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 2026  gennaio 31 Sabato calendario

Era mio padre: Ivan Graziani

È sempre rischioso cimentarsi in operazioni “in nome del padre”, portare avanti ingombrantissime eredità sonore, con il rischio di schiantarsi sull’autostrada dei paragoni. Lui però non è mai uscito fuori pista: Filippo Graziani, secondogenito del grande Ivan, da oramai vent’anni, ha imboccato, in maniera delicata, puntuale, mai scolastica, la via della memoria. Di questo babbo perduto a soli 15, Capodanno 1997, nell’età peggiore, quella in cui si vorrebbero avere riscontri, consigli, perfino rimproveri: dopo un iniziale rifiuto e un inevitabile sbandamento, Filippo ha deciso invece di riappropriarsi delle stralunate, bellissime, canzoni di papà.
Un percorso che è arrivato a una data fatidica: il 6 ottobre Graziani senior avrebbe compiuto 80 anni. Il regalo Filippo glielo ha anticipato, il 29 agosto, con un concerto nella sua Teramo, insieme al bravo ma più defilato fratello e batterista Tommaso e un parterre de roi di ospiti davvero eterogeneo, da Frankie Hi-Nrg a Mario Biondi all’erede designato Lucio Corsi, come vedremo. Unicum che è diventato un tour e poi un disco live, «80 Buon compleanno Ivan, live in Teramo», da pochissimo uscito.
Che festa si sarebbe immaginato il 6 ottobre, Filippo, se papà Ivan fosse stato qui?
“Non amava autocelebrarsi, si sarebbe mangiato e bevuto con qualche amico, nulla di più”.
E allora gli avete regalato un concerto come quello di Teramo.
“È stato magico. Ma, per me, anche un punto di svolta”.
Perché?
“Sono vent’anni che mi dedico a papà. Ho suonato più i suoi pezzi di quanto lo abbia fatto lui. Ora sento di non poter più andare oltre.E, ora che ne ho 45, di poter tornare a fare le mie cose. Ma con uno spirito del tutto diverso rispetto a quando ero più giovane”.
Cosa accadeva allora?
“Avevo il “complesso di Kurt Cobain” ovvero pensavo non mi capisse nessuno, volevo fare le mie cose, rifiutavo di passare per “figlio di”, perché venivo da anni difficili”.
Cioé?
“Dopo la morte di papà, passavo da una scuola all’altra, mi mancavano i riferimenti. La prima svolta è arrivata quando sono andato ad Urbino, a studiare alla scuola d’arte come aveva fatto lui, a conoscere i suoi luoghi e i suoi amici: perché papà prima di essere un musicista, è stato un bravissimo disegnatore. E i miei primi ricordi sono appunto i disegni con lui, la fascinazione per la musica è arrivata dopo. Quando era ancora in vita, l’unico genere che ascoltavo era l’hip hop. E lui ne era attratto”.
Sembrerebbe lontano lui…
“Le storie di mio padre sono senza tempo, lui osservava quello che gli accadeva intorno. E l’hip hop in qualche modo, quando è fatto bene, fa la stessa cosa. Per questo ho coinvolto Frankie Hi-Nrg a Teramo. E Marracash ha campionato la sua Firenze (Canzone triste) in un suo brano…”
Per molti l’erede però è Lucio Corsi.
“Un marziano che viene dalla provincia come papà, bravo nella scrittura, nel racconto. Dopodiché sono due persone molto diverse”.
E poi c’è suo fratello Tommaso
“È più grande di me, musicista puro, suonava la batteria quando ancora c’era papa, ma ha sempre condiviso la mia visione delle cose”.
Il concerto di agosto si è dunque tenuto a Teramo: quanta abruzzesità c’è in Ivan Graziani?
“L’appartenenza alla terra. Del resto quando lasciò Milano, si trasferì a Novafeltria, più su in Romagna, la zona di mamma, ma una sorta di piccolo Abruzzo. Noi siamo cresciuti lì”.

Anche se leggenda narra che Graziani sia nato su una nave.
Ride. “Chissà. A mio padre piaceva giocare molto nelle interviste. A volte sento cose improbabili e chiedo riscontro a mia madre: in certi casi erano tutte sue invenzioni”.

Già, sua madre Anna, si conoscevano dai tempi di scuola. Ma quando presentò “Pigro”, nel 1978, disse: “Mi sono sposato per pigrizia, non ho avuto la forza di oppormi al matrimonio in cui non ho mai creduto”.
“Fa parte del capitolo “invenzioni”… sono sempre stati complici.
E poi papà non era pigro per niente. Oltre a suonare, disegnava, leggeva”.
Di nuovo, il disegno: altra leggenda narra che realizzasse strisce erotiche.
“Quella è vera. Per la Svezia, avrebbe sicuramente potuto vivere di quello, se il rock non avrebbe preso il sopravvento”.
Ma avrebbe mai potuto lavorare nello studio di suo nonno fotografo?
“Nonno era una di quelle figure tipiche di provincia, faceva i matrimoni e i battesimi. Ma a papà non è mai passato per la testa di seguirne le orme”.
Dalla provincia alla città, di sicuro la sua prima Milano è stata faticosa.
“Sì. La casa discografica Rca fu decisiva, si mise a suonare per Battisti e Venditti che sarebbe diventato suo amico”.
Come Renato Zero.
“Erano due spontanei. Renato è sempre stato presente nella mia vita, anche dopo la sua scomparsa. Comunque, a papà piaceva circondarsi anche di gente comune, casa nostra era sempre piena, mamma cucinava per tutti. E da lì attingeva per le sue storie”.
Come quella di Marta di “Lugano Addio”: scopriremo mai chi è?
“Ce ne sono almeno cinquanta che mi si sono presentate in questi anni. In realtà Marta è tutte e nessuna”
E “il chitarrista” è lui?
“No.
Era un periodo in cui papà era attratto dalle bische, dal noir. Il brano fa parte di quella narrativa”.
Ma il suo pezzo preferito quindi qual è?
“È un disco, “Seni e coseni”: c’è tutto papà lì, le ballad e il rockettaro. Ma alle prime, oggettivamente, deve molto. E rimane sicuramente un chitarrista acustico senza rivali”.
“Seni e Coseni” è del 1981, poi “Ivan Graziani” del 1983, poi però inizierà un periodo più difficile per lui…
“Gli Anni 80 sono stati un periodo di crisi. L’estetica prevaleva sul contenuto, i Duran Duran, il primo Jovanotti... Non ha avuto tempo di ritrovarsi come poi è successo ad altri cantautori perché se ne è andato”.
Ma i famosi occhiali rossi di Graziani non facevano parte di questo discorso?
“Dicevano che li metteva per proteggersi dal pubblico, ma non era nemmeno miope. Era solo un vezzo. Perché, appunto, se ne fregava dell’estetica, i capelli sempre pettinati a caso ed é sempre un po’ a disagio nei filmati d’epoca”.

Abbiamo parlato dei primi ricordi. Qual é stato l’ultimo?
“Mi accompagnò a un raduno hip hop a Venezia, facemmo un lungo viaggio in treno. E parlammo tantissimo”.
E come vorrebbe che fosse ricordato suo padre fra 80 anni?
“Per le storie. Quelle rimangono per sempre”.