la Repubblica, 2 febbraio 2026
Dai partiti personali alla democrazia del capo, l’autoritarismo avanza
La maggioranza degli italiani ritiene che «il Paese ha bisogno di essere guidato da un leader forte». Non è una novità, ma la conferma di un orientamento rilevato dai sondaggi di LaPolis-Università di Urbino Carlo Bo (con Demos e Avviso Pubblico) da molti anni. E confermato da un’indagine recente (qui le tavole). L’ampiezza del consenso verso questa idea è costante nel tempo. Sempre intorno al 60%, con variazioni limitate. Nell’ultima rilevazione, infatti, la sua misura è il 57%, in ambito nazionale. E oltre. Con una precisazione: “il” leader è divenuto “la” leader. Una donna. A presiedere il governo italiano, infatti, è Giorgia Meloni. Alle guide dei Fratelli d’Italia. Mentre a capo dell’opposizione è Elly Schlein, segretaria del PD. Se guardiamo oltre i nostri confini, l’Unione Europea è presieduta da Ursula von der Leyen.
La domanda di un(a) leader forte si riflette nel timore che la “personalizzazione del potere” genera sul destino della democrazia. Un sentimento di inquietudine che coinvolge circa 4 italiani su 10. Per la precisione: il 38%. D’altra parte, si tratta di una tendenza di lungo periodo. Corrisponde alla crisi dei partiti, che, a loro volta, si sono “personalizzati”, “leaderizzati”. In quanto la loro immagine coincide con quella del – o della – leader. Un orientamento avviato, com’è noto, da Silvio Berlusconi, negli anni Novanta. E, successivamente, ri-prodotto in tutto il sistema politico. In quanto la “personalizzazione” è divenuta una svolta condivisa da tutti i partiti. Favorita soprattutto dai “media”, in quanto la “mediazione” fra politica e società non si è più affidata ai partiti e alla loro organizzazione, ma... ai “media”. Anzitutto, alla televisione e, in seguito, al digitale. Così, l’immagine ha rimpiazzato le ideologie, mentre la comunicazione si è imposta sulla partecipazione. Questa tendenza si è diffusa rapidamente e oggi è visibile in tutte le forze politiche. Di ogni orientamento. Il ruolo del leader è divenuto, quindi, determinante. E coincide, spesso, con il partito.
Fabio Bordignon ha riassunto questa situazione con una definizione efficace: la “democrazia del Capo”. Una cornice ai dati del sondaggio di LaPolis. Nel quale si conferma l’indebolirsi del sentimento democratico, già emerso da altre indagini precedenti. Oggi, infatti, il 23% degli italiani ritiene che “in alcune circostanze un regime autoritario può essere preferibile al sistema democratico”. Una quota che supera il 30 fra coloro che evocano (e invocano) l’avvinto di “un leader forte”. In altre parole, una “democrazia del capo”. Del-la leader. Questo orientamento riflette soprattutto le preferenze politiche delle persone intervistate. Raggiunge, non per caso, il massimo livello, il 75%, 3 elettori su 4, fra gli elettori dei Fd’I. Dunque, di Giorgia Meloni. E ciò conferma come i Fd’I siano divenuti, a loro volta, un “partito personale”. Il PdGM: il Partito di Giorgia Meloni.
Una domanda di “leadership forte” si osserva, non per caso, nella base di Forza Italia. L’artefice del “partito personale”. Nonostante il suo fondatore non ci sia più. A breve distanza, segue la Lega. Divenuta, a sua volta, LdS, Lega di Salvini. Un partito non più “territoriale” ma “personale”. Più indietro è il M5s. Non per caso, in quanto, nonostante nel corso degli anni sia cambiato in modo significativo, è sorto anch’esso, nella prima fase, come un “partito personale”, quanto meno, “personalizzato”, intorno alla figura di Beppe Grillo, che lo ha creato e definito come “anti-partito”. Un modello seguito da molti altri soggetti politici. Compresi i Fd’I. La cui affermazione è stata favorita in quanto, alla fine dello scorso decennio, erano esterni ai governi. Passati e recenti. Lontani da tutte le altre forze politiche, nel sondaggio di LaPolis-Università si Urbino (con Demos), vi sono i partiti di Centro Sinistra e, soprattutto, il PD. Un dato “significativo”. Riflette e “dà significato” alla sua “distanza” dal governo. E dalla “personalizzazione politica”. In quanto è, sicuramente, un “partito impersonale”. Non rappresentato dalla figura del Capo. Ciò sottolinea la distanza del PD dal modello dominante. E lo propone come “partito”, oltre e al di là della figura del leader. Ma, al tempo stesso, in questi tempi, lo penalizza. Perché i partiti sono ormai un participio passato. In quanto... sono “partiti”.