Il Messaggero, 1 febbraio 2026
Intervista a Giusy Versace
Giusy Versace, qual è il suo primo ricordo da bambina?
«Ci sono io che vado sui kart con mio padre, perché mio padre faceva gare di rally ed era un appassionato di motori».
I motori sono stati una passione ma le hanno anche cambiato la vita. Cosa ricorda dell’incidente sulla Salerno-Reggio Calabria?
«Il 22 agosto 2005 è una foto Polaroid. Ricordo tutto, da quando mi sono svegliata la mattina fino al momento dell’incidente. E ogni 22 agosto non solo ripenso a quel giorno, ma lo festeggio. Questa cosa suscita un po’ di perplessità, quando ne parlo. Ma io festeggio perché il 20 maggio sono nata, e il 22 agosto sono rinata. Quindi non posso lamentarmi per due gambe finte».
Anche se sarebbe un buon motivo.
«Chiaro, la protesi non è una cosa che ti avvitano addosso ed è finita lì. Spesso ti fa male e hai voglia di staccarla, di lanciarla dalla finestra. Poi realizzi che ti serve e te la tieni. Però penso a tutte le cose straordinarie che sono riuscita a fare da amputata e quanto di buono ho messo a disposizione degli altri».
Quante volte ha ripercorso la dinamica dell’incidente?
«Ho sempre saputo guidare: io so con certezza assoluta che quell’incidente non è stata colpa mia. La macchina ha fatto aquaplaning all’uscita da una galleria. E anzi sono orgogliosa, nonostante tutto, di aver tenuto il controllo, di non aver coinvolto altre vetture. Ma non ho potuto evitare l’impatto col guardrail, che purtroppo ha ceduto e ha sfondato l’abitacolo, tagliandomi di netto le gambe. Non ho perso i sensi e mi ricordo ogni dettaglio. L’ho raccontato in un libro a cui io tengo molto, “Con la testa e con il cuore si va ovunque”. È stato un best seller, poi uno spettacolo teatrale con cui ho portato la mia storia in tournée per un anno. Dopo l’incidente ho fatto talmente tante cose che mai mi sarei immaginata di poter realizzare in una vita intera».
E prima dell’incidente?
«Prima ero una donna manager. Lavoravo nel campo della moda per aziende concorrenti della Versace. Ci tengo a sottolinearlo, anche se non è una colpa far parte di una famiglia affermata».
Non è una colpa, ma ha sentito il bisogno di smarcarsi.
«Non ho mai sopportato che la gente si soffermasse sul mio cognome, e siccome ero una Versace credesse che per me fosse tutto facile. Ho un bellissimo rapporto con Santo Versace. Ma dovete immaginare una giovane di vent’anni a Milano, con un cognome importante e prestigioso di cui – sia chiaro – vado assolutamente fiera. Quando mi presentavo ai colloqui da Valentino, Prada o Dolce & Gabbana non è che trovassi le porte aperte e il tappeto rosso steso a terra. All’inizio non mi assumevano perché pensavano che andassi lì a fare l’infiltrata, a portare via i loro segreti. Ho dovuto sgomitare».
Quando gli sguardi degli altri hanno smesso di farle male?
«La gente guarda perché non è abituata a vedere. Ma io ho avuto accanto una famiglia straordinaria. Ho questo ricordo di mio zio che mi prende in braccio per farmi scegliere i gusti del gelato. Ancora non camminavo e in sedia a rotelle non potevo entrare in gelateria. Mi riporta in macchina e mi dice: hai visto come ti guardavano? E io: lo so, guardano perché il pantalone è vuoto. No, mi risponde, guardano perché sei bella. Per la verità, una volta mi sono sentita ferita. Ero in spiaggia, con le protesi da mare. Erano pesanti, brutte, complicate. Sdraiata sul lettino sentivo dolore, e allora me le sono tolte. Gli altri si tolgono le ciabatte, io le gambe. Una bambina – avrà avuto 5-6 anni – prende la rincorsa e tenta di avvicinarsi incuriosita. I bambini sono fatti così. Ma la madre la prende in braccio, le mette una mano sugli occhi e la porta via».
