Corriere della Sera, 2 febbraio 2026
Laboratorio Siviglia Canali persiani e alberi per resistere alle «olas de calor»
Gennaio a Siviglia è un esercizio di gaslighting collettivo: i sivigliani incappottati si salutano mimando i brividi e esclamando el puto frio! mentre i turisti inglesi cenano all’aperto. Il puto frio, in effetti, sono 14 gradi.
Più insopportabili sono diventate le estati. Siviglia, punta Sud di un Nord globale sempre più accaldato, ricorre a rimedi antichi per affrontarle – i toldos cioè tende bianche sulle strade del centro; l’ombra degli aranci nelle piazze, i ventagli, gli orari arabi dei negozi. Ma soprattutto a rimedi contemporanei, a cui il resto d’Europa guarda come a un laboratorio.
«A quaranta gradi ci siamo nati, figurati», racconta il cronista di radio Canal Sur Javier Moreno. «La temperatura della mia macchina a volte segna 50. Le notti estive spesso non scendono sotto i 36, ci sono onde di calore per tutto settembre, a fine agosto pensi: è quasi finita, e non finisce mai. Conduco un giornale radio, e un giorno sì e uno no apriamo col meteo».
A volte è cronaca: le morti da caldo, per l’Istituto di salute pubblica Carlos III, sono state 303 in Andalusia solo la scorsa estate. Collassi in strada, malati cronici che non reggono, infarti. Altre volte è folklore. A Siviglia, piissima e segretamente governata da confraternite religiose rionali, ci sono tremila processioni l’anno: ostendere il crocifisso del Cinquecento o la reliquia del Santo non è possibile se fuori fa cinquanta gradi o se – come sempre più spesso, nel clima che diventa tropicale – piove: «e i parroci iniziano all’alba a chiamare Antonio Delgado per sapere che fare». Delgado è un meteorologo molto mediatico. I telefoni suo e dei concorrenti Maldonado, Agud, León fumano.
«Noi siamo gente di strada», rivendica Moreno. «Si esce appena è buio: le anziane sedute a prendere la fresquita, i ragazzi a bere birrette. Ma il caldo, e il turismo, le strade le stanno svuotando». Ognuno a casa sua con la sua aria condizionata, fino al prossimo blackout: le tradizioni finiscono così, a colpi di calore.
O forse no. Un progetto molto osservato in Europa – e dall’Europa finanziato, con l’80% dei 5 milioni spesi – è uno «spazio di aggregazione» sull’isola di Cartuja, nel Guadalquivir, dove nel 1992 Siviglia fece l’Expo. Si chiama CartujaQanat e lo hanno messo in piedi il Comune, l’Università di Siviglia e la municipalizzata dell’acqua, Emasesa.
Quando ci arriviamo ci sono una visita guidata di studenti, un corso di breakdance, una performance teatrale. Il qanat di Cartuja è una piazza coperta, con gradoni. Attorno scorre un flusso d’acqua sotterranea che viene vaporizzata nell’aria, abbassando la temperatura di 10 gradi. La tecnica è persiana e si chiama qanat. «Nel 521 Dario II fondò Persepolis nel deserto. Serviva acqua, e la fece arrivare dalle montagne con canali sotterranei. Con questi canali arrivava anche il fresco», spiega Juan Luis López Martinez, ingegnere di Emasesa e direttore tecnico di CartujaQanat.
È difficile riprodurre i qanat in tutta Siviglia. «Richiedono pozzi sotterranei e di non intralciare i tubi del gas, dell’acqua, della fibra», continua l’ingegnere. Un altro esperimento – pensiline del bus raffrescate da un qanat – si sta tentando in centro, sull’avenida de la Cruz Roja. La via è pedonalizzata e ombrata da bagolari: ce ne saranno a fine cantiere 270. La Camera di Commercio ha lanciato il progetto anti-caldo Replanta Sevilla, 30 mila alberi (e relativa frescura) entro il 2030.
I qanat della Cruz Roja dovrebbero rinfrescare anche le aree esterne di una scuola. Una legge andalusa (2020) obbliga a climatizzare le scuole con sistemi come i qanat ma si è adeguato solo il 10% degli istituti e gli altri arrancano con pinguini e ventilatori. In classe, denunciava El Paìs a giugno, ci sono in media 36 gradi.
Dare un nome alle olas de calor, le ondate di caldo, come altrove a tifoni e tornadi, migliora la risposta dei cittadini. Lo dice uno studio del 2022 effettuato proprio a Siviglia dall’istituto di salute pubblica: l’esperimento si chiamava ProMeteo e osservò come si comportavano i sivigliani al cospetto di un’onda di calore battezzata per la prima volta: Zoe. Tra i sivigliani che ne sapevano il nome, il 6% in più ha trovato adeguata la risposta delle autorità. Gli altri, come da millenni a queste latitudini, si sono sventagliati e hanno aspettato con la pazienza degli avi che Zoe finisse.