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 2026  febbraio 02 Lunedì calendario

Ninni Bruschetta è Matteo Messina Denaro: “Calarmi nel male è stato un peso”

«Da attore so che i personaggi non si giudicano, ma stavolta è stato un po’ diverso. Il male assoluto ti mette di fronte a tante domande». Per Ninni Bruschetta, attore e scrittore, messinese, 64 anni, una vita in teatro, fiction e film di successo, 130 titoli alle spalle, interpretare Matteo Messina Denaro nella serie di Pietro Valsecchi L’invisibile diretta da Michele Soavi, il 3 e il 4 su Rai1, è stata una sfida. La mattina del 16 gennaio di tre anni fa, a Palermo, il colonnello dei carabinieri Lucio Gambera (Lino Guanciale), nella realtà Lucio Arcidiacono, mette fine a una latitanza durata 30 anni. «Scusi, lei non è un generale, sono offeso» dice il boss, «è maggiore? colonnello? mi hanno tradito? non voglio sapere il nome. Basta un sì o un no». «Nessun tradimento» replica l’ufficiale del Ros, «Lei continua a sottovalutarci».
Che effetto fa?
«Doppio. Da attori ci riserviamo la sospensione del giudizio, ci consente di interpretare lo schifo. Sono siciliano, da cittadino e da attore sono impegnato contro la mafia. Mi ha pesato. Ma è stata una chance, al contrario, per restituire l’orrore. Lo vedi da dentro e fai vedere chi è».
Cosa l’ha colpita?
«Messina Denaro era un ragazzino di una cattiveria impossibile, il cocco di Riina. La freddezza della violenza dei mafiosi è inarrivabile. Mi fa pensare alla scena di Schindler’s list in cui il nazista spara alla gente in strada».
Il dialogo con il colonnello è inquietante.
«Ho girato, nel ruolo di un investigatore, L’ultimo padrino, sull’arresto di Provenzano. Altro dato reale, quando venne catturato strinse la mano e fece i complimenti agli inquirenti. La banalità del male».
Come si resta latitanti per anni?
«Valutazione storica, Messina Denaro ha preso in giro il Paese: andava in giro, stava vicino casa sua. Riina stava in una villa a Bagheria, tranquillo. Nel momento in cui viene arrestato è chiaro che non ci può credere. Chissà quante parti dello Stato hanno manovrato».
Ha una carriera lunghissima: Duccio Patanè di “Boris” le ha cambiato la vita?
«È amatissimo. Feci il provino per il ruolo di René. Pensai: l’ho fatto malissimo. Mi si avvicinò Luca Vendruscolo: l’hai fatto bene, ma faresti un altro personaggio. Era Duccio, lo schizzato. Allora ho pensato di farlo in down, demotivato da vent’anni. Luca, Mattia Torre, scomparso troppo presto, Ciarrapico, sono tre geni incontrastati. La fortuna è la scrittura eccezionale».
Di “cagne maledette”, per restare in tema, il personaggio interpretato alla grande da Carolina Crescentini, ne ha incontrate?
«Carolina è bravissima e spiritosa. In verità, più cani che cagne. Il mio cuore batte per il teatro: l’attore veramente cane è inconsapevole di esserlo, si giudica ed è surclassato nella vanità; fa le faccette, è disgustoso. Per fortuna il pubblico non se ne accorge, peccato che perda l’occasione di vedere un vero attore. Gli interpreti dovrebbero essere costretti di fare un mese l’anno di tournée, è il circo senza rete».
Suo padre era avvocato, che pensava della sua scelta di recitare?
«Si fece il terzo abbonamento teatrale e confessò: mi piace. Io penso che il destino sia ciò che accade, non ciò che deve accadere. Dovevo fare Filosofia, non volevo fare l’avvocato. A 21 anni curavo la regia, ero uno che faceva gruppo e facevo politica a scuola. Poi ho conosciuto Francesco Calogero, girammo un film indipendente, La gentilezza del tocco. Mi disse: questo ruolo lo devi interpretare tu. Da quel momento hanno cominciato chiamarmi».
Nel 2016 ha scritto “Manuale di sopravvivenza dell’attore non protagonista”: il suo bilancio?
«Quella è la vita, succede così. Il motivo non rileva. Questa stortura degli attori che fanno solo i protagonisti e quelli che non li fanno mai, si deve a tante cose: cagnitudine, le scelte, la pigrizia dei registi. Viva i non protagonisti bravi».
È anche scrittore, uno sfogo?
«Ho sempre letto, mi piace scrivere. Nel mio romanzo La scuola del silenzio (HarperCollins), racconto la storia di un direttore artistico di un teatro: scopre che non conta niente. La vera forza è che siamo granelli di sabbia. Ci fa stare male quando pensiamo di essere qualcosa in più. Una goccia fuori dal mare è una goccia, quando è nel mare è mare».
I ruoli a cui è più legato?
«Il commissario Ninni Cassarà è quello in cui mi sono immedesimato di più. Naturalmente Duccio, il giudice che ho fatto nella Trattativa di Sabina Guzzanti. Ho amato Genny nel film di Paolo Sorrentino, L’uomo in più. E l’assistente sociale, ex rugbista, al fianco dei ragazzi in un film delizioso, invisibile I cinghiali di Portici di Diego Olivares. Poi il papà della protagonista in Made in Italy di Luca Lucini e Ago Panini».
Il teatro?
«È la mia vita, con A mirror siamo alla sessantottesima replica. Poi c’è Il male oscuro, una ripresa con Alessio Vassallo. E mi aspetta La firma di Claudio Fava, anche regista, storia di un padre e di una figlia, ispirata alle storie dei desaparecidos in Argentina, in un futuro distopico. Del teatro non posso fare a meno».
I suoi figli che fanno?
«Anna lavora a Malta per la Ue, relazioni internazionali, Francesco lavora nel cinema. L’ho contagiato senza fare niente. A tredici anni chiedeva di vedere i film citando i registi, non gli attori. Mia moglie è americana, loro sono perfettamente bilingue. Confesso il fallimento: sono inibito a parlare le lingue».
Però non ha fallito con la dieta, da quando è dimagrito non ha ripreso un grammo. Il segreto?
«Dimagrire è facile, mantenere il peso no, si sa. Ho capito che il segreto è non essere disordinati e muoversi. L’altro giorno, sotto la pioggia, mi sono fatto sette chilometri di corsa. Ricordo la battuta quando ho girato l’ultima stagione di Fuoriclasse: “Ninni è rimasto magro”».