E quella volta non c’era suo zio a dire le parole giuste.
«No, ho accusato il colpo. Mi ero preparata tanto per affrontare la spiaggia e gli sguardi della gente. Ma è stato anche il giorno in cui io mi sono detta che non avrei mai permesso a niente e a nessuno di togliermi il sorriso e di farmi provare vergogna. Del resto, non mi va di giudicare. Nella vita di prima, quando ero intera, se qualcuno nell’ombrellone di fianco si fosse tolto le gambe, anch’io mi sarei girata a guardare».
E adesso non si sente più intera? O le capita ancora?
«Ogni giorno, quando faccio mille cose e dimentico che ho due gambe finte. È il mio corpo a ricordarmelo. E nei sogni mi vedo intera, senza protesi. Sia chiaro, riconosco che ho dei limiti ma ho imparato a non piangere per quello che mi manca».
Cito una sua frase: ho iniziato ad amare la corsa quando ho perso le gambe.
«È vero, perché nella mia vita di prima, correvo solo per stare dietro ai ritmi di Milano. Ma il gesto atletico della corsa, io non me lo ricordavo più. L’ho riscoperto per ripicca».
Hanno cercato di dissuaderla?
«Era il 2010, di sport paralimpico si parlava poco o per niente. Io volevo correre non per vincere le medaglie ma perché un giorno mi sono chiesta: ti ricordi cosa si prova a farlo? E siccome la protesi non è una cosa che vedi in vetrina e compri, ma è un supporto che ti devono prescrivere, non riuscivo a capacitarmi del perché a me non lo volessero prescrivere. Mi dicevano: lascia stare, in Italia nessuna donna corre con le protesi, poi cadi e ti fai male. E poi sculetti. Questa cosa che avrei sculettato mi è rimasta qui. Sculetti una volta, sculetti due volte, sculetti la terza, alla fine è venuta fuori la calabrese che è in me».
La prima volta che ha provato le protesi?
«A Budrio, in un’officina specializzata. Ero in palestra, aggrappata alle parallele. Quando mi hanno messo in piedi, ho pianto dal dolore. Non si parla mai di dolore, però il dolore fisico è qualcosa per cui ancora oggi, dopo anni, non trovo aggettivi per descrivere che cosa provai in quel momento. Riuscivo a stare in piedi per tre secondi tre, e poi mi dovevo risedere. Ma la prima volta che mi hanno applicato le protesi speciali e ho provato a correre, ho pianto dalla gioia. Mi sono sentita felice, libera. Mi sono sentita che potevo andare a prendermi il mondo. Io correvo e piangevo. E dicevo: grazie a Dio sto correndo, sto correndo senza gambe».
Nelle competizioni paralimpiche, il rapporto con le avversarie era di solidarietà o di rivalità?
«C’è stato un episodio, durante un Mondiale: praticamente ero a podio, ma sono arrivata quarta perché a 20 metri dall’arrivo mi si è sfilata la gamba. E ricordo che la mia amica francese, campionessa del mondo, dopo aver tagliato il traguardo è tornata indietro per farmi rialzare».
Anche a Ballando con le stelle ha perso una gamba.
«Sì, sono famosa per perdere pezzi. Ballando con le stelle era un contesto ancora più particolare: prima serata del sabato su Rai 1, in diretta. Devo ringraziare Milly Carlucci, io questa cosa non la voleva fare, è stata lei a insistere».
Possibile che dopo aver partecipato alle Olimpiadi le facesse paura una pista da ballo?
«Le gare paralimpiche non le guardava nessuno, mentre Ballando con le stelle sarebbe stato visto da milioni di italiani. Io mi chiamo Versace, sarei stata al centro dell’attenzione. Alla fine mi sono data una motivazione: bucare lo schermo e portare la disabilità a casa della gente, come una condizione normale, come la vivevo io».
E ha perso una gamba durante l’esibizione.
