Corriere della Sera, 2 febbraio 2026
Angelo Polimeno Bottai: «Ho scritto un libro su Hitler e Benito: solo una volta riuscì a dire di no al Führer»
Angelo Polimeno Bottai, è vero che Alessandro e Rosa Mussolini temevano che il loro piccolo Benito fosse muto, o addirittura ritardato?
«Sì, il duce non ha parlato fino al terzo anno d’età. Emetteva solo acutissimi gridolini molto fastidiosi».
Adolf Hitler non finì la scuola perché voleva fare il pittore.
«Anche l’architetto. Ma è stato bocciato due volte all’Accademia. Così è diventato un perdigiorno, soprattutto un frustrato. È lì che ha cominciato a covare e a far lievitare il suo odio, verso gli Asburgo. Verso gli ebrei».
Quanto ha impiegato a scrivere questo libro: «Il traditore, la vera storia dei due dittatori e un patto costruito sull’inganno».
«La parte più lunga è stata raccogliere il materiale. Anche se un bel po’ lo avevo già messo da parte quando avevo scritto il libro su Giuseppe Bottai».
Cioè su suo nonno. Lei ha aggiunto soltanto dopo il cognome Bottai al suo.
«Me lo ha chiesto mia madre quando è morto lo zio Bruno, l’ambasciatore, che non aveva figli. Voleva che la dinastia proseguisse».
Lo ha conosciuto suo nonno?
«Sono nato pochi mesi dopo che morisse».
Come mai adesso la scelta di scrivere due biografie parallele Mussolini e Hitler? Ce ne sono già diverse altre.
«Non come questa, un’analisi dettagliata dall’infanzia alla loro morte. Ci sono poi tanti richiami con il presente».
A cosa allude?
«Quando si approfondisce la storia di Hitler è inevitabile fare dei paragoni con quanto succede con la Russia di oggi. Il pretesto – e uso volutamente questo termine – che Putin ha usato per invadere l’Ucraina è lo stesso che Hitler avanzava quando pensava di invadere la Cecoslovacchia. Putin parlava della minoranza russa che era maltratta in Ucraina, Hitler delle minoranze tedesche in Cecoslovacchia».
Partiamo dal titolo di questo suo libro. Ripetiamo: «Il traditore, la vera storia dei due dittatori e un patto costruito sull’inganno». Chi è il traditore?
«La parola tradimento si trova spesso nella storia del fascismo, anche nel rapporto tra i due».
Ma fra i tanti tradimenti della storia, secondo lei chi è il traditore?
«Documenti alla mano il vero traditore è stato Hitler. Il vero traditore di Mussolini».
E quindi torniamo al titolo: quel patto costruito sull’inganno. Il Patto d’acciaio. Hitler comincia la Seconda guerra mondiale senza dirlo a Mussolini.
«Hitler regala mezza Europa a Stalin senza dire niente a Mussolini. E poi va a conquistare l’altra metà. Era l’agosto del 1939, pochi giorni prima dell’invasione tedesca della Polonia. Hitler aveva bisogno che l’Unione Sovietica non reagisse con le armi mentre invadeva l’Europa dell’Est».
Ma perché lei dice: che la sua è la «vera storia»?
«C’è un punto della Storia che è rimasto un po’ sotto traccia. Ho voluto metterlo in rilievo».
Di cosa parliamo?
«Si racconta che il fascismo è caduto per un tradimento. Secondo quelli che hanno seguito Mussolini nella Repubblica Sociale si tratta del tradimento dei diciannove gerarchi che il 25 luglio del 1943 hanno votato il famoso ordine del giorno del Gran consiglio del fascismo facendo cadere Mussolini».
E invece?
«È Mussolini che ha tradito il partito fascista. Ed è qui che conta l’episodio rimasto sotto traccia. Succede quando Hitler impone a Mussolini di fondare la Repubblica Sociale. Dopo essere stato liberato da Hitler il duce era diventato ostaggio di Hitler».
Questa è storia nota.
«Meno noto è il fatto che Hitler chiede a Mussolini di aggiungere la parola fascista alla denominazione Repubblica Sociale. Mussolini risponde un secco: “No”. Senza ammettere repliche. Ed è forse l’unica volta che con Hitler la spunta».
Però è incontrovertibile che con il loro voto quel 25 luglio i diciannove gerarchi le spalle a Mussolini le hanno voltate.
«Quei diciannove sull’orlo del baratro hanno trovato la forza di autocensurarsi. E senza secondi fini hanno rischiato la vita».
