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 2026  febbraio 01 Domenica calendario

Intervista a Giuliano da Empoli

Mancano poche ore alla première de Il Mago del Cremlino. Il romanzo di Giuliano da Empoli sull’ascesa di Vladimir Putin ha superato i due milioni di copie vendute ed è diventato un film, sceneggiato da Emmanuel Carrère (in Italia uscirà il 12 febbraio). Incontriamo lo scrittore in un caffè affacciato sul Jardin du Luxembourg. Tra i tavolini di Le Rostand, ritrovo di artisti, intellettuali e politici, si aggira Macaron, il gatto mascotte del locale. Qui, davanti a un café noisette e in un angolo discreto, da Empoli può ancora mimetizzarsi: altrove verrebbe circondato, con richieste di autografi e selfie. Un destino curioso per un intellettuale italiano di 52 anni, timido e riservato. Maniacale nel racconto dei dettagli e altrettanto nel proteggere la propria privacy. Due profili fantasma sui social, zero WhatsApp, nessuna esposizione inutile. Da Empoli ama raccontare il potere visto da vicino, come ne L’ora dei predatori: il faccia a faccia con Mohammed bin Salman al seguito di Emmanuel Macron o le stanze della Casa Bianca di Obama accanto a Matteo Renzi, di cui fu consigliere. In Francia parlano quasi tutti dei suoi libri. Ma lui, di sé, non ha mai parlato davvero. Fino a oggi, su 7. Un’adolescenza segnata dal terrorismo rosso che colpì il padre Antonio, per poi arrivare all’ascesa tra libri e politica. E a un successo raggiunto dopo una sconfitta bruciante. Una biografia che sembra dettata da una sequenza di Sliding Doors.
Da Empoli, lei non parla russo e non è un “cremlinologo”. Eppure ha raccontato Putin, apparendo capace di entrare nella sua testa. Qual è stata la chiave?
«Lo choc di arrivare a Mosca, 15 anni fa. Percepisci una capitale imperiale, senti fisicamente la presa del potere. E siccome, dopo tanti saggi, desideravo scrivere un romanzo, decisi appunto di incentrarlo sul potere, immergendomi nella storia e nella politica russa».
In pochi sanno che il suo successo mondiale nasce da una caduta. Ce la racconta?
«Nel 2018 fui candidato al Senato per il Pd. La mia prospettiva di vita era a Roma, con la mia famiglia. Rimasi fuori. Fu un colpo. Ma nella mia vita ho imparato che a volte succedono cose bellissime, che hanno conseguenze pessime, e viceversa. Avevo programmato un futuro in politica. Ma in realtà stavo continuando a cavalcare un contesto in cui non credevo più. Avevo investito tempo ed energie, ma già mi sentivo un po’ vecchio. Ero anche depresso. Senza quella scossa oggi non saremmo a fare questa intervista».
Decide di tagliare i ponti con l’Italia e trasferirsi a Parigi. Una fuga o una rinascita?
«Tutte e due. Per potermi reinventare avevo bisogno di smettere di fare tutto quello che facevo».
Quella mancata elezione è stata la sua sliding door…
«Quel giorno ero a Parigi... Lo ricordo bene. Ho però avuto una fortuna: nella mia vita precedente mi sentivo fuori posto, perché la politica in prima persona non rispondeva al mio carattere e alle mie aspirazioni. Mentre ora sono nella condizione di sentirmi nel posto giusto. Ho iniziato a sentirmi felice quando mi sono tolto di dosso il peso della politica».
Da bambino cosa sognava di diventare?
«Volevo fare lo scrittore. Ho sempre desiderato scrivere».
A 22 anni era già salito alla ribalta con Un grande futuro dietro di noi, un atto d’accusa contro la classe dirigente italiana. Era il 1996: cosa è cambiato?
«Continuiamo ad avere una società in cui i giovani in Italia hanno una sensazione di blocco. In quel momento invocavo una rivoluzione generazionale. Ma una cosa importante è successa: sono arrivati Renzi, poi Di Maio, Salvini, la stessa Meloni…».