«Ho cominciato a ridere. Il giorno prima mio fratello aveva assistito alle prove generali e mi aveva detto: pensa se ti vola una gamba in diretta. La prima cosa che ho pensato è stata: ma che cavolo, me l’ha tirata. Ridevo come una matta anche perché ero in braccio a Raimondo Todaro, del tutto ignaro. Mi sono avvicinata al suo orecchio e gli ho detto: Rai, mi si è staccata la gamba. Ma lui niente, pensava che si fosse solo allentata. Ho dovuto dargli un pizzicotto sul braccio. Tra l’altro il mio primo pensiero, in quel momento, era capire dove fosse finita. Milly è stata abile nel chiamare la pubblicità. Un tecnico l’ha ritrovata e l’ha portata dietro le quinte. L’ha messa sul tavolo come un trofeo e ha detto a Todaro: Ramò tie’ sta gamba».
A proposito di partner, dopo l’incidente finì la relazione con il suo compagno storico. Eravate già in crisi?
«Ma no, non c’era nessuna crisi. Facevamo coppia da dieci anni, eravamo cresciuti insieme. Io penso che nella vita i dolori molto forti mettono alla prova i rapporti. La gente tendenzialmente si protegge e si isola, l’istinto è allontanarsi dalla sofferenza. Però se tutti avessero reagito così, sarei rimasta sola. Mio fratello, a distanza di centro metri, si accorge se zoppico, capisce se mi fa male la gamba sinistra o la gamba destra. Ha imparato a camminare al mio fianco».
Anche il suo attuale compagno, Antonio, ha perso una gamba.
«Quando l’ho conosciuto a Budrio non mi ero nemmeno accorta della protesi, pensavo fosse un accompagnatore. Avevo solo notato che era belloccio. Ho scoperto che aveva perso una gamba quando in corridoio ho sentito cigolare, mi sono affacciata e l’ho visto in pantaloncini che faceva dei test sul ginocchio bionico».
E questo vi ha avvicinati?
«Non subito. Prima siamo diventati amici, lui è stato molto paziente, mi è stato dietro un anno e mezzo e ha aspettato che mi stabilizzassi. Non mi volevo avventurare in una storia. Lo guardavo e gli dicevo: ma dove andiamo che facciamo una gamba in due? E invece poi. Antonio mi dà le idee e io le realizzo. E anziché ingelosirsi, si inorgoglisce».
Quanto è importante condividere la fragilità con chi la comprende?
«Beh, è fondamentale: tenersi dentro tutto fa male. Se poi hai una forza tale che riesci a metterla a disposizione degli altri, tanto meglio. Spinta da Antonio, ho fondato la “Disabili No Limits”, un’associazione che promuove le pari opportunità e ha sostenuto tante persone nelle nostre condizioni a realizzare le proprie aspirazioni. Raccolgo fondi e aiuto la gente ad avere protesi ausiliche, che costano fino a 10mila euro, una spesa che lo Stato ancora oggi non copre. Questo è uno dei motivi per cui mi sono impegnata in politica. La decisione di candidarmi, e le mie battaglie in Parlamento, nascono dalla consapevolezza che avrei potuto dare voce ai tanti, troppi che quella voce non ce l’hanno. Non così forte, almeno».
Ma essere un simbolo non è faticoso?
«Dipende da come lo vivi. Io non mi gaso, però provo orgoglio quando qualcuno mi ferma per strada e mi dice grazie. Durante il Covid mi sono sbattuta tantissimo per far distribuire le mascherine trasparenti che potessero consentire ai sordi di leggere il labiale e di questo nessuno ha parlato. Eppure alla fine sono state distribuite perché ho rotto le scatole a Conte. Potrei fare l’esempio delle autocertificazioni per i ragazzi autistici, o della legge che consente ai paralimpici di entrare nei gruppi sportivi. La gente pensa che sia una cosa banale, ma sai che vuol dire? Avere uno stipendio, i contributi, le tutele sanitarie».
Se potesse parlare alla Giusy Versace di 22 anni fa, prima dell’incidente, cosa le direbbe?
«Di continuare ad avere fede, perché mi ha salvato. Se io non avessi avuto questo grande dono, che certamente non ostento, ma che decisamente non nascondo, probabilmente sarei crollata. La mattina prego di arrivare a sera senza dolori. E la sera vado a dormire, ringraziando per quello che sono riuscita a fare».