il Fatto Quotidiano, 1 febbraio 2026
La Russia si accontenta di Rizzo: “Fate cambiare la linea dell’Italia”
L’Italia è quel Paese meraviglioso dove la più laterale cronaca politica può incrociare i fatti del mondo e della Storia. In sintesi: la Russia va da Marco Rizzo. Sergej Lavrov, braccio destro di Vladimir Putin e ministro degli Esteri di una potenza imperiale (in guerra con l’Occidente), affida al proprio ambasciatore un messaggio da consegnare al congresso di Democrazia sovrana e popolare, il micropartito dell’istrionico ex parlamentare comunista e del compagno di avventure Francesco Toscano.
Lavrov era stato annunciato come ospite d’onore, ci si aspettava un collegamento o almeno un intervento in video. Alla fine il palco di Dsp si deve accontentare, si fa per dire, del vertice della diplomazia russa in Italia, Alexey Paramonov. L’ambasciatore abbraccia Marco Rizzo e viene salutato da una prima standing ovation, mentre in platea sventola una bandiera russa e qualche fila più indietro un tricolore italiano. “Ringrazio questo congresso per l’accoglienza e l’atmosfera molto favorevole verso il mio Paese”, esordisce l’ambasciatore, prima di aggiungere che le sue parole sono condivise con Lavrov, impossibilitato a presenziare per più urgenti impegni. “Tra i problemi che affrontiamo oggi – dice Paramonov senza mai nominare l’Ucraina – c’è quello di uno Stato, nato di recente da un ex repubblica sovietica, in cui il nazionalismo radicale e la conflittualità interna, ambedue inculcate dall’esterno purtroppo, con il sostegno maligno dell’intero Occidente, rappresentano fin dal 2014 la principale minaccia alla pace nel continente europeo”. È il passaggio più abrasivo dell’intervento e l’ambasciatore lo scandisce con espressione impassibile e bonaria. “Le colpe della Nato e del deep state occidentale nello scatenare questo scontro stanno venendo a galla”, aggiunge. Poi accusa gli Stati Uniti e il resto d’Occidente di violare il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite, “un documento pagato con il sangue di oltre 50 milioni di vittime della Seconda guerra mondiale, tra cui 27 milioni di cittadini sovietici”. Infine consegna il suo messaggio diplomatico, curiosamente affidato alla piccola bottiglia del partito di Rizzo e Toscano: “Spero che la vostra linea politica possa spingere l’Italia verso il riallacciamento dei rapporti con la federazione russa”. Un’altra ovazione e Paramonov saluta. Prima di lui, nel pomeriggio, era stato trasmesso anche un video messaggio di Maria Zakharova, portavoce del ministro degli Esteri russo: “Diversi uomini d’affari italiani hanno visitato il nostro Paese e sono rimasti sconvolti – assicura Zakharova –, quello che hanno visto è diverso da quanto fa vedere la vostra televisione. La Russia è un paese grande, che si sviluppa, che cresce e che ha come obiettivo la pace, anche con il popolo italiano”.
Il resto è per lo più colore. C’è l’ormai consueta incursione polemica del radicale Matteo Hallissey, presidente di +Europa, che entra in sala urlando contro Rizzo e sventolando un vessillo ucraino. Viene energicamente allontanato dal servizio d’ordine (eufemismo) e si becca anche una bandierata sul naso.
La platea dell’Ergife, il grande centro congressi di Roma, è una rappresentazione plastica della bizzarra creatura di Rizzo e Toscano. Un militante brandisce un drappo rosso dell’Unione Sovietica, un altro la bandiera della federazione russa; c’è un ragazzo che passeggia tronfio con una giacca brilluccicante sopra la t-shirt col faccione di Trump e la scritta Never surrender, “mai arrendersi”, ma persino un ardito signore che alla fine dell’inno di Mameli si esibisce in un fugace saluto romano.
Ospiti e relatori, altrettanto eclettici: il giornalista trumpiano Joe Hoft, il corrispondente libanese Talal Khrais (che ricorda con nostalgia le interviste ad Almirante), l’europarlamentare slovacco Lubos Blaha, del partito di Robert Fico, che indossa una maglia di Chávez, parla davanti a un poster del Che e auspica all’Italia la libertà dai fascismi.
Sono loro a scaldare la platea a Paramonov/Lavrov: uno strano scenario per la diplomazia internazionale.