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 2026  febbraio 01 Domenica calendario

E il governo "ingaggia" Minniti. La riunione (a porte chiuse) con i vertici delle partecipate

Cosa ci fa Marco Minniti a Palazzo Chigi, insieme agli amministratori delegati delle principali aziende italiane e all’uomo che tiene le fila dell’intelligence tricolore, il braccio destro della premier Alfredo Mantovano? La domanda sorge spontanea davanti a un insolito appuntamento fissato nell’agenda del governo. Martedì mattina Minniti, l’uomo dal pugno di ferro della sinistra italiana, già autorità delegata ai Servizi segreti con Massimo D’Alema, dunque coriaceo ministro dell’Interno dei governi a guida dem, sarà ospitato in una stanza non lontana dall’ufficio di Giorgia Meloni.
L’appuntamento in agenda recita così: riunione del comitato strategico della Fondazione Med-Or. Ma la notizia ha un sapore tutto politico. Mentre il mondo è in tumulto, i lanciamissili di Donald Trump sono puntati contro l’Iran degli ayatollah e i proiettili non smettono di fischiare nelle trincee ucraine, al governo cercano una bussola. Meloni è ovviamente in continuo contatto con i vertici delle agenzie di intelligence per monitorare l’escalation nel Golfo persico e le possibili ripercussioni sugli interessi nazionali italiani. Ma intanto il “pensatoio” di Chigi ingaggia Minniti per una panoramica sulla sicurezza nazionale, a porte chiuse, rigorosamente Chatam House (ovvero: off the records). Circondato dai capi di gabinetto dei ministeri che si occupano di sicurezza nazionale, dalla Farnesina al Viminale fino alla Difesa al “chief of staff” della premier Gaetano Caputi, nonché dai vertici delle più grandi imprese italiane – Eni, Enel, Terna, Snam, Poste e via dicendo – e introdotto da Mantovano l’ex capo degli 007 con i governi Letta e Renzi affrescherà scenari.
Libia e Yemen, Iran e Israele, le manovre russe e le mosse dell’amministrazione Trump nel Mediterraneo e in Medio Oriente. Un’altra prova, semmai ce ne fosse bisogno, della considerazione in cui è tenuto, dalla destra nelle stanze dei bottoni, l’ex ministro dell’Interno cresciuto tra le fila del Partito comunista. L’occasione, si diceva, è offerta dalla riunione del comitato strategico della Fondazione Med-Or. Ovvero il board della fondazione di Leonardo che da due anni a questa parte, con il placet di Giorgia Meloni, si è trasformata in un vettore della diplomazia e degli investimenti strategici oltreconfine. Questa almeno sarebbe la missione. Da Med-Or a Italian Foundation: Leonardo detiene ancora la maggioranza ma al colosso della difesa si sono aggiunti in qualità di soci player come Enel e Ferrovie, Fincantieri e Poste, Assolavoro, Tim, Bonifiche Ferraresi. Tutte rappresentate alla riunione martedì. Che tra l’altro precederà di qualche ora l’appuntamento di Mantovano al Copasir per un’audizione fiume sulle crisi internazionali che l’Italia è costretta a navigare. Con un focus speciale sulla guerra fra russi e ucraini e ovviamente il destino dell’Iran.
Dai report riservati a disposizione della premier traspare un certo timore per l’escalation in Medio Oriente minacciata da Trump. Proprio mentre l’Italia si sta ingegnando per entrare nel “Board della pace per Gaza” nonostante i dubbi politici e perfino le “incompatibilità costituzionali” dello statuto a cui ha fatto riferimento nei giorni scorsi Meloni. Per la serie: un conto è il rovesciamento lampo del regime venezuelano con l’arresto di Nicolas Maduro, tutt’altro conto è pensare di rovesciare un regime, quello iraniano, che conta sulla ramificata e sofisticatissima macchina dell’oppressione in mano ai Pasdaràn. Chissà cosa ne pensa Minniti, noto per un approccio iper-realista alle relazioni internazionali. E da sempre convinto che per risolvere le crisi in casa – vedi l’immigrazione – è necessario occuparsi di cosa accade nel nostro vicinato e forse anche un po’ più in là.