solo trafficante, conosciuto localmente come Mohamed “Mauritania”, avrebbe costretto a partire cinque barchini con a bordo tra le 50 e le 55 persone cadauno. Dal chilometro 19 al chilometro 21, ne sarebbero salpate altre dieci, sette dal chilometro 30, fra cui l’unica carretta del mare riuscita ad arrivare nei pressi di Lampedusa e soccorsa da Finanza e Guardia costiera. Dal chilometro 33 al chilometro 38 sono partiti altri sette convogli. Solo uno è tornato a riva, con i sopravvissuti arrivati sotto shock fra gli uliveti vicino a Sfax. Con loro Refugees in Libya afferma di aver parlato, tutti raccontano di barche capovolte o distrutte e decine di salme tra le onde.
Anche Ramadan Konte, ragazzo della Sierra Leone trovato aggrappato a un relitto dalla nave mercantile Star, quella strage l’ha vista e ne può parlare. Era su un barchino con altre 47 persone partito da Sfax, a bordo c’erano anche suo fratello, sua cognata, il nipote. Nessuno è sopravvissuto.
Quando la nave lo ha trovato, da almeno ventiquattro cercava di resistere al freddo e alle onde aggrappato a un pezzo della barca che il mare aveva distrutto. Attorno a lui – si vede nel video diffuso dal comandante del cargo Ahmed Omar Shafik, decine di cadaveri.
Circa dodici corpi sono stati trovati e portati a terra dalle autorità di La Valletta. Quello di una donna, che galleggiava da sola fra le onde nella zona di salvataggio di competenza maltese, è stato recuperato due giorni fa dalla Ocean Viking di Sos Méditerranée. “Lo abbiamo fatto per garantirgli dignità. Dietro i numeri di chi annega in mare ci sono persone. Anche se potrebbe essere difficile identificarla, questa donna aveva un nome, una famiglia, una storia”, dice da bordo l’equipaggio, che ha accompagnato la salma fino a Siracusa perché abbia almeno degna sepoltura. “Queste morti si possono evitare. Gli Stati devono rispettare il diritto marittimo e garantire operazioni di ricerca e salvataggio efficienti e umane. Il Mediterraneo non può restare un mare di vergogna”, tuona l’ong francese.
Sulla sponda Sud, rimangono le domande, la paura e la rassegnazione che progressivamente erode la speranza. Il medico e attivista, dottor Ibrahim, che gestisce cliniche auto organizzate in Tunisia, ha cinque familiari dispersi: suo figlio, le sue due mogli e alcuni parenti. Anche di un noto attivista nigeriano per i diritti umani, partito con un’altra imbarcazione, non si ha più traccia. Inutilmente, da giorni amici e parenti aspettano notizie, fosse anche un video o un messaggio d’aiuto da un centro di detenzione.
E c’è un dato che emerge come una costante nei racconti di tutti. In quei giorni i trafficanti avevano fretta, persone che attendevano da mesi sono state contattate per partire al più presto, giusto qualche giorno dopo una serie di raid della Garde Nationale tunisina negli accampamenti informali negli uliveti intorno a Sfax.
“Nessuna autorità ha confermato il numero di mille dispersi. Ma sappiamo che il 24 gennaio 380 persone erano ufficialmente dichiarate tali, che decine di corpi sono già riemersi, che interi convogli sono scomparsi durante un ciclone e che il monitoraggio della comunità suggerisce un numero di partenze molto più elevato di quello riconosciuto negli avvisi SAR ufficiali”, riassumono da Refugees in Libya prima di affermare, sulla base di centinaia di testimonianze raccolte, che “sì, inequivocabilmente possiamo affermare che almeno mille persone sono sparite nel Mediterraneo. Stiamo assistendo non solo a una mancanza di informazioni, ma anche di soccorso”.
La richiesta rimane quella che troppo spesso deve arrivare dopo i fin troppo frequenti naufragi: “Fate partire le ricerche, restituite almeno i corpi alle famiglie, un’identità alle vittime”. Agli attivisti di Ril fanno eco le ong attive nel soccorso in mare e Mediterranea, che attacca: “Il silenzio e l’inazione dei governi di Malta e Italia sono agghiaccianti: di chi ha perso la vita in mare non si deve parlare, soprattutto quando queste morti mostrano il fallimento delle politiche migratorie e della collaborazione con Libia e Tunisia, e mentre si stanno preparando nuovi brutali provvedimenti contro le persone migranti e la solidarietà”.