E com’è andata?
«Questo ricambio generazionale non ha invertito la traiettoria di declino del Paese, rimasta costante».
Il successo del Il Mago del Cremlino è arrivato quando lei aveva già imparato a farne a meno?
«Avevo vissuto molto male il mio successo giovanile. Mio padre morì in un incidente stradale proprio nei giorni dell’uscita del libro. È stata una fase molto dolorosa della mia vita. Il privilegio di avere un altro grande successo editoriale, in un’età più matura, è stata una seconda possibilità. E ne sono grato».
La notorietà ha rafforzato la sua riservatezza o l’ha messa in crisi?
«Non mi ha messo in crisi. Quando passi al romanzo accetti di mettere in pubblico qualcosa di privato. Per tanti anni non ho mai parlato dell’attentato a mio padre. Oggi mi sento di farlo».
Un nonno legato al fascismo, un padre socialista finito nel mirino del terrorismo. Quanto pesa tutto questo nella sua identità?
«Molto. Anche ne Il Mago del Cremlino appaiono un nonno e un padre, che in qualche modo sono stati triturati dalle forze storiche e dalla politica. Mio nonno Attilio era un economista geniale: a 20 anni vinse la borsa Rockefeller. Insegnò a New York e Chicago. Poi fece una scelta sbagliata: aderì al regime. È morto giovane, a 44 anni, subito dopo la fine della guerra. Mio padre ha una storia politica completamente diversa, ma anche nel suo caso la vita pubblica gli ha fatto del male. Sono nato a Parigi, perché lui lavorava all’Ocse e poi alla Commissione Europea a Bruxelles. Quando è rientrato in Italia, prima gli hanno sparato, poi è morto in un incidente stradale: si addormentò al volante, era logorato da una vita molto dura, da servitore dello Stato».
L’attentato a suo padre Antonio, nel 1986, che segno ha lasciato: paura, rabbia, diffidenza o persino amore per la politica?
«Soprattutto paura. Mio padre era il capo del dipartimento economico di Palazzo Chigi, durante il governo Craxi. Una mattina un commando dell’Unione comunisti combattenti gli tese un agguato, ma il carabiniere della scorta reagì uccidendo una terrorista. Era Wilma Monaco. Qualche tempo dopo arrestarono altri terroristi sotto casa nostra. Mi ha lasciato una certa paura, ma anche l’attrazione verso qualcosa di molto intenso e importante. Il desiderio di spezzare questa coazione a ripetere e di trovare la mia strada è stato influenzato da tutto questo. Ci rifletto spesso. Soprattutto pensando a mio padre: negli ultimi tempi era molto infelice, stressato. Credo che il potere, in tutte le sue forme, abbia questa componente che tritura la vita delle persone».
Aveva 13 anni. Ricorda il momento in cui le dissero dell’agguato?
«L’attentato avvenne a 500 metri dalla mia scuola. Si era sparsa la voce che fosse successo qualcosa: “Hanno sparato a un giudice”. Nemmeno per un secondo pensai che fosse mio padre. Poi mi chiamarono in presidenza e c’era mia madre…».
Nel 2009 Francesco Rutelli la segnala al giovane sindaco di Firenze, Matteo Renzi. Lei arriva come assessore alla Cultura e spariglia le carte: ironico, irriverente. Che periodo è stato quello?
«Ero consigliere del vicepremier al ministero della Cultura. In seguito, il periodo a Firenze è stato molto bello. Il contesto era esaltante, con un leader giovane e di grande talento. Renzi è stato un grande sindaco, e il mandato che avevo corrispondeva a quello che avevo voglia di fare: rompere, essere trasgressivo. Così trasformammo un carcere in un centro di arte contemporanea e portammo il teschio di Hirst, tempestato di diamanti, in mostra a Palazzo Vecchio».
Poi diventa uno degli architetti della “rottamazione”. Con un carattere esplosivo come quello di Renzi, come funzionava davvero?
