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 2026  febbraio 01 Domenica calendario

Intervista a Flavio Furno

Uno sguardo allucinato. La telecamera che stringe su quegli occhi iniettati di fanatismo, il sorriso sghembo, la schiena dritta. Il set travolto dal suo carisma: c’è solo lui, Flavio Furno. Poi le telecamere si spengono e l’attore torna a essere il papà amorevole, con «dieci mesi di occhiaie» e una figlia appena nata in braccio. «Mi dicevano che i bambini portavano fortuna ma non avrei mai immaginato così tanto». Per vent’anni aveva infatti sempre fatto a cazzotti con la sua faccia: il suo personale biglietto da visita per arrivare immancabilmente secondo ai provini che contano. Una volta gli dicevano che aveva un aspetto troppo buono, un’altra troppo cattivo, poi era rassicurante, anticonvenzionale, anonimo, basso, alto, gracile, robusto. Era uno e, al contempo, nessuno e la sua carriera un percorso netto di ruoli «sempre perbene, istituzionali, eleganti» ma priva di guizzi. Fino a oggi. Proprio Marco D’Amore, che nel 2014 gli era stato preferito («meritatamente») per il ruolo di Ciro in Gomorra, ha scommesso su di lui affidandogli, in qualità di regista, quello che tutti fino a quel momento gli negavano: la parte del cattivo. Nessuno intravedeva un carisma pazzoide in quell’interprete minuto, dalla pelle candida e il fisico esile, il cui ricordo tende a svaporare subito dalla mente. Giusto gli olandesi avevano osato affidargli il ruolo di un tossico in affari con la malavita nella serie Mocro Maffia ma per averla era dovuto, appunto, andare all’estero. Eppure proprio la faccia di Furno, stravolta da una lucida follia, è il grande colpo di scena del prequel Gomorra – le origini: nella serie, in onda ogni venerdì su Sky e disponibile su NOW, interpreta O’Paisano, un cattivo che tiene insieme Raffaele Cutolo e Joker, per andare oltre a entrambi ed evolversi in un’entità malvagia che buca lo schermo. Da qui, la svolta: ora «sembra che vado bene per tutto» tanto che è reduce dalla miniserie di Rai1 Morbo K e prossimamente lo vedremo, di nuovo su Sky, in Ligas a fianco di Luca Argentero. A 40 anni si riscopre famoso.
D’Amore dà, D’Amore toglie?
«Gli sono davvero riconoscente. In questo prequel mi ha valorizzato in modo meraviglioso, dandomi anche le giuste indicazioni: dalla gestualità che non doveva mai essere ordinaria al rapporto morboso con la sorella. Metà del successo è merito suo».
Eppure tutto sarebbe potuto accadere 20 anni prima, se il ruolo di Ciro fosse andato a lei.
«Sarebbe stato un errore. Io stesso ero allibito di superare le varie selezioni: ero appena uscito dal Teatro Stabile di Genova e mi sentivo totalmente impreparato. Poi ho visto Marco e ho subito capito che non ci sarebbe stata partita: lui era Ciro. Com’è noto Gomorra riscosse un enorme successo, ma non ho provato nessuna frustrazione nemmeno dopo perché, a quell’età, non avrei mai saputo gestire un tale livello di attenzione. Il successo può fare paura tanto quanto il fallimento».
Talento e fisicità sono i due tavoli su cui si gioca la carriera di un attore?
«Sì. Nel mio caso il primo non era in discussione perché se arrivi sempre all’ultimo provino, vuol dire che sai fare il tuo lavoro. Il problema è che ho una fisicità per cui non sembro mai la cosa giusta: c’è sempre qualcuno che è più bello o più brutto di me. Anche se non se ne parla tanto, esistono degli stereotipi, o comunque dei modelli estetici, anche per noi interpreti maschili. Se non rientri non puoi farci molto, se non aspettare quel ruolo che ti svolta la vita. Devi trovare il tuo modo di diventare “figo” per uscire dal cono d’ombra. È andata così: a volte prima di arrendersi basta cambiare sguardo».
Il complimento più bello?
«Alcuni giornalisti hanno scritto che per O’Paisano mi sono sottoposto a ore e ore di trucco, invece avevo solo un paio di occhiali. Questo fraintendimento è il miglior complimento che potessi ricevere perché mi rende giustizia: è una trasfigurazione figlia del gioco attoriale».
O’Paisano è un boss assetato di potere, che parla per parabole, si definisce il salvatore del mondo e mischia fede e autoritarismo. Un predecessore di Donald Trump?
«Be’, direi con molto più carisma di Trump. Battuta a parte, il mio villain accende i riflettori sul fanatismo: una piaga che è direttamente proporzionale al populismo. I venti ideologici e politici riescono a radicarsi là dove dilaga l’ignoranza e latita il pensiero critico, proprio come sta accadendo oggi. Più che malvagio, Trump è prima di tutto un uomo non risolto che crede di colmare il proprio vuoto con il potere che esercita ma questo non basterà mai: il suo sarà per forza un gioco al rialzo. È questo che lo rende un uomo pericoloso».
Secondo D’Amore i sogni spezzati dei protagonisti fanno il paio con le immagini dei bambini che vedono le loro famiglie e le proprie case distrutte dalle guerre. Il vero male è la disperazione del mondo?
«Ci sono contesti geografici dove l’infanzia è rubata e i bambini non conoscono la spensieratezza: crescono in uno scenario di morte e repressione. Essendo appena diventato padre, non posso non avere speranza ma sono obiettivamente contesti difficili. Abbiamo disperatamente bisogno di adulti che, a tutti i livelli (politica, scuola, tv) scommettano e costruiscano sul bene mostrando ai ragazzi che un’altra società è possibile. Io vengo da Ponticelli, una periferia di Napoli, che è presente sia nel libro Gomorra che nel film di Matteo Garrone. Qui mia mamma ha insegnato, per 40 anni, come maestra alle elementari proponendosi come modello alternativo alla criminalità che li circondava: per me lei e i suoi colleghi sono i veri eroi della società».
La tv rischia di remare contro esaltando gli antieroi?
«Chi accusa le fiction, come Gomorra, di promuovere l’emulazione lo fa per non vedere le proprie responsabilità e non mettersi in gioco. È solo uno scaricabarile».
Lei che ragazzo è stato?
«Un furbacchione: facevo il minimo indispensabile per risultare bravo. Gli insegnanti non mi amavano molto perché ero un po’ arrogantello e non mi sottraevo a espormi quando credevo in qualcosa. Ero rappresentante di classe, sempre in prima fila, insomma un giovane vecchio: un adolescente polemico, che cercava di darsi un tono come meccanismo di difesa. Con le donne ero il tipo simpatico che faceva la battuta intelligente, mai banale. Diciamolo, mi sentivo figo. Questo fino a quando non ho incominciato a recitare e mi sono ritrovato circondato da uomini che erano davvero affascinanti».
Riscuoteva comunque successo con le donne?
«Non sono mai stato quello che, entrando in una stanza, attirava gli sguardi di tutti ma piacevo a chi mi piaceva. Se mi mettevo in testa di conquistare qualcuno, ci riuscivo».

I suoi come presero la sua scelta di recitare?
«All’inizio pensavano fosse solo un hobby. Quando hanno capito che volevo fare sul serio, si spaventarono un po’: eravamo una famiglia della periferia napoletana, dove il lavoro non è necessariamente una passione ma serve per arrivare a fine mese. Mi imposero quindi di fare comunque l’università: mi sono laureato in Scienze della comunicazione, per accontentarli, ma spesso sparivo per sei, sette mesi quando c’era la tournée. La mia famiglia ha capito che ci tenevo sul serio quando, dopo una notte passata al pronto soccorso per una colica renale, al mattino sono andato a teatro, per lo spettacolo matinée delle scuole».
A sua figlia ha voluto dare il doppio cognome. Nessun desiderio di portare avanti la stirpe La Torre?
«Trovo sia una scelta di civiltà all’insegna della libertà dei figli. Tra l’altro lei è talmente uguale a me, che le basterà quello…».