la Repubblica, 1 febbraio 2026
Torino sotto assedio per Askatasuna: blitz premeditato tra molotov, estintori e sassi che volavano
Lo Stato brucia, lo Stato è preso a martellate nel tramonto gelido dell’ultimo giorno di gennaio, un sabato, dentro la città terrorizzata e sola. Brucia, lo Stato, come il blindato della polizia inerme mentre lo guarda ardere, gli antagonisti lo hanno centrato, tiravano molotov, estintori, cartelli stradali, carrelli della spesa, una bici, un ombrello. E sassi, una grandinata di pietre. Lo Stato è preso a martellate come l’agente a terra, indifeso, senza più il casco, senza lo scudo, lui da solo e dieci delinquenti attorno. Uno di questi ha in mano un martello e colpisce, colpisce e poi ancora. Sulla schiena, sulla testa. Un miracolo se non c’è scappato il morto, un miracolo che quel poliziotto non debba passare il resto della vita su una sedia a rotelle.
La battaglia di Torino dura due ore e la si aspettava, la si temeva da un mese. Eppure nessuno è stato in grado di sgomberare il corso Regina Margherita, quello dove c’era Askatasuna a due passi dai Giardini Reali, in questa città piena di nomi di re, eppure a volte sembra non la governi nessuno. Il viale alberato con le automobili ancora parcheggiate e i negozi aperti: in uno di questi, un market di prodotti cosmetici, sei cassiere si sono barricate dentro. Le bombe carta e gli idranti, le minacce ai giornalisti Rai di Far West, le ambulanze ferme ovunque come una premonizione. L’elicottero della polizia, pure questo inutile, lassù, nel cielo lontanissimo che presto si riempie di gas, fumogeni e scie di fuoco. I black bloc, chi si rivede, si staccano da quello che era stato un corteo pacifico sebbene confuso, in strada per Aska, contro la guerra, per la Palestina, le donne, l’ambiente, il lavoro, la Tav, quando si manifesta per tutto alla fine può rimanere poco. Alle 17.45 di un pomeriggio sbagliato, la falange violenta cala le maschere (vietate) sui volti, brandisce bottiglie (vietate), inalbera scudi improvvisati. E si combatte. Gli agenti mantengono la posizione, sembrano quasi arretrare mentre gli antagonisti strappano i pali della luce e lanciano pietre, sassi, massi, seggiole dei dehors, bottiglie incendiarie e qualunque cosa riescano a recuperare, persino un paio di estintori. A quel punto, poliziotti e carabinieri reagiscono ma si scoprono incerti e statici, dai lati arrivano altri nemici, piove fuoco sulle loro teste e una camionetta incredibilmente s’incendia: diventerà uno dei simboli di un paio d’ore di Stato attonito.
Lanciarazzi rudimentali sparano ad altezza d’uomo, mentre la marcia dei 15 mila ormai è lontana, un ricordo nel giorno di fuoco, c’erano anche bambini e anziani, e manifestanti ad honorem che si facevano un selfie col pugno chiuso, e bandiere rosse con la falce e il martello. Ne resterà uno solo, di martello, per colpire il poliziotto disarmato.
Volano cubi di porfido come coriandoli e c’è sangue sui volti, addosso ai primi feriti. Si grida, si scappa. Dopo tre quarti d’ora arrivano i contatti diretti, spinte, bastonate da una parte, manganelli dall’altra. E un’angoscia di sirene ininterrotte, la nebbia dei fumogeni a confondere le sagome dei palazzi, rendendoli indistinguibili anche ai torinesi che li sanno a memoria. Spaesamento, violenza. Due poliziotti si infilano nella cabina del blindato in fiamme e riescono a spegnerle con l’aiuto dell’idrante, che sposta la gittata dagli anarchici alla camionetta arroventata. Scoppi, boati, sbarramenti con i cassonetti, pure questi in fiamme nella trincea urbana. Tra i volti del corteo “giusto”, anche Zerocalcare: «Sono qui per le ragioni di tutti, perché sono contro lo sgombero di Aska».
Alla stazione di Porta Nuova si erano visti incedere carabinieri a cavallo, nientemeno, quando qualcuno si era illuso che protesta facesse rima con festa. Mezz’ora e secoli fa. Nel pomeriggio ormai fosco non resta traccia di un legittimo dissentire, perché i violenti si sono portati via le ragioni di tutti, comprese le frasi piene di speranza. Nella notte che avanza, soltanto urla e insulti. Altre ambulanze si introducono a fatica nel labirinto, prima che i barbari oltrepassino il ponte sulla Dora e si spostino verso il cimitero, luogo perfetto per un giorno tanto triste. Qualcuno nel buio canta Bella ciao ma non c’entra niente.