Corriere della Sera, 2 febbraio 2026
Le prigioni di Trentini: «Ero pedina di scambio Macchina della verità e torture psicologiche»
Alla fine sorride. Abbraccia mamma Armanda e insieme al sorriso lo sguardo diventa brillante. E finalmente si capisce che Alberto Trentini prova emozioni. Per tutta l’intervista con Fabio Fazio – tre quarti d’ora – i muscoli del suo viso sono rimasti immobili, come gli occhi, come il tono della voce. Come se le sue parole non stessero raccontando l’orrore di una cella di Caracas di due metri per quattro da dividere con un’altra persona e un solo bagno alla turca che serviva anche da doccia.
Nemmeno al ricordo dell’arresto la voce di Alberto s’incrina. Eppure: «Ho avuto paura che mi uccidessero. Mi hanno portato su una camionetta in una strada di campagna e lì ho pensato che sarebbe finita». Davanti alle telecamere di Che tempo che fa è Fazio che si commuove. Tante le sue domande, quelle che tutti noi avremmo voluto fargli, per sapere come aveva vissuto quei quattrocentoventitrè dannatissimi giorni.
«In cella non avevo nessuno svago fino a quando due detenuti colombiani mi hanno regalato una scacchiera fatta di carta igienica, sapone e acqua. Non avevo né fogli né penna, ma solo un gessetto: con quello sul muro segnavo i giorni che passavano. Non avevo altro, soltanto i miei pensieri. Mi avevano tolto gli occhiali da vista, sono miope e non potevo vedere niente».
In verità c’era poco da vedere nel carcere di El Rodeo 1. «Tutto il personale girava con il capo coperto di passamontagna neri». Non è stato sempre in carcere Alberto Trentini. «I primi dieci giorni sono stato nella pecera, acquario in spagnolo», racconta il cooperante veneziano. Fazio gli ha appena chiesto se aveva subito torture e lui ha appena risposto che torture fisiche no, «quelle psicologiche sì».
Eppure: «La pecera era una stanza con un vetro dove tu non potevi vedere ma eri visto. Dalle sei del mattino alle nove di sera eravamo costretti a stare seduti fermi sopra una sedia mentre ti sparavano addosso aria condizionata gelida». Fazio prova a obiettare se non pensava che quella fosse una tortura. E lui, pacato: «Non hanno proprio la nozione basica dei diritti, per loro quello era normale, non la pensavano come una tortura». E le sue sono considerazioni di chi è abituato a girare i paesi più disagiati del mondo. Come se quella tortura non lo avesse riguardato.
Per sei mesi non ha saputo niente del mondo di fuori, dei suoi cari, della sua compagna. Poi la prima telefonata a sua madre. Poi le prime informazioni e la consapevolezza: «Ho capito che servivo come pedina di scambio»
Non c’era neanche un motivo perché Alberto Trentini dovesse finire in carcere in Venezuela. «Hanno tentato di costruirne uno facendomi domande tendenziose con la macchina della verità in una stanza molto calda, apposta: quando sudi vuol dire che menti». Era stato arrestato a metà novembre 2024 e soltanto il 15 agosto ha cominciato ad avere notizie dell’arrivo della flotta statunitense. A capire che qualcosa stava succedendo. A illudersi il suo dramma potesse finire. «Era cambiato il direttore del carcere e lui non era stato altrettanto abile a controllare le informazioni». Tante, troppe volte le guardie hanno preso in giro lui e gli altri novantadue prigionieri stranieri facendogli credere che sarebbero stati liberati. «Ci credevamo sì, anche se avremmo dovuto pensare che non erano le guardie che potevano darci quella informazione». Poi, poche settimane fa, le notizie sono diventate fitte, insistenti: «Capivamo che c’era qualcosa di importante, non sapevamo di Maduro».
Nel pubblico le telecamere inquadrano sua mamma: «la leonessa» questa volta ha le mani tremanti. Questa volta di gioia. Era già stata ospite nel programma, immortalata con uno striscione a implorare che non si dimenticassero di suo figlio. Fazio le chiede di scendere, di cancellare quella foto e di farne un’altra. Mamma e figlio adesso abbracciati vicini.