Corriere della Sera, 2 febbraio 2026
Le cerimonie d’apertura delle Olimpiadi invernali e le tensioni: ogni volta un colpo di scena
Ice o non Ice, inaugurare l’Invernale è sempre stato hot ice. Ghiaccio bollente. Prendete la cerimonia delle Olimpiadi di Lake Placid, nel 1932, quando le tribune erano mezze vuote: la Grande Depressione aveva lasciato pochi soldi per i biglietti, e ancor meno la voglia di tirarsi su. O Garmisch 1936: all’apertura delle piste, c’erano quei simpatici nazi che accoglievano gli sciatori con cartelli di benvenuto, «vietato l’ingresso ai cani e agli ebrei».
Quattro anni dopo a Sapporo, otto anni più tardi a Cortina, sarebbe andata anche peggio: non c’era nessuno ad accogliere nessuno, perché le due Olimpiadi erano state del tutto cancellate causa guerra. E poi, il terrore degli anelli: a Innsbruck 1976, ancora scioccati dalla strage di Monaco, i tiratori stavano perfino sul Goldenes Dachl.
A Salt Lake City, pochi mesi dopo l’Undici Settembre, il presidente americano George W. Bush inaugurò il circo bianco circondato da decine di cecchini, d’agenti Fbi, di uomini della Cia. E a Sochi 2014? Vladimir Putin aveva tutto da temere e paura di farlo vedere: migliaia di poliziotti giravano in tuta da sci, finti atleti mescolati alle squadre, per racchetta una mitraglietta.
L’Olimpiade invernale non è mai stata infernale e chiassosa come l’estiva. Niente bombe (vedi Atlanta) o pugni al cielo, tipo Messico: si sciolina, si scia, si scivola via e le chiacchiere stanno a sottozero. Magari spunta una pattinatrice accusata d’avere spaccato le gambe alla rivale, ma per il resto niente: i boicottaggi, le contestazioni fanno puff nella neve, les Jeux sont faits.
Le cerimonie d’apertura, no. Tutt’altro: quelle non sono mai state candide liturgie. E sono spesso diventate la discesa libera delle rivendicazioni, il sassolino tolto dallo scarpone, lo slalom della politica, la polemica che fiocca. Altro che le truppe trumpiane dell’Ice o gli appelli pro-Gaza di Ghali. Si son già vissuti ben altri timori, perché l’importante non è mai vincere ma boicottare, protestare, far casino insomma.
Il primo a capirlo fu proprio l’inventore delle Olimpiadi, che ne ideò anche la prima contestazione. I Giochi invernali non gli piacevano e a Chamonix 1924, a fiaccola appena accesa, Pierre de Coubertin la spense subito gelando tutti: questo, disse, è solo un «gioco snob per i ricchi».
Non stupiamoci dunque troppo, dell’ansia per il venerdì sera di San Siro. La storia delle cerimonie inaugurali è un termometro della Storia. Citius, altius, fortius. E durius. Polemizzando, vietando, perfino spaventando: i nazisti che impedivano all’hockeista ebreo Rudi Ball di sfilare con la bandiera del Terzo Reich, salvo poi cedere quando si capì che senza di lui non si sarebbe vinta una cippa; le grandi potenze vincitrici che a Sankt Moritz 1948 proibivano la parata degli sconfitti tedeschi e giapponesi; le donne che a Grenoble 1968 protestavano per l’introduzione dei “controlli di femminilità”, umilianti persino per le sospettabilissime atlete della Ddr; lo sciopero a Sapporo 1972 contro le prime, esagerate intromissioni del marketing pubblicitario; l’aria pesantemente antisovietica che si respirava a Lake Placid 1980 (soprannominata mica per nulla “Lake Panic”), dopo l’invasione dell’Afghanistan; l’inconsapevole destino di morte che si percepiva nella festa d’inizio a Sarajevo 1984; il ritorno del Sudafrica post-apartheid nella parata di Albertville 1992, col fiorire pure di bandiere estoni, lituane, lettoni, croate e slovene mai viste prima; in anni no logo, i cortei contro gli sponsor di Torino 2006; in epoca di minoranze protette, le dispute a Vancouver 2010 per la scarsa considerazione canadese delle tribù native; nell’era bellica che viviamo ancora oggi, l’inquietante glorificazione di Putin all’accensione della fiaccola di Sochi 2014, mentre si preparava la catastrofe ucraina e il vicino Caucaso veniva militarizzato per paura d’attacchi islamici…
Lo spirito antiolimpico soffia regolarmente sul fuoco delle guerre, delle rabbie, delle paure, di mille miserie umane. A Nagano, nel 1998, si scoprì che i giapponesi avevano fatto regali per 14 milioni di dollari ai membri del Cio, pur d’accaparrarsi il privilegio d’una cerimonia all’altezza delle proprie ambizioni. A Pechino 2022 – solo quattro anni fa, ma sembra un secolo – un certo senatore Marc Rubio esigeva che ai cinesi fosse tolta l’organizzazione dei Giochi: violano troppi diritti umani, protestava (ma lo direbbe anche adesso, da segretario di Stato?).
A ogni Olimpiade, l’Onu chiede una pausa di sette settimane da tutti i conflitti in tutto il mondo, come s’usava nell’antica Grecia. L’ha domandato anche stavolta, naturalmente. E inutilmente: nel braciere olimpico, non s’accende mai una scintilla di pace. Accadde solo a Lillehammer ‘94, quando bruciava la Bosnia e durante l’inaugurazione fu concessa una tregua a Sarajevo. Nella città assediata, entrò qualche convoglio d’aiuti. Quel giorno soltanto. Poi si tornò a sparare e a sciare, come se nulla fosse.