la Repubblica, 1 febbraio 2026
La prima editrice della storia si chiamava Anna
La prima editrice della storia si chiamava Anna. Non parliamo di Anna Rügerin, la stampatrice di Augsburg, né di Anna Fabri, la sua collega di Stoccolma, ma di Anna Notaras Paleologina. Pochi sanno di lei, ma per sua scelta: la volontà di occultare il suo nome fu il noblesse oblige di una bizantina in fuga che in quel nome incarnava l’estrema sintesi della più alta nobiltà dell’impero precipitato alle sue spalle.
I Notaras erano la più aristocratica e potente famiglia della basileia dei Paleologhi. Il megaduca Luca Notaras, suo padre, era primo ministro dell’ultimo imperatore, Costantino XI, che si diceva Anna fosse destinata a sposare, per diventare imperatrice, se fosse sopravvissuto all’assedio turco del 1453. Il che non avvenne, e neanche il padre di Anna sopravvisse: morì, suicida dicono, dopo avere visto ammazzare sotto i suoi occhi uno dopo l’altro i primi tre figli maschi e deportare il più giovane nell’harem del sultano Mehmet, il Conquistatore.
Ma prima che questo accadesse, che la Città cadesse, che Bisanzio finisse (se mai veramente finì), kyr Luca aveva fatto partire la più intelligente delle sue figlie femmine, affidandole, oltre a una parte dei tesori dei suoi palazzi, il capitale di famiglia: depositi all’estero, essenzialmente titoli genovesi e veneziani basati sugli investimenti nelle imprese commerciali italiane di cui già il nonno, Nicola, aveva acquistato luoghi e prestiti. Tanto grandi erano le sue entrature e la sua fortuna che di Venezia, oltreché di Genova, il padre di Anna aveva la cittadinanza onoraria.
Fu utilizzando quei conti offshore che la giovane bizantina, prima sotto l’ala d’aquila di Bessarione e poi completamente autonoma, finanziò le imprese culturali e cultuali che avrebbero fatto di Venezia l’approdo privilegiato dei profughi e transfughi greci, i cosiddetti graeculi. Qui si trasferì stabilmente dopo il passaggio in Italia e qualche iniziale disavventura, qui convogliò i suoi interessi e utilizzò non solo le risorse finanziarie ma anche la determinazione politica ereditate dal padre per compattare la comunità degli esuli e fissarne la memoria.
Nel 1479 fu calcolato che i residenti greci fissi nella Repubblica fossero tra i quattro e i cinquemila. Molti di loro erano militari, i cosiddetti stradioti (dal greco stratiotes, “soldato”), che si erano messi al servizio della Serenissima per combattere, in nome della patria perduta, il nemico turco. Molti di loro avrebbero raggiunto alti gradi nel servizio alla città che della caduta di Bisanzio portava tuttavia una responsabilità flagrante. Questo trauma politico e una sorta di senso di colpa collettivo avevano alimentato, almeno nella sua élite culturale, lo struggimento di mantenere in vita, della civiltà e della sapienza bizantine annientate dalla storia, una memoria così viva da farsi quasi transfert.
Era stato Bessarione del resto, quindici anni dopo la caduta di Costantinopoli, a definire Venezia alterum Byzantium, “seconda Bisanzio”. Sempre più numerosi i figli e i nipoti di quei greci si sarebbero arruolati nelle spedizioni militari che la Serenissima condusse contro i turchi per tutto il Quattrocento e nel secolo successivo fino alla battaglia di Lepanto. Tutto questo contribuì alla forza di Anna.
Mediò la fondazione di quella confraternita dell’ethnos greco per il cui culto sarebbe stata edificata, grazie anche al suo lascito ereditario, la chiesa di San Giorgio sul rio dei Greci, che conserva ancora oggi fra i suoi tesori le tre antiche, stupende icone che portò da Costantinopoli. Lottò per il libero culto ortodosso e lo ottenne, prima nella sua dimora, poi in chiesa. Ancora oggi il complesso di San Giorgio dei Greci, formato dalla chiesa cattedrale, dal contiguo museo e dall’Istituto di Studi Ellenici, oltreché sede dell’arcidiocesi ortodossa d’Italia è il punto di riferimento mondiale del filellenismo.