«Fin dall’inizio Matteo e io, pur essendo personalità completamente diverse, ci siamo integrati e capiti. Questo non ha impedito conflitti, anche forti. Ci siamo allontanati e poi ritrovati. Matteo è un uomo di potere. È fatto per questo: se ne alimenta, ne gode. Io invece sono allergico al potere: non ho nessuna voglia di esercitarlo e non sopporto che venga esercitato su di me».
Ha visto il potere da vicino anche accanto a Macron. Perché il presidente francese è entrato in crisi?
«In un contesto diverso e con personalità distinte, la sua traiettoria non è così diversa da quella di Renzi. Un exploit basato su qualità dirompenti, che in un sistema presidenziale ti danno grande solidità. Quella stessa intensa energia ti porta in alto, ma poi ti isola. L’esperienza di Macron non è un fallimento: a livello europeo ha fatto cose anche ottime. Ma il panorama interno che lascia è complicato».
In Francia lei è ormai una star. In Italia meno. Come se lo spiega?
«Le vie dei libri sono traverse: lo capisci quando sono tradotti in molte lingue. Puoi avere un grande successo in certi Paesi: Gli ingegneri del caos esplose a sorpresa in Brasile, con Bolsonaro al potere. In Italia la mia identità precedente condiziona la lettura di quello che faccio: lì ero l’ex consigliere di Renzi. Ma non sono pessimista: L’ora dei predatori sta andando bene».
Come vede, dalla Francia, l’Italia di Giorgia Meloni?
«Meloni fa parte di quella traiettoria discendente di cui parlavo. È una leader molto abile: per certi versi si muove bene, per altri molto male, soprattutto sulla politica culturale e identitaria. Quando c’era Joe Biden, pur essendo di destra, la premier era riuscita a emergere in un ambiente internazionale ostile. Poi Trump ha stravolto il contesto: oggi il rapporto con il presidente Usa, che minaccia persino la sovranità europea, pone a Meloni dei problemi, ma anche qualche opportunità».
Il tandem Schlein-Conte: ha davvero chance di battere la destra nel 2027?
«Non mi sembrano affatto competitivi».
Lei oggi cosa si sente: italiano, parigino, apolide?
«Non sono un italiano in fuga a Parigi. Sono nato qui, mia madre è svizzera, mi sento prima di tutto europeo. A Bruxelles ho frequentato la stessa scuola di Ursula von der Leyen e Boris Johnson: un’educazione che ha dato risultati opposti (ride, ndr). A Parigi sono percepito come italiano. Tutte queste identità si completano».
Dove si sente davvero a casa?
«A Interlaken, in Svizzera, nel villaggio della mia famiglia svizzera, anche se lì il barista pensa che io sia un turista».
Il libro che le ha cambiato la vita?
«Destra e sinistra di Joseph Roth. C’è un personaggio, Nikolaj Brandeis, che attraversa storie diverse: scompare e riappare. L’ho letto a 14 anni e mi ha affascinato l’idea di poter vivere tante vite».
Oltre a scrivere e leggere, quali sono le sue passioni?
«Immergermi in un luogo. Non è il semplice viaggiare. Ma arrivare in un posto e provare come ci si sente. A volte sono in un posto sperduto e ci proietto subito una vita intera, immaginandomi una routine da residente».

È vero che lei scrive libri e articoli disteso, a pancia in giù?
«Sì, da sempre. Su un letto o su un tappeto. Per me è la posizione più comoda».

Niente social, niente WhatsApp, relazioni selettive. È una forma di autodifesa o di ascolto di sé?
«Cerco di mantenere il controllo della mia attenzione. Al massimo uso gli sms. È un requisito di base, anche se qualche periodo di debolezza sui social l’ho avuto».
Se nel 2018 fosse diventato senatore, oggi Giuliano da Empoli sarebbe lo stesso scrittore?
«Certo che no. Avrei provato comunque a evadere, ma con meno energia e convinzione. Quella sconfitta mi ha costretto a farlo».