Libero, 1 febbraio 2026
(…) Nel Rinascimento, inserire il committente in un’opera sacra era la norma, Sandro Botticelli porta la pratica al livello massimo e naturalmente nessuno si scandalizza
(…) Nel Rinascimento, inserire il committente in un’opera sacra era la norma, Sandro Botticelli porta la pratica al livello massimo e naturalmente nessuno si scandalizza. Nell’Adorazione dei Magi (1475) c’è di fatto tutta la famiglia Medici. Cosimo il Vecchio è il re inginocchiato davanti alla Vergine, mentre i suoi figli e nipoti (incluso Lorenzo il Magnifico) sono parte del compunto corteo dove spuntano anche Giuliano, fratello di Lorenzo, il poeta Poliziano, il filosofo Pico della Mirandola. E lo stesso Botticelli, con pudore che non maschera l’orgoglio, si autoritrae all’estrema destra del dipinto.Nel palazzo Apostolico del Vaticano, negli affreschi di Raffaello, torna più volte l’immagine di Papa Giulio II, committente e mecenate tra i più noti dell’epoca. Il Sanzio lo omaggia ripetutamente, ritraendosi a sua volta tra le guardie svizzere che sorreggono la portantina papale nella Cacciata di Eliodoro dal Tempio (1510-12). Apoteosi della ruffianeria quando Raffaello organizza La scuola di Atene (1509-1511) riunendo i massimi pensatori, fra i quali Platone (che ha le sembianze di Leonardo da Vinci), Eraclito (aggiunto in un secondo momento, con il volto di Michelangelo) ed Euclide, un ritratto dell’architetto Bramante con il quale – stando al Vasari – era legato da parentela.
Nella Cappella degli Scrovegni, a Padova, Giotto nel Giudizio Universale (1303-06 circa) ritrae il committente Enrico Scrovegni mentre offre il modellino della cappella alla Madonna, un gesto a mo’ di espiazione dei peccati di usura della sua famiglia. Mentre nel Giudizio Universale (1536-1541) più famoso al mondo Michelangelo si prende la rivincita su Biagio da Cesena, il cerimoniere del Papa che aveva criticato i nudi della monumentale opera definendoli «adatti a un’osteria». Il Buonarroti, tanto genio quanto permaloso, piazza Biagio all’inferno nelle fattezze di un orrendo Minosse, con orecchie d’asino e un serpente che gli morde i genitali. Il tapino se ne lamentò con il Papa e si dice che il Pontefice lo freddò, «sulla terra ho potere, ma all’inferno non posso fare nulla». Per la serie “la vendetta è un piatto che si serve affresco”...
A proposito di suscettibilità, Paolo Veronese, abituato a ritrarre nelle sue grandi (letteralmente) opere esponenti della nobiltà veneziana, membri della sua bottega e talvolta anche se stesso, immaginò L’Ultima Cena infilandoci nani, soldati tedeschi ubriachi, buffoni e servitori che perdevano sangue dal naso. L’Inquisizione lo chiamò a rispondere di «irriverenza», lui invece di cambiare il dipinto, cambiò semplicemente il titolo in Cena in casa di Levi (1573). E un’altra che ha consegnato la propria vendetta all’eternità è stata Artemisia Gentileschi. Violentata da Agostino Tassi, nelle due versioni di Giuditta che decapita Oloferne (1620) la pittrice romana presta la faccia del Tassi al bruto, mentre la mano che gli trancia la gola appartiene proprio ad Artemisia, che si autoritrae come Giuditta.
Se un tempo si usava l’olio su tela per omaggiare un Papa o punire un prelato, gli artisti contemporanei usano la Street Art per fare satira politica o sociale, spesso con ferocia ancora più immediata. Come in Monkey Queen, dove Banksy sostituisce il volto della regina Elisabetta con quello di una scimmia. Un insulto? Può darsi, nell’intento c’è la riflessione sull’autorità ereditaria e sull’evoluzione del potere nel Regno Unito. Ma è un “già visto”, l’irriverenza fa riuscire Francisco Goya in un’impresa incredibile: insultare i reali davanti ai loro occhi senza che se ne accorgano. Ne La famiglia di Carlo IV, (1800-1801), i critici notano subito che i volti sono tutt’altro che idealizzati, come da prassi secolare nei ritratti dei big. Lo scrittore Théophile Gautier esclama che «sembrano il panettiere dell’angolo e sua moglie dopo aver vinto alla lotteria». Volti pieni e rubizzi, fisionomie da popolani, atteggiamento sgraziato: Goya dipinge la vanità, l’ottusità e la decadenza morale sopra i loro vestiti sfarzosi. Proteste? Nessuna, forse per mancanza di perspicacia, forse per eccesso di autostima.
Ora, ai nostri post(?)comunisti che ieri hanno avuto una crisi mistica all’apparizione della Meloni farà malissimo ammirare l’affresco di Lenin che in giacca e cravatta brucia all’inferno nella chiesa di Abasha, in Georgia. E probabilmente perderebbero un battito al cuore se sapessero di chi è quel volto scolpito sul Duomo di Milano per celebrare i Patti Lateranensi del 1929, camuffato con barba e turbante nel Dopoguerra per non farlo riconoscere... sì, è proprio Benito Mussolini...