Soprattutto, Anna lottò per la diffusione della cultura bizantina attraverso i libri. Ereditò questa sfida dal cardinale “orientale” Bessarione, da poco morto, da sempre in vita consacrato alla raccolta dei manoscritti greci, e con ciò riscattò anche la morte del padre, facendo rivivere la conoscenza dell’impero che lui aveva servito: non solo sopravvivere ma rinascere e moltiplicarsi i libri bizantini, attraverso l’arma di cui il suo mentore aveva intuito l’immenso potenziale mediatico: la stampa. Anna non solo mantenne e arricchì nella sua residenza una grande biblioteca, ma diventò editrice, prima e meglio delle Anne occidentali fino a oggi considerate le prime donne stampatrici, che peraltro erano solo tipografe, come le varie vedove di stampatori che avrebbero più o meno a lungo mantenuto l’attività dei mariti defunti.
Il ruolo di Anna Notaras fu se mai più simile a quello di Charlotte Guillard, l’editrice cinquecentesca del Soleil d’or nel quartiere latino di Parigi. Finanziò e diresse, con l’ineffabile discrezione di un anonimato nel quale solo lo studio del manoscritto del suo testamento ha riconosciuto la sua ombra, la pionieristica tipografia di Kalliergis, un cretese che aveva insediato a Venezia una tipografia dedicata esclusivamente alla stampa di opere greche, quando ancora non vigeva l’impero di Aldo Manuzio.
A differenza dell’Anna tedesca e dell’Anna svedese, l’Anna bizantina usò un prestanome, il suo manager Nicola Vlastos, e non firmò il colophon dei libri di cui decideva, finanziava e dirigeva la pubblicazione. Solo una volta nel colofone finale del famoso Etymologicum Magnum pubblicato dalla tipografia di Kalliergis compare menzione dell’«illustrissima e assai modesta signora Anna, figlia di Luca Notaras, un tempo megaduca di Costantinopoli», e questo perché, com’è stato mostrato dai paleografi, alcune delle stupefacenti decorazioni dei frontespizi e dei capilettera erano calcate su ricami elaborati appositamente da Anna e dalla sua nipote e collaboratrice Eudocia.
La “modestia” di Anna, sottolineata in questa iscrizione, consisteva anzitutto nel fare sì, quindi, che il suo ruolo non venisse svelato. Eppure fu proprio lei a ottenere l’autorizzazione alla stampa e l’imprimatur del Senato veneziano, con cui, forte dei titoli aulici che aveva ereditato insieme a quelli finanziari (Hermeneutinam, a riecheggiare il titolo aulico bizantino di [Di]ermeneutes o Interprete, Megadoukisa, versione femminile di quello di megaduca) trattò sempre da pari a pari.
Si legge in data 8 luglio 1507 nel Diario di Marin Sanudo: «Oggi una signora greca che aveva vissuto in questo paese è morta a San Zulian. Era la figlia di un uomo di grande rango a Costantinopoli al tempo dell’imperatore Paleologo. Aveva più di cento anni ed è morta vergine. Era ricca». Probabilmente non è vero che Anna avesse superato i cento anni di età (e forse neanche che fosse vergine). Ma molto probabilmente la sua immagine di ieratica vegliarda, che non possiamo non immaginare vestita del tradizionale, austero costume delle dame bizantine, doveva essersi impressa come un’icona, invariata da molti e molti anni, nella memoria dei nobili e dei cittadini veneziani. Questa donna sola, ricchissima, autorevolissima, dotata di un ascendente inaudito sul governo veneziano, doveva incarnare nella Venezia del tempo il vero e proprio simbolo dell’auctoritas di Bisanzio e della sua civiltà.
In questo senso possiamo sostenere non solo, come Sanudo, che avesse più di cent’anni, ma che ne avesse più di mille. Quest’ambasciatrice inflessibile della grecità sconfitta fu il fantasma femminile della vetusta Costantinopoli distrutta dai turchi, non senza la corresponsabilità dei veneziani. Quest’editrice e ricamatrice di merletti fu anzi forse il revenant shakespeariano dei loro sensi di colpa. Per questo, forse, fu da loro temuta, rispettata e protetta quanto Costantinopoli non riuscì a essere.