Libero, 1 febbraio 2026
Intervista a Fortunato Ortombina
Il 17 febbraio sarà un anno esatto alla Scala come sovrintendente e direttore artistico. Fortunato Ortombina non è superstizioso. La dea bendata ama afferrarla per i capelli. E i risultati al botteghino sono già da record. Oltre 40 milioni di euro lordi d’incassi solo lo scorso anno, con una crescita nella vendita dei biglietti di oltre il 7 per cento. «L’imprenditoria della musica mi intriga, proprio come succedeva a Giuseppe Verdi che considero il mio maestro» dice. E se il Bussetano a Villa Sant’Agata contava sementi e buoi, lui al Piermarini non lascia nulla al caso. Dalle rive del Mincio (è nato a Mantova), dopo il Conservatorio e la laurea in musicologia, entra nell’Orchestra del Regio di Parma suonando il trombone. Canta nel Coro con voce di basso e lavora anche come maestro collaboratore.
Dieci anni, a suo dire “illuminanti” a sistemare lettere e spartiti dell’archivio all’Istituto di Studi Verdiani, poi la carriera sempre in ascesa nei principali teatri italiani da Torino, il San Carlo di Napoli, La Fenice di Venezia fino al Piermarini, dove dal 2003 al 2007 aveva già lavorato come coordinatore artistico. Da padano, la sua è una vera e propria energia fluviale. I tempi musicali? Andante Moderato, ma a giudicare dai primi successi sta andando Fortissimo. Lo abbiamo intervistato.
Dai numeri sembra che alla Scala stia andando bene...
«C’è un’affezione crescente, più desiderio di spettacolo dal vivo. La stagione aveva ingredienti importanti, varietà di titoli, colossi come la Prima con la Lady Macbeth di Sostakovic e il Ring di Wagner. Comunicazione e marketing sono importanti. Milano ha sempre più turisti, ma anche più italiani sono stati attratti dal teatro e dal suo museo che ha avuto un incremento del 14 per cento dei visitatori. La macchina nel suo insieme ha girato meglio. E sugli incassi ha pesato anche la riduzione degli omaggi del 7 dicembre».
Come ha fatto in così poco tempo?
«Sono arrivata qui con esperienza formidabile dalla Fenice. Ma in ogni città bisogna pensare in modo diverso. Bisogna radicarsi sul territorio, avendo rispetto per i gusti culturali e musicali. A Venezia, ad esempio, il repertorio veristico non piaceva, così all’inizio ho fatto in modo di mixare spettacoli come Pagliacci o Cavalleria Rusticana ad altri più graditi».
Più biglietti venduti, più autonomia dai fondi pubblici.
«Più che autonomia dai fondi pubblici, serve equilibrio tra le risorse e questo c’è già. Alla Scala un terzo dei contributi viene da Comune, Regione e Ministero della Cultura, un terzo dai biglietti e un terzo dagli sponsor fondatori. Ed è giusto che lo Stato contribuisca per favorire la creazione e la divulgazione della cultura musicale. Occorre il giusto mix. Il Metropolitan di New York, ad esempio, al 100 per cento privato e con i suoi 3.800 posti, è in grave difficoltà economica».
Lo spettatore paga il biglietto due volte, perché con le sue tasse si finanziano anche i teatri.
«La domanda è può un teatro vivere di solo biglietti? Non è impossibile, ma bisogna vedere chi sono gli spettatori. Solo miliardari? La nostra missione è far sì che alla Scala ci possano andare tutti. E non è facile, Perché abbiamo così tanta domanda da non riuscire a soddisfarla. Nei biglietti c’è anche un valore intrinseco di cultura, difficilmente quantizzabile. La nostra eccellenza è fatta di prove, che richiedono tempo».
Serve ottimizzare il rapporto tra le ore pagate e lavorate, fare lavoro di squadra. I sindacati come l’hanno accolta?
«C’è un dialogo continuo, un clima costruttivo. Arriverà il momento che voleranno le sedie, ma devo ammettere che quella marcia in più, imprenditoriale di Milano si vede anche dentro le mura del teatro. La musica insegna a suonare tutti insieme. E il sindacato in questo finora sta dando una grande mano».
Sulla querelle delle “verifiche artistiche” però hanno scritto una lettera al sottosegretario della Cultura.
«Non conosco il contesto dalle quali sono state estrapolate. Con Gianmarco Mazzi ho un ottimo rapporto. Viene spesso al Piermarini, condivide i nostri successi. Ha persino detto che siamo il miglior teatro del mondo. Quando fai l’opera in Italia, vuol dire fare cultura nazionale. Il primo ad aver capito l’importanza della funzione del direttore d’orchestra è stato Arturo Toscanini».
Nuovo codice dello spettacolo. Si rischia che l’autonomia dei teatri lirici venga ridotta?
«La Scala è la punta di diamante, dove fioriscono talenti che vengono dall’Italia e dal mondo. Che il nostro settore abbia bisogno di attenzione amministrativa e gestionale, è vero. E mi fa piacere che dalla parte del governo ci sia maggiore interesse. In passato è successo che alcuni teatri gestiti male abbiano gravato sugli altri. Con la finanziaria del 2022 si dovettero ricapitalizzare le fondazioni».
Lei dice sempre che la lirica da costo deve diventare risorsa. Cosa vuol dire?
«Uno studio di qualche anno fa ha calcolato che l’Arena ha un indotto di 2 miliardi all’anno sulla città di Verona. Se andassimo a vedere quello della Scala su Milano i numeri salirebbero in modo esponenziale. Certo, l’opera costa. Ma il livello artistico che il tutto mondo ci invidia è frutto di secoli di cultura trasmessi di generazione in generazione».
I Corpi di Ballo in molti teatri italiani non ci sono più. Alla Scala, per fortuna, c’è ancora. Qual è il suo progetto?
«Va potenziato sempre di più, in modo che grazie alla qualità dei nostri solisti, primi ballerini ed étoile non ci sia bisogno di invitare tanti artisti ospiti. Sono convinto che il Ballo non sarà più la Cenerentola, ma una grande risorsa soprattutto per il futuro. Magari con una maggiore interazione creativa con le opere contemporanee oppure come quelle che mancano da 90 anni come la Norma».
Il presidente Mattarella sarà alla Scala il 2 febbraio, per l’inaugurazione della 145ª Sessione del Comitato Olimpico Internazionale.
«Il programma non è ancora ufficializzato. A Milano arriveranno tanti turisti, mi piace pensare che la Saga dei Nibelunghi in scena questi giorni, insieme alla mostra nel Ridotto dei Palchi e al Museo, abbia già creato un’interazione col mondo delle Olimpiadi invernali. Protagonista delle sue splendide scenografie è proprio la montagna inespugnabile, abitata da un drago».
Villa sant’Agata. L’ha comprata lo Stato, cosa ne faranno? Suggerimenti?
«La mia idea, che sarebbe piaciuta molto a Verdi, è fare della sua casa e delle terre una sorta di Silicon Valley della Scienza gastronomica. Ancora oggi le migliorie agricole del maestro vengono portate avanti dagli agricoltori. Potrebbe diventare una specie di Normale di Pisa per l’agricoltura, con gli studenti a studiare accanto al suo pianoforte».