Tra quei diciannove c’era suo nonno...
«C’era Giuseppe Bottai, sì. Lui dopo ha rischiato la vita andando al fronte come soldato semplice a combattere contro i nazisti. Poi si è arruolato nella legione straniera. Cinque di quei diciannove sono stati fucilati a Verona, dopo un processo vergognoso. Altri si sono rifugiati all’estero. Quel 25 luglio insegna una cosa molto importante».
Quale?
«È importante nella vita sapersi riscattare dopo aver commesso errori anche gravissimi. E non voglio venire frainteso».
Ovvero?
«Quei diciannove hanno commesso anche qualcosa di più di semplici errori. Tutte le nefandezze del fascismo, orribili. Ma grazie a loro quel 25 luglio il fascismo è finito. Tutto quello che viene dopo è altro. È il mussolinismo, l’aspetto ancora più drammatico di questa parte della storia».
Quanto c’è di sentimento privato rispetto a questa lettura del 25 luglio del 1943?
«Il sentimento privato c’è, indubbiamente, ma non può essere esternato se non poggiando su fatti oggettivi e concreti».
Quando è stata la prima volta che in famiglia ha sentito parlare del 25 luglio?
«Non lo ricordo di preciso, ero ragazzino. Allora non capivo. Poi mano a mano che crescevo ho cominciato a capire sempre di più e sempre meglio».
Come glielo hanno raccontato i suoi parenti?
«Più che altro quando diventavo grande sono stato io che ho voluto fare sempre più domande, a tutti. A mia madre Maria Grazia, a mio zio Bruno. A mia nonna Nelia, la moglie di Giuseppe Bottai».
Cosa ha domandato a sua nonna?
«Le ho chiesto cosa aveva saputo da Giuseppe Bottai di quel 25 luglio».
E lei?
«Mi ha confidato: “Tuo nonno mi ha detto che lui e gli altri quel giorno non hanno risposto soltanto alla loro convinzione personale di tirare fuori l’Italia da quella situazione disastrosa».
A cos’altro avrebbero risposto?
«Lei non sapeva dirlo. Era soltanto al corrente di un documento che conteneva la risposta. Io l’ho trovato scrivendo questo libro».
Che documento è?
«Semplicemente il programma del partito fascista del 1921. Che recita: “Il Partito nazionale fascista subordina il proprio atteggiamento agli interessi morali e materiali della nazione intesa nella sua realtà e nel suo divenire storico».
È arrivato a sessant’anni prima di scrivere un libro per raccontare la storia di suo nonno.
«È tutto talmente delicato, ci ho pensato tanto. Volevo leggere più libri possibili. Tutte le carte disponibili, alcune le avevo in casa. È un argomento sensibile, ci sono migliaia di lutti. L’ho vissuto con pathos quel libro. Questo invece l’ho scritto con la passione di ricerca del giornalista storico».
Qual è secondo lei il tratto più significativo che rende diversi Mussolini e Hitler?
«Mussolini è sempre stato un improvvisatore, forse non aveva neanche in testa di mettere in piedi un regime. Gli è venuto un po’ alla volta».
Il Führer invece?
«Hitler aveva un progetto chiarissimo in testa. In uno degli incontri con Galeazzo Ciano disse: “Vincerò la guerra”, le cose andavano bene in quel momento. Ma aveva anche messo in programma il contrario: “Se la perdo mi uccido”».
E la differenza tra i due regimi?
«Forse c’è un esempio che fa capire. In Italia venne pubblicato il manifesto degli intellettuali fascisti, ma è stata data vita anche al manifesto degli intellettuali antifascisti. Cosa che non sarebbe mai stata possibile in Germania. Durante il regime fascista Bottai ha pubblicato il Capitale di Marx, con Utet».
E i rapporti con le donne?
«Su questo è stato scritto molto, non a caso si innamora di Albert Speer, un architetto. Il suo sogno mancato. Ma le storie con le donne sono tante, anche con attricette. Quella tragica è stata con Angelica, una sua mezza nipote che si ammazza dopo che il Führer conosce Eva Braun».
Tragedie ci sono anche nella vita di Mussolini. Una per tutte quella di Ida Dalser, madre del suo figlio illegittimo Benito Albino. Lui la fa rinchiudere in manicomio.
«Si sospetta anche di un’altra figlia segreta».
Sempre di Ida Dalser?
«No di Angela Cucciati Curti, con cui Benito avrebbe avuto una relazione nel 1921».