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 2026  febbraio 01 Domenica calendario

Arianna Fontana: "La mia seconda volta, in casa con la bandiera Ai Giochi ho fatto tutto ma ora è il paradiso"

Oggi Arianna Fontana accompagna la fiaccola olimpica sulle strade di casa, a Berbenno, in Valtellina. Non appena partirà per Milano, sarà allestito il maxischermo, l’inizio di un rito che si ripete per la sesta volta. Fontana ha vinto la prima medaglia nello short track ai Giochi di Torino, nel 2006, a 15 anni e l’undicesima a Pechino, nel 2022. Non ha smesso di contare.
Ha definito il podio il paradiso, ci spiega come è fatto?
«Non esiste sensazione più bella di salire sul gradino più alto: appagamento totale, tutto ha un senso, le fatiche, le lacrime scese… in quel momento non hai desideri o sogni o speranze, ogni pensiero è lì. Se assaggi la sensazione, poi sai che la perfezione esiste».
È una droga? A 35 anni gareggia per non stare senza?
«Droga... quando ero più giovane sì, era una fissazione, l’unico obiettivo. Ora è un’esperienza, voglio sempre vincere, ma non inseguo un risultato, mi gioco una possibilità».
In autunno si è infortunata. Due mesi quasi ferma. Come li ha gestiti in una fase tanto delicata?
«Ho cercato di non farmi travolgere. Non è stato semplice, prima la caviglia, dopo il quadricipite: settembre e ottobre sono stati disastrosi. Per fortuna siamo oltre quel periodo buio e pronti».
Ha temuto di perdere le Olimpiadi in quel buio?
«Sì. Ho sperimentato una tensione inedita. L’infortunio si è presentato mentre mi credevo in controllo e di colpo ho perso ogni sicurezza. Ero a un bivio: potevo entrare nella modalità delirio e farmi persino più male, invece ne sono uscita. Non da sola».
Che ruolo ha avuto suo marito e allenatore Anthony Lobello?
«È stato la mia roccia, soprattutto quando di testa avevo dei cedimenti. Mi ha portata a vedere oltre alle difficoltà con una calma che gli ho sempre riconosciuto, però mai immaginato tanto potente. Mi ha aiutato a concentrarmi su di noi».
C’è una frase, un gesto che ricorda più di altri?
«Abbiamo una stretta di mano particolare, lo scambio di forza prima di una gara e nei giorni tosti».
Vi siete fatti delle promesse olimpiche?
«Alla fine voglio due settimane senza nessun altro: io e lui al caldo. Un patto».

Immaginava di sdoppiarsi e gareggiare anche sulla pista lunga.
«Peccato. Per fare entrambe le specialità serviva la stagione ideale, senza intoppi. Purtroppo al rientro non mi è stata data una occasione per provare a entrare in squadra».
Ne meritava una extra?
«Altre nazioni hanno chiuso le qualificazioni molto più tardi. Non so se esisteva una gara utile, so che se mi avessero dato uno spiraglio lo avrei preso al volo».
L’Italia per lei è passione e liti. Tante soddisfazioni e tante piccole frizioni.
«È capitato, capita... Lì io ritrovo la convinzione per dare di più. E mi scopro sempre più italiana».
In questi 20 anni di attività anche una causa per mobbing. Ha fatto pace con tutti?
«Ormai mi sono apparecchiata per avere quello di cui ho bisogno e sto bene così».
Ha l’appoggio che in passato le è sembrato mancare?
«Conta poco. Basta il sostegno di chi mi sta vicino».
Di nuovo portabandiera, come nel 2018.
«Il tricolore rappresenta casa, le radici, i valori che difendo. Non è solo un pezzo di stoffa».
Quattro portabandiera per l’Italia non sono troppi?
«Sarebbe stato brutto non avere due rappresentanti del Paese ospitante a Cortina. Io sono felice di essere a Milano con Chicco Pellegrino, è la persona che volevo al mio fianco».
Perché lui?
«Per quello che ha dato in azzurro, con lo sci di fondo e perché ci conosciamo da una vita, nati entrambi nel 1990. Ci speravo, quando il presidente del Coni Buonfiglio mi ha comunicato il ruolo, ho chiesto subito “con chi? “».
E ha chiamato Pellegrino.
«Ho aspettato l’investitura. A Roma ci siamo confrontati. Il giorno in cui abbiamo ritiratola bandiera sembravamo due bambini al primo giorno di scuola».
Per lei è il secondo. Ci è già passata.
«Non importa. Ero tesa: mi danno il tricolore con l’avvertenza “Mi raccomando, la stoffa mai per terra”. Panico. Stavo per parlare davanti al presidente, sono piccola, con il bandierone e per l’ansia neanche ho appoggiato l’asta. Tra un po’ mi si disfa il braccio».
Come vorrebbe che si mostrasse l’Italia al mondo?
«Sapremo rendere evidente la nostra determinazione. All’estero ci sono spesso strutture pazzesche e noi, nel piccolo, riusciamo a realizzare grandi imprese con meno cultura sportiva. La capacità di imporci su nazionali con altre risorse è invidiata».
In questo lo short track è un esempio. Che posto ha in squadra?
«In inverno, non sono tornata ad allenarmi con Canada e Stati Uniti proprio per rimanere con il gruppo e provare la staffetta. Ho dato il mio contributo, ci tengo a un successo collettivo. Con Anthony abbiamo anche fatto dei lavori specifici per aggiungere esplosività e velocità. Qui sono trascurati».
È alla seconda Olimpiade in casa. Una rarità assoluta.
«A Torino ero una bimba e tante cose non le ho percepite, non le ho capite, non me le sono godute. Non vedo l’ora di gareggiare con la famiglia e gli amici a bordo pista».
Il suo collega Sighel ha criticato i prezzi dei biglietti. Nemmeno un ingresso omaggio per gli atleti.
«Chi voleva esserci ha investito in passione. Mi aspetto una bolgia e poi c’è anche l’apertura a San Siro, pazzesco. È tutto la seconda volta per me, eppure è così diverso e intenso e maturo. Non c’è paragone».
A San Siro di solito ci va da tifosa.
«Tanti interisti mi hanno chiesto “dai buttaci dentro qualcosa di nerazzurro"… Forse qualcuno si arrabbia, ma magari un nastrino poco invasivo. Ci penso».