Specchio, 1 febbraio 2026
Giappone, La perfetta sparizione si compra nei negozi "della fuga notturna"
Li chiamano yonige-ya. Letteralmente, “negozi per la fuga notturna”. In pratica, aiutano le persone a sparire nel nulla. In Giappone, i clienti di queste agenzie sono noti come jōhatsu: gli “evaporati”. Sono coloro che decidono di tagliare ogni legame col passato e rendersi irreperibili per anni, talvolta per sempre. Le yonige-ya esaudiscono il loro desiderio.
Ogni anno in Giappone vengono denunciate tra le 70mila e le 90mila scomparse. La maggior parte delle persone viene ritrovata. Ma una parte di queste sparizioni non è accidentale. È deliberata, pianificata, spesso eseguita con l’aiuto di professionisti. Sono uomini e donne che scelgono di abbandonare tutto: famiglia, lavoro, identità, documenti, amicizie. Quasi sempre di notte, in silenzio, senza salutare nessuno. Non per cercare l’avventura, ma per sfuggire a una pressione percepita come insostenibile.
Il termine jōhatsu è entrato nel linguaggio comune nel 1967, con il film Evaporazione dell’uomo di Shōhei Imamura, un’opera a metà tra documentario e fiction che racconta la scomparsa improvvisa di un uomo comune. Da allora, l’idea che una persona possa semplicemente svanire senza lasciare traccia diventa parte dell’immaginario collettivo. Per diverso tempo, i media affibbiano il termine a qualsiasi caso di sparizione o allontanamento apparentemente volontario.
Ma negli ultimi decenni, con lo scoppio della bolla economica e un lungo periodo di stagnazione, il fenomeno è esploso davvero. Tanto che sono nate le yonige-ya, che operano ai margini della legalità senza sforare nell’illegale. Offrono servizi logistici, non documenti falsi. Aiutano a traslocare in segreto, a trovare alloggi anonimi, a spezzare ogni collegamento col passato. In alcuni casi forniscono lavori in nero e reti di contatti che permettono di sopravvivere senza attirare attenzione. Il tutto a prezzi esorbitanti. A gestire le agenzie sono spesso ex operatori del settore dei traslochi o volontari con esperienza con vittime di violenza domestica, senzatetto e persone indebitate. Talvolta, si tratta di ex jōhatsu. Non manca anche chi cerca in modo opportunistico di fare affari con la disperazione dei clienti.
C’è chi fugge dagli usurai, chi dalla yakuza, chi da un datore di lavoro abusivo, chi da relazioni violente o da stalker. Ci sono anche persone che scappano da un matrimonio senza amore, da una famiglia soffocante, da aspettative impossibili da sostenere. In Giappone il divorzio, pur essendo più comune rispetto al passato, è ancora percepito come un fallimento sociale. Per alcuni è più semplice evaporare che affrontare una separazione formale.
Un elemento che rende possibile il fenomeno è il sistema giuridico giapponese in materia di privacy. In assenza di prove di un crimine o di un incidente, la polizia non interviene attivamente nella ricerca di una persona scomparsa. Un adulto ha il diritto di sparire. Le famiglie non possono accedere ai tabulati telefonici, alle transazioni bancarie o alle registrazioni delle telecamere di sorveglianza.
Per chi resta indietro, la sparizione è spesso una ferita aperta che non si rimargina mai. Genitori che non sanno se il figlio sia vivo o morto, mogli o mariti abbandonati senza spiegazioni, figli che crescono con un’assenza inspiegabile. Ma anche per chi scompare la nuova vita non è quasi mai semplice. L’idea romantica della sparizione come liberazione totale si scontra con la realtà della solitudine, della precarietà economica, della paura costante di essere riconosciuti. Negli ultimi anni, si sono intrecciate diverse condizioni che possono favorire un’accelerazione: precarizzazione strutturale della vita, inasprimento della pressione performativa e la solitudine. Il Giappone è uno dei Paesi con il più alto numero di persone che vivono sole, quasi a normalizzare l’invisibilità.
Il fenomeno si è diffuso anche altrove. A partire da Corea del Sud, Cina e Taiwan, società che hanno diversi tratti in comune con quella giapponese. Non è un caso che diversi film o romanzi raccontino storie di “sparizione”: cancellando la propria identità fisica, come in Time di Kim Ki-Duk. Oppure facendola evaporare nell’intelligenza artificiale, come in Intimità senza contatto di Lin Hsin-hui. In una società rigidamente orientata alla performance, sparire diventa per alcuni l’unico modo per sottrarsi a un giudizio percepito come definitivo. Temi sempre più globali.
D’altronde, già il fenomeno degli hikikomori (giovani e adulti che si ritirano completamente dalla società vivendo chiusi nelle loro stanze) si è allargato in Occidente partendo dal Giappone. Con i jōhatsu non c’è solo fuga, ma anche la richiesta muta di una vita che, almeno per un po’, non chieda di essere all’altezza di nulla. Un laboratorio di solitudine contemporanea da cui non è scontato restare